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Ong in prima linea, cresce la preoccupazione per la crisi economica

2 Aprile Apr 2020 1539 02 aprile 2020
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Secondo un’indagine di Open Cooperazione la quasi totalità delle organizzazioni attive nella cooperazione e solidarietà internazionale ha dovuto sospendere e/o ridurre le proprie attività in Italia e all’estero a causa della pandemia. Nonostante questo hanno reimpostato il primo lavoro supportando il sistema sanitario italiano

Le Ong che dall’inizio della pandemia hanno cambiato rotta mettendosi subito a disposizione per essere in prima linea negli ospedali italiani contro il Covid-19 sono in allarme per la crisi economica che si prospetta per il futuro. Secondo un’indagine di Open Cooperazione in collaborazione con le reti AOI, CINI e LINK2007 la quasi totalità delle organizzazioni attive nella cooperazione e solidarietà internazionale ha dovuto sospendere e/o ridurre le proprie attività in Italia e all’estero a causa della pandemia. Il 65% delle Ong ha bloccato o rimandato oltre il 50% della propria operatività e solo una organizzazione su 10 dichiara di non aver dovuto rallentare o interrompere gli interventi.

Un’emergenza che ha costretto le organizzazioni a cambiare priorità e reimpostare il proprio lavoro in tempi rapidissimi con un impegno diffuso in supporto al sistema sanitario nazionale in particolare in Lombardia tra Codogno, Cremona e Bergamo. Il 55% delle Ong dichiara infatti di aver attivato specifiche attività legate a Covid-19 all’estero mentre il 40% le ha avviate in Italia. Nei paesi partner il 75% delle organizzazioni sta mettendo in campo attività di informazione/prevenzione su Covid-19, il 38% supporta strutture sanitarie, il 17% effettua distribuzione alimentare, il 10% realizza attività di educazione e formazione e infine il 5% cura direttamente i pazienti contagiati. Dodici organizzazioni si sono attivate in Mozambico, 8 in Kenya, 7 in Tanzania, 5 in Burkina Faso e Cambogia, 4 in India, Uganda, Brasile, Haiti, Palestina, Libia e Tunisia, 3 in Nepal, Guinea Bissau, Senegal, Burundi, Mali, Niger, RDC, Siria e Madagascar.

La maggior parte dei cooperanti delle Ong italiane infatti sono rimasti nei paesi partner anche se in questi giorni diversi colleghi stanno approfittando di alcuni voli speciali per il rimpatrio da paesi dove la situazione sanitaria si sta complicando e da cui sono stati bloccati i voli commerciali da e per l’Europa. Dai dati si evince che oltre la metà delle organizzazioni non ha proceduto al rimpatrio di alcun cooperante, nel 30% dei casi sono stati rimpatriati solo alcuni cooperanti, 16 organizzazioni hanno provveduto al rimpatrio di tutti i propri cooperanti espatriati.

Veniamo all’Italia, dove l’attività più comune messa in campo in Italia è la didattica e/o formazione online, il 48% delle ONG sta offrendo in queste settimane percorsi didattici interattivi, corsi e webinar gratuiti su diversi temi e per pubblici diversificati. Il 33% ha invece attivato il proprio volontariato territoriale a sostegno delle fasce più vulnerabili della popolazione per la consegna di pasti, la distribuzione di alimenti e beni di prima necessita, e l’assistenza a persone contagiate e ai loro familiari in quarantena.

Per supportare queste e altre attività straordinarie il 37% delle organizzazioni ha lanciato una raccolta fondi specifica legata al Coronavirus. Non è un caso che il 58% di queste azioni di fundraising vadano a finanziare ospedali italiani e protezione civile, il 40% invece servirà a supportare attività proprie in Italia e il 30% attività proprie all’estero.

L’ultima parte dell’indagine è dedicata alle criticità e alla percezione delle organizzazioni rispetto alla sostenibilità economica davanti alla crisi che si prospetta all’orizzonte. Il 40 % delle ONG rispondenti dichiara che in questo primo mese di emergenza Covid-19 le proprie entrate da raccolta fondi si sono ridotte almeno del 50%. Quasi la stessa percentuale (il 37%) usufruirà della cassa integrazione straordinaria messa a disposizione dal decreto Cura Italia. 35 organizzazioni la attiveranno per meno di 10 dipendenti, 9 organizzazioni tra 10 e 20 dipendenti e solo 4 organizzazioni la metteranno in campo per più di 20 dipendenti. Molte organizzazioni dichiarano di stare valutando in queste ore l’opportunità della cassa integrazione e il 38% nel frattempo ha chiesto ai dipendenti di usufruire di ferie/permessi/congedi parentali in questo periodo. Il 35% delle ONG ha anche dovuto rallentare e/o interrompere le attività di progettazione in corso soprattutto a causa delle scadenze troppo ravvicinate e l’impossibilità di fare missioni e trasferte all’estero.

C’è chi guarda già alle misure da mettere in atto per superare la situazione di crisi; oltre la cassa integrazione le organizzazioni pensano di richiedere anticipazioni bancarie su contributi già stanziati (18%), apertura di nuove linee di credito (14%) e licenziamenti/interruzione di collaborazioni (14%) non appena scadrà il blocco di due mesi prescritto dal decreto Cura Italia.

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