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Coronavirus, il bivio dell'Europa: comunità di popolo o paradiso per le grandi corporations?

27 Marzo Mar 2020 1103 27 marzo 2020

Ieri in un tesissimo Consiglio europeo sono andati in scena le storiche contrapposizioni fra rigoristi e paesi mediterranei, Italia e Spagna in testa. «Questa volta però c’è da capire se l’Europa è una comunità oppure se si è ridotta ad un escamotage per trovare un posto da favola ai cadetti delle elite europee o per far eludere le tasse a tutte quelle aziende medio o grandi che sono in grado di spostare la sede legale in un uno dei paradisi fiscali del nostro continente»

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Bandiera Europa Markus Spiske W Iux Lhndc Lw Unsplash
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Ieri in un tesissimo Consiglio europeo sono andati in scena le storiche contrapposizioni fra rigoristi e paesi mediterranei, Italia e Spagna in testa. «Questa volta però c’è da capire se l’Europa è una comunità oppure se si è ridotta ad un escamotage per trovare un posto da favola ai cadetti delle elite europee o per far eludere le tasse a tutte quelle aziende medio o grandi che sono in grado di spostare la sede legale in un uno dei paradisi fiscali del nostro continente»

Il coronavirus servirà a datare il passaggio del testimone dall’Occidente all’Oriente e, se nei prossimi giorni non verranno effettuate scelte radicali e coraggiose da parte di tutti gli Stati nazionali che la compongono, con ogni probabilità servirà a datare anche l’inizio della dissoluzione della costruzione Europea.

Con il coronavirus l’Europa sta giocando quindi una partita esistenziale. In ballo c’è il diritto primario alla salute e, come dicevano i Latini, “salus rei publicae suprema lex”. La partita è lunga e non finirà nelle prossime settimane, nemmeno se si realizzasse lo scenario ottimistico di una scomparsa del virus nel mese di maggio o giugno. Perché coinvolgerà anche la fase della “ricostruzione” economica oltre a quella della risposta “sanitaria” all’epidemia. Ma l’esito non è affatto scontato e, purtroppo, le prime fasi di gioco si sono dimostrate disastrose e non lasciano affatto ben sperare sull’esito finale. Il problema non è infatti nella difficoltà del compito o nella spaventosa dimensione della crisi, ma nell’inadeguatezza della classe dirigente che tale compito dovrebbe eseguire e nel metodo elitario che è stato fin qui utilizzato per spostare le competenze dal livello nazionale a quello sovranazionale.

Non possiamo appellarci ad esperienze passate, anche drammatiche come la crisi dello spread, e riporre troppa fiducia nella capacità di riuscire a trovare all’ultimo minuto di infinite maratone notturne una scappatoia che consenta alla traballante costruzione europea di stare in piedi. Il trito e ritrito mantra degli europeisti senza se e senza me, quello per cui nessuno Stato europeo è sufficientemente grande per contare qualcosa sullo scacchiere mondiale, si è sbriciolato, dissolto nel giro di pochissime ore quando prima la Germania e poi quasi tutti gli altri Stati europei hanno deciso di chiudere le frontiere interne. Schengen, l’unica grande riforma che abbia cambiato veramente e in meglio la vita ai cittadini europei, non ha retto all’urto della epidemia. Strumenti come le “frontiere”, che accompagnano l’umanità dalla nascita delle prime civiltà, non possono essere eliminati senza essere sostituiti da strumenti unificati di governance del territorio. Il Re è nudo e ridicolo appare il tentativo della Commissione di coprire il vulnus con la successiva dichiarazione di chiusura dei confini “esterni” … come se a qualcuno in questo momento interessasse entrare nell’epicentro della pandemia.

Questa volta, infatti, non è colpa di nessuno se il virus si è abbattuto sul Continente. Questa volta, non c’è lo Stato cattivo da punire o il popolo pigro da portare a Canossa. Questa volta, c’è da capire se l’Europa è una comunità oppure se si è ridotta ad un escamotage per trovare un posto da favola ai cadetti delle elite europee o per far eludere le tasse a tutte quelle aziende medio o grandi che sono in grado di spostare la sede legale in un uno dei paradisi fiscali che hanno reso il nostro Continente la Disneyland delle corporations.

La sospensione sine die del fiscal compact è il minimo sindacale. Ci mancherebbe altro se non fosse concesso ai singoli Stati di spendere il necessario per combattere l’epidemia. Ma la sospensione non vuol dire concedere l’avvicinamento al 3% o il superamento di qualche decimo di punto, come la dimensione dei pacchetti fiscali lascerebbe presumere. Forse c’è ancora qualche incomprensione sulle cifre in gioco e sul tempo di uscita.

La manovra italiana da 25 miliardi di euro equivale a poco più dell’1% del PIL e porterebbe il deficit italiano al 3% circa. E su tale dimensione sono le manovre degli altri paesi europei. E infatti la Commissione non ha sollevato obiezioni. Ma la realtà degli interventi sarà molto, molto diversa. Se consideriamo la necessità di tenere in qualche modo in vita le aziende europee, soprattutte le medio-piccole, ci avvicineremo rapidamente alle somme stimate da Spagna (oltre 200 miliardi di euro), Francia (oltre 300) e Germania (oltre 500). Per l’Italia inserirei tranquillamente una necessità di 300 mld di euro. La dimensione degli interventi è compresa in una fascia che va dal 10 al 20% del PIL...


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