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#Covid19

Il mio viaggio dentro il virus

2 Aprile Apr 2020 0547 02 aprile 2020
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La malattia colpisce tutti e arriva inaspettata. Una testimonianza di Pietro Barbetta, professore di psicologia clinica all'Università di Bergamo, che descrive il suo corpo a corpo con il coronavirus

Il virus come testimonianza diretta

Sono stato là, come malato virus-positivo, in mezzo alla gente, nel lazzaretto del pronto soccorso dell’ospedale di Bergamo, il cuore del virus, e non posso fare a meno di pensare, oltre alla mia salute – là mi hanno dichiarato positivo al virus – alla catastrofe che ha coinvolto le moltitudini. Le ho viste, i primi giorni al pronto soccorso, insieme a me, nei corridoi, vagavamo come anime dell’Ade, chi, come me, adagiate su lettini striminziti, chi sedute, chi in piedi, in attesa di un giaciglio.

Non è solo perché ho rischiato la morte davanti a uno specchio in cui mi guardavo non respirare, come un pesce che sbatte sul molo, come Dioniso inghiottito dai Titani. È soprattutto la condivisione di una sorte comune: altri come me – anziani, con patologie pregresse – sono morti, e continuano a morire, benché ufficialmente d’altro. Il virus mostra i limiti della statistica e della medicina basata sull’evidenza, limiti “sociocostruzionisti”. Diceva Charcot a Freud: “la teoria va bene, ma non ci impedisce di esistere” e, in questo caso, morire.

Siamo circondati – come minaccia la strega nel Mago di Oz – il virus può colpire chiunque in qualunque momento, far morire deboli e anziani, ma anche giovani in buona salute; assolvere il compito che sta nel desiderio crudele di morte delle destre neoliberiste: meno anziani, meno poveri, meno disabili, meno spesa pubblica; sacrificarsi per l’economia. Chi si esprime così è gente sfacciata, con espressione grottesca. Il volto si contorce, come quello dei muppets: quello di Trump, e del suo gemello Boris, sembrano contraddire ciò che stanno dicendo: “io, che non sono io, dico questo, che è altro, a te, che non sei tu, in queste circostanze, che sono altre”. Anche loro impotenti, anche loro bersaglio del virus.

Sento, nel bunker della città più malata d’Europa, del mondo, amici, conoscenti e loro familiari in condizioni gravi, che scompaiono. Vedo medici e infermieri contrarre il virus e diventare impotenti. Come accade in ogni ecatombe, chi è stato là, chi ha visto, solo chi lo ha fatto, sa di cosa sto parlando, sa che tre quarti delle polemiche e delle notizie giornalistiche sono da buttare, come le statistiche sui morti, sa che il pronto soccorso di questa città è come il lazzaretto nella peste bubbonica, come un campo di profughi malati, e sa che questo sta accadendo a Madrid, a New York, e poi, chissà e fin dove. Siamo tornati alla Tebe di Edipo, all’Europa della peste nera, qualcosa che, tra gli antichi, è segno. Quando i sacerdoti bendati vanno da un re giusto e benevolo a chiedere conto della pestilenza e il re sta aspettando l’arrivo del cognato, dello zio, Creonte, quando la lingua della passione – il cognato – si confonde con la lingua della tenerezza – lo zio; in quel momento il destino si abbatte furibondo sulla città, senza spiegazioni, né ragioni. È questo l’Edipo, non il triangolino mamma-papà-figlio; è questo l’inconscio, un grande opificio rumoroso, odoroso, spaventoso, una grande macchina sempre attiva.

Eppure gli antichi, nella loro ambiguità terminologica, sono stati sufficientemente chiari; come nel primo stasimo di Antigone: finché l’uomo rispetta le leggi è meraviglioso, ma lo stesso termine si capovolge nel suo opposto quando all’ingegno si sostituisce l’inganno e alla generazione, subentra il gioco (inganno, in-game). Sembra quasi un rapporto interno all’etica della differenza tra il generare – la questione del corpo femminile come luogo, piega, vaso estensibile (Irigaray, 1984) – e l’azzardo, il rischio, la dimensione maschile e guerriera: il gioco a somma zero.

Chi non ricorda la grottesca caricatura di Heinz von Neumann – che suggeriva un attacco atomico preventivo contro l’Unione Sovietica – nel film Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick: un corpo meccanizzato, robotizzato, che manifesta – come automatismi disfunzionali di una funzione meccanica del corpo – le vestigia di un nazismo da poco trascorso. Questa teoria dei giochi è la stessa che domina l’economia mondiale, il Dottor Stranamore è tra noi, ma subisce lo scacco di un essere più potente di lui, la Terra, la divina immanenza che è natura.

Questo virus non è il primo, né sarà l’ultimo. È il penultimo di una serie che si addensa – la teoria dei numeri ci aiuta a ragionare -, il penultimo perché, come i bicchieri dell’alcolista, i virus stanno tra loro ordinati ad aspettare il loro turno, come nell’alcolista, convinto di smettere quando vuole, l’ultimo è sempre il penultimo, perché, qui come nelle prediche moralistiche, il problema non è smettere, ma smettere di smettere, infinito potenziale. Il virus è più potente perché è indiscreto, tra un virus e l’altro ci sono infiniti virus, il virus è irrazionale, infinito attuale.

Siamo “fuori controllo”, ma non riusciamo a smettere di smettere di essere “fuori controllo” e nessuno ci fermerà perché Dio è morto nel 1882, quando Nietzsche ha scritto l’aforisma 125 di La gaia scienza: Dio è morto e lo abbiamo ucciso noi, voi e io. Questo, il virus, lo ha dimostrato, nel cuore della produttività industriale cinese, europea, e nordamericana, non più Mao, Castro, Kennedy e Krusciov, lui, il morente, gridava sì alla pace e no alla guerra e con la pace in bocca è morto, così recita una canzone milanese dedicata alla morte dello studente Giovanni Ardizzone, morto durante una manifestazione nel 1962.

Il virus, quinto privilegio dell’inconscio

Sono giorni in cui mi domando come collegare la mia esperienza con una riflessione che non rimanga attaccata all’evento del virus, ma che inquadri l’evento nella complessità del sistema inconscio che il virus, nella sua insistenza a uscire dal dominio del controllo umano, ci impone.

La “cosa virus” fa pensare a Freud, a una nota del testo sui quattro privilegi dell’inconscio. Una nota che sembra avvicinarci a comprendere qualcosa che, forse, ha a che fare con il virus. Le domande che mi pongo sono: in che modo il virus somiglia all’inconscio? È il virus un fenomeno dell’inconscio? Ma, in questo caso, dove devo collocare l’inconscio?

Se l’inconscio sta dentro il soggetto, questo soggetto, nel virus, non può che essere soggetto collettivo. L’inconscio è un sistema complesso, che si affaccia all’imprevisto, un sistema di classi proprie, non enumerabili, indiscrete, così come le hanno pensate, per esempio, Ignazio Matte Blanco e Gregory Bateson, oppure come le ha descritte Jorge Luis Borges.

Cerco di ordinare i miei pensieri: nel capitolo 5 del testo L’inconscio, Freud elenca quattro caratteri specifici, o privilegi, del sistema Inc., come lui lo chiama. In quel punto Freud parla di “formazione compromissoria”, quando i caratteri specifici, o privilegi, entrano in contrasto; là si presentano i sintomi, le fissazioni. Dunque l’inconscio è un sistema, e, in quel saggio, Freud ne delinea la complessità interna.

Vediamola meglio. I quattro privilegi dell’inconscio sono i seguenti:

- nel sistema inconscio non esiste negazione, dubbio e neppure diversi livelli di certezza, tutto è unidimensionale, tutto è uguale a tutto, come nel virus, il desiderio di fertilità si appiattisce, si perde nel bisogno di certezza, tutto è simmetria;

- il secondo privilegio del sistema Inc. è la mobilità degli investimenti: “una rappresentazione può cedere tutto l’ammontare del proprio investimento a un’altra rappresentazione” – è ciò che Freud chiama spostamento – oppure “può appropriarsi di tutto l’investimento di parecchie rappresentazioni” – la condensazione. Il sistema inconscio ha il privilegio di produrre metonimie e metafore, ma senza rivelarcene il senso, come nel processo onirico, descritto da Freud nell’Interpretazione dei sogni, l’inconscio è – come nella fiaba Il pastore che non cresceva mai di Italo Calvino – smilzo e piccino, ma tanto dispettoso. La differenza importante tra metonimia e metafora, da un lato spostamento e condensazione dall’altro, è che questi ultimi non funzionano sul piano linguistico. Nel sogno, il tenor dello spostamento – o della condensazione – non è rivelato, rimane nascosto, né le libere associazioni rivelano qualcosa, la psicoanalisi non è illuminazione;

- il sistema inconscio è atemporale, come nel testo L’ultimo uomo di Blanchot, esiste solo spazio, spazio di allocazione delle cose, che si affastellano l’una presso l’altra, come in un magazzino disordinato, enigmatico, privo d’inventario, spazio delle parti del corpo e dei luoghi dove le cose stanno e dei luoghi dove stanno i luoghi dove le cose stanno, in una regressione infinita. Un’attesa eterna, si deve sempre aspettare, senza mai avere esiti; così accade con il virus, siamo qui, aspettiamo che il numero dei morti si riduca, che almeno si riduca l’aumento, più 700, bene, ieri più 730;

- il quarto privilegio è l’indistinzione tra ciò che accade dentro e ciò che accade fuori, la realtà psichica e quella fisica si confondono e mescolano l’una nell’altra, il mio miglioramento non è indipendente da quello altrui, io sono affetto, infettato, posso infettare, noi siamo una comunità morente, affetta, ci contagiamo l’un l’altro.

Interessante, ma ancora non mi soddisfa, c’è ancora qualcosa, la complessità è inesauribile, mancano gli effetti collaterali, e mancano gli effetti placebo. C’è qualcosa che ancora non torna, qualcosa di ancora più nascosto e misterioso, forse pericoloso.

Freud lo accenna in una nota: “Rimandiamo a un altro contesto l’accenno a un’altra importante prerogative dell’Inc.”; si tratta dell’influenza psichica sui processi somatici. Devo questa riflessione a un breve saggio scritto sul numero 22 dell’Erba Voglio (1975) da Elvio Fachinelli, un saggio che, in questi gironi d’inferno del ricovero ospedaliero, mi ronzava nella testa e mi ispirava. Sembra che Freud temesse di essere considerato un cialtrone, e non aveva torto, giacché prima di lui, e dopo, il mondo si è popolato di personaggi che asseriscono di avere il potere di guarire malattie inguaribili, attraverso interventi psichici, parapsicologici, medianici, ipnotici e postmoderni.

Effetti collaterali

Tuttavia, molti di noi hanno notizia di qualcuno che, dato per morente, è riuscito a superare condizioni disperate ed è tornato a vivere. Si racconta che Gregory Bateson avesse contratto un tumore, gli diedero sei mesi di vita, ma il tumore si fermò, pare fosse morto quattro anni dopo di altra infermità. Altri sviluppano una sopravvivenza minimalista, che permette loro di restare dentro un contesto di accoglienza, anziché morire subito. Ciò non è privo di effetti collaterali. Il caso di gran lunga più interessante lo descrive Oliver Sacks nel libro Ogni cosa al suo posto. Zio Toby è congelato, vive in famiglia come fosse parte dell’insieme, ma, da sette anni, non si muove, una presenza-assenza discreta e inconcepibile. Il tutto è accaduto lentamente, tanto da rendere la cosa una sorta di abitudine. Il corpo familiare si presenta con un componente atrofizzato, annichilito, un musulmano, scriverebbe Primo Levi. Ma perché? I medici riportano la sua temperatura corporea, scesa sotto i 25 gradi, alla normalità e Zio Toby riprende a interagire, ma:

Riuscimmo a trovare alcune sue radiografie, esami di routine, del 1950, ed esaminandole scoprimmo – piccole e all’epoca passato inosservato – il suo cancro di adesso. Carcinomi di natura così maligna, fulminanti, tendono a crescere rapidamente e a essere fatali nel giro di qualche mese – Zio Toby invece lo aveva da sette anni. Sembrava evidente che anche il cancro, come tutto il resto, era rimasto bloccato, congelato… I suoi familiari lo avevano lasciato sprofondare nel gelo, e questo gli aveva salvato la vita; noi lo avevamo riscaldato, e per questo era morto. (Sacks, 2019, p. 73).

Sono fenomeni unici, non dipendono dall’intervento finalizzato o funzionale, non si possono sottoporre a calcolo probabilistico, appartengono al dominio della singolarità. È singolare che a 65 anni, con il diabete e un’operazione alla prostata appena fatta, con complicazioni post operatorie, io abbia preso il virus e sia ancora qui a scriverne. Molti dei miei co-appestati, in condizioni migliori della mia, più giovani, senza altre complicazioni, sono morti, io sto sopravvivendo alla peste. Benché, mentre scrivo, ancora la prognosi sia incerta, la mia sopravvivenza è un privilegio, mi permette di continuare, ma non mi esime di sentire che questa malattia non è la mia, è la nostra, del soggetto collettivo. La malattia di una vocazione umana al suicidio della specie.

Questa singolarità, per chi osserva il mondo con la griglia del calcolo delle probabilità, è trascurabile. Vero, ma è proprio questo che appare difficile da conciliare: di due istanze l’inconscio ne riconosce una sola, sposta l’altra al di fuori delle pratiche discorsive; oppure, di più istanze differenti, l’inconscio ne fa un solo fascio, le condensa, nasconde la pluralità, semplifica. Se il sistema inconscio è un sistema complesso, nel produrre “consapevolezza” semplifica, enumera, controlla, ha una pretesa di universalità che, nel bisogno di fare chiarezza, sconcerta e confonde.

Non bisogna però confondere questo bisogno di semplificazione, con la ricerca e la scienza vera. Con il virus si impara a non trascurare il calcolo delle probabilità, il computo della diffusione, la sua velocità di propagazione. Il virus è, in primo luogo, questione matematica. Da lì nasce l’idea, la buona idea, in queste circostanze, di non vedersi, di rimanere isolati, minore il contatto, minore il contagio, è una strategia, sembra funzionare, chissà, in epoca di peste si fa quel che si può.

Antropocene

È giunto il momento di affrontare una questione importante, si tratta di pensare al virus – in relazione ai privilegi dell’inconscio – come fenomeno di antropocene. Questa ipotesi parte sempre dal punto di vista del soggetto, inteso come soggetto collettivo, moltitudine; non avrebbe senso se tornassimo a pensare il soggetto come Io indipendente e liberato dalle catene dei tre padroni, oppure, nella versione puritana, come Self-made-man.

Antropocene è un termine coniato da alcuni scienziati naturali: Eugene Filmore Stoermer fu forse il primo a usarlo negli anni Ottanta (Crutzen & Stoermer, 2000). Vuol dire che siamo in un’era geologica in cui l’attività dell’uomo ha impatto sul pianeta Terra. È chiaro quel che si intende: il riscaldamento del pianeta, indotto dalle attività umane, non è un semplice periodico cambiamento climatico, l’intensificarsi di fenomeni di contagio, negli ultimi trenta, quarant’anni, non è indipendente dalle attività umane, la decrescita demografica nei paesi avanzati – tardocapitalisti e post-comunisti – ha a che fare con la condizione delle relazioni tra le persone e le coppie, il ritorno dei fenomeni nazionalisti non è solo ricorso storico; tutto ciò ha a che fare con un cambiamento antropologico, antropo-genetico. Tale Shanster (1970-1979), così Wikipedia, aveva usato il termine già nel 1973 in un testo intitolato The Anthropogenic System (Period). L’articolo menzionato, che si può leggere online, è però un’ipotesi intorno all’era glaciale e post-glaciale che dà vita al sorgere dei primi grandi mammiferi e crea le condizioni per l’evoluzione umana.

Abbiamo dunque un’era antropogenica, descritta per esempio da Edgar Morin (1973) nel Paradigma perduto – libro profetico – e un’era antropocenica? Un’era in cui la natura umana diviene una possibilità per la terra e un’epoca in cui l’uomo sfrutta la terra senza più rispettarne le leggi, come vuole il primo stasimo di Antigone?

Il termine antropocene designa un’era in cui l’essere umano retroagisce sul sistema terra e crea le condizioni per un cambiamento catastrofico. In altri termini: il sistema antropogenico, che crea le condizioni per l’esistenza degli esseri umani come specie, crea una specie capace di auto-riflessione psichica. Il primo gradino, il più elementare, di questa autoriflessione consiste nella acquisizione di competenze per manipolare il mondo: l’animale che fabbrica utensili per fabbricare utensili (Morin, 1973). Si tratta di dominare il tempo, renderlo fruibile, parcellizzarlo.

Accanto a ciò, la donna è inevitabilmente chi gestisce lo spazio, il luogo stesso della generazione, della nascita, della neotenia, è sempre Morin che lo scrive. Si tratta di un’altra questione riflessiva, più sottile e articolata, che costituisce, accanto al dominio maschile, l’etica della differenza sessuale (Irigaray, 1984).

Adesso – proprio adesso, in questo preciso momento, non domani – si tratta di osservare se questa seconda auto-riflessione sia in grado, o meno, di temperare gli effetti collaterali della competenza umana a costruire utensili per costruire utensili, per costruire utensili, all’infinito. Come dice il serpente che sollecita l’uomo a mangiare dall’albero della conoscenza: “sarete come Dio” (Genesi, III, 5), ma Dio rende l’operazione umana impossibile confondendo le lingue. Questo Dio che ci siamo creati, questa unità multipla, anche per chi non ci crede, ci ha insegnato a non oltrepassare il limite, ora è la natura che ci scuote, anche un cane, a furia di maltrattarlo, ti si rivolta contro e ti sbrana.

Se questa autoriflessione del dominio contiene una piega dissidente, allora un rallentamento si rende possibile. Si crea la possibilità di un prolungamento della nostra sopravvivenza sulla terra, con effetti collaterali meno gravi di quelli subiti da Zio Toby. Saremo capaci di inserire un correttivo al proposito consapevole (Bateson, 1968) di dominare la terra? Ma un correttivo, a sua volta, non è un proposto cosciente? Vediamo la questione del virus dal punto di vista dell’inconscio.

Effetti placebo. Cos’è il virus per l’inconscio, per la rêverie?

Sembra venire dal pipistrello, il virus esce dal dominio di una specie per entrare nel dominio di un’altra specie. L’uomo è contagiato dal pipistrello. Una variante, insieme al gufo e alla civetta, della nottola di Minerva. Un uccello-topo, figura chimerica, essere-valigia. Ma tra i pipistrelli c’è il vampiro, antica forma di diffusione del virus della morte. Il Vampiro, essere demoniaco, si impossessa dei viventi e li rende morti viventi, costoro si risvegliano di notte alla ricerca di esseri viventi per succhiare loro il sangue e vampirizzarli, così la famiglia dei vampiri si allarga e il mondo si popola di morti viventi che insidiano le giovani donne, ma più in generale i popoli. Solo che i popoli si proteggono dall’invasione dei vampiri, conoscono gli antidoti e gli espedienti per tenerli a distanza, l’aglio. Poi il crocifisso, il segno della croce e, infine, scoperchiare la tomba dove il Vampiro giace e infilargli un tronco appuntito all’altezza del cuore per riportarlo nell’aldilà.

Il Vampiro è un fantasma e il fantasma, che non si vede dentro lo specchio, è presenza, nell’immanenza, della trascendenza. Invece di stare nell’aldilà, il fantasma è tra noi, come in un titolo di un libro, di Roger Vadim, I vampiri sono tra noi. I vampiri sono presenze insopportabili, spingono le comunità alla purezza e al ripudio, sono il nemico esterno, il virus da combattere. Volta per volta diventano minoranze: gli ebrei, gli zingari, gli africani, ma il virus si presenta come una piega, si ripiega e, tra gli africani i tutzi e gli hutu, tra i serbi e i kosovari, ecc. Comunità di “sangue”, fenotipiche, grazie alle caricature dello stereotipo fenotipico, così gli ebrei, i neri, gli orientali. Caricature descrittive: “italiani, pancia all’aria, mani sulla pancia”.

Antropocene è un fenomeno del sistema inconscio, non deriva solo dal bisogno umano di dominare la terra, ha come correlato il desiderio di morte, che viene dall’inconscio e non si riesce a spiegare, a cogliere fino in fondo, lì c’è una fessura che si allarga e lascia passare il virus. Il soggetto collettivo mente a se stesso, sapendo che mente, dunque non mente, è dentro la mala fede, in-ganna (game). In effetti una delle etimologia possibili di ‘inganno’ è l’alto tedesco gaman, che significava giuoco nel senso di scherzo o derisione.

Per salvarsi, il corpo di Zio Toby è passato dolorosamente attraverso un congelamento che gli ha permesso di sopravvivere per altri sette anni, forse di più, se i medici non fossero intervenuti a ripristinare la sua normalità. Ma ecco, proprio dentro la normalità, si scatenano le cellule cancerogene che il corpo di Zio Toby aveva congelato insieme a se stesso, per sopravvivere. Se il sistema Inc. riesce a far sopravvivere il soggetto collettivo – che siamo noi, da Wuhan a Bergamo, da Madrid a New York – lo farà al prezzo che ha dovuto pagare Zio Toby?

Abbiamo attraversato momenti più difficili, la peste nera, la peste bubbonica, i massacri e le guerre, la decimazione delle popolazioni durante le due guerre mondiali, la Shoah, il massacro degli armeni, quello dei tutsi. Dalla spagnola in poi, le epidemie virali si sono succedute, però la tecnologia umana ha permesso di ridurre la mortalità infantile, di sconfiggere le malattie batteriche, come la tubercolosi, che ha ispirato una buona parte della letteratura europea del Novecento in virtù dell’inevitabilità della morte, prima della scoperta degli antibiotici. Medicina, biologia e letteratura hanno sempre avuto un vincolo, chi ha letto La montagna incantata di Thomas Mann, Sette piani di Dino Buzzati, o visto Una breve vacanza di Vittorio De Sica, comprende questo legame, che è anche filosofico, come in Thomas Mann, o sociale, come in De Sica.

Sconfitti i batteri, grandi portaerei viventi, i virus sembrano imbattibili. Come i vampiri, anche i virus, non sono organismi viventi, sono molecole proteiche riparate da uno strato di grasso, se vengono assorbiti dalle mucose, modificano il loro codice genetico e le convertono in cellule che moltiplicano le aggressioni al corpo, distruggendone gli organi. Gilles Deleuze e Felix Guattari (1980), descrivono questo come un fenomeno molecolare, un ponte tra due fenomeni molari: la struttura del corpo e la struttura del mondo. Il corpo, e il mondo, sono corruttibili reciprocamente, anche se, in apparenza, con il virus, il mondo sembra corrompere il corpo senza alcune conseguenze per se stesso.

È questo quel che vogliono farci credere i neo-darwinisti sociali, i neo-liberisti; ci vogliono far credere che lo spettacolo deve continuare, che l’economia non può fermarsi o rallentare, che dunque questo deve accadere anche con il sacrificio di vite umane. In fondo, dicono i guerrafondai, se in guerra si sacrifica “la meglio gioventù”, si potrà ben sacrificare, in tempo di virus, alcune centinaia di migliaia di vecchi e malati. Il virus, in questo caso, potrebbe anche essere concepito come l’angelo sterminatore, che toglie di mezzo tante spese sanitarie superflue.

Chi nega antropocene – chi parla di cambiamento climatico indipendente dall’influenza umana e tutti gli altri fenomeni di addensamento del fantasma mortifero nel mondo – come reagisce quando diventa vittima del virus? Il virus, quando arriva, non manda lettere, né bigliettini, e non bussa alla porta; non si interessa neppure alla tua appartenenza politica, davanti al virus, come davanti alla morte, diventiamo davvero tutti uguali, socialismo reale.

Bibliografia

Bateson, G. (1968) “Conscious Purpose versus Nature”, in Cooper, D. The Dialectics of Liberation(London: Penguin)

Blanchot, M. (1957) Le dernier homme (Paris: Gallimard)

Borges, J. L. (2013) Finzioni (Milano: Adelphi)

Crutzen, P.J., Stoermer, E.F. (2000) “The ‘Anthropocene’”, in Global Change News Letter, 41, May, 17-18.

Deleuze, G., Guattari, F. (1980) Mille Plateaux (Paris: Minuit)

Fachinelli, E. (1975) “Il quinto privilegio dell’inconscio”, in L’erba voglio, 22, 1975 (Milano: Testo fuori edizione)

Freud, S.:

- (1900) “L’interpretazione dei sogni” in Freud, S, Opere, 4 (Torino: Bollati)

- (1915) “L’inconscio”, in Freud, S. Opere, 8 (Torino: Bollati)

Irigaray, L. (1984) Éthique de la difference sexuelle (Paris: Minuit)

Matte Blanco, I. (1981) L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica (Torino: Einaudi)

Morin, E. (1973) Le paradigme perdu: la nature humaine (Paris: Seuil)

Sacks, O. (2019) Ogni cosa al suo posto (Milano: Adelphi)

Shanster, E.D. (1970-1979) “Anthropogenic System Period”, in The Great Soviet Encyclopedia, 3rdEdition.

* Professore di Psicologia Clinica presso l’Università di Bergamo, Pietro Barbetta si è ammalato per coronavirus ed è stato ospedalizzato per due settimane. Per ora guarito, è ancora in quarantena a casa sua. Riportiamo la sua testimonianza, già apparsa sull'European Journal of Psychoanalysis, la cui redazione che ringraziamo.

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