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La "follia" di una politica che non considera il Terzo settore

17 Aprile Apr 2020 1510 17 aprile 2020

Intervista a Mario Giro, esponente di Democrazia Solidale ed ex Viceministro agli esteri nei governi Renzi e Gentiloni: «Giustamente si tiene conto della crisi economica, ma non si affronta il tema della crisi sociale. Tutti quelli che lavorano nel sociale a tanti titoli e su temi diversi vengono dimenticati. Più che un problema economico, il nodo è culturale»

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Mario Giro Tino Veneziano Images
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Intervista a Mario Giro, esponente di Democrazia Solidale ed ex Viceministro agli esteri nei governi Renzi e Gentiloni: «Giustamente si tiene conto della crisi economica, ma non si affronta il tema della crisi sociale. Tutti quelli che lavorano nel sociale a tanti titoli e su temi diversi vengono dimenticati. Più che un problema economico, il nodo è culturale»

La definisce senza tanti giri di parole: «Una vera e propria follia». Mario Giro, esponente di Democrazia Solidale ed ex Viceministro agli esteri nei governi Renzi e Gentiloni va giù dritto: «Chissà perché, con tutte quelle fogliate di decreti, sono stati completamente lasciati da parte Terzo settore, ong e volontarito. Come se non contribuissero al Pil, come se non si trattasse anche di lavoratori, come se non fossero oggi necessarissimi per la tenuta del sistema sociale che è a rischio»

Lei parla di follia, perché?
Giustamente si tiene conto della crisi economica, ma non si affronta il tema della crisi sociale. Tutti quelli che lavorano nel sociale a tanti titoli e su temi diversi vengono dimenticati. In questo senso è una follia.

Come lo spiega?
È un problema culturale, perché sia a chi pensa che le crisi si risolvono con i sussidi –e di sussidi naturalmente c’è bisogno- sia a chi pensa che le crisi si risolvano con la crescita e gli investimenti – e di crescita e investimenti c’è bisogno – sfugge, a entrambi sfugge, il fatto che né i sussidi, né gli investimenti saranno sufficienti. Lo prova la sofferenza sociale, già evidente, ma di cui la politica non sembra rendersi conto. Nei confronti del Terzo settore c’è ancora un gap culturale molto forte. Il volontariato, il privato sociale e la cooperazione sociale sono in prima linea nella risposta alle sofferenze. Da sempre hanno un ruolo di ammortizzatore sociale anche in tempi ordinari, figurarsi in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo.

Che cosa la politica e questo Governo nello specifico faticano a comprendere?
In fondo si pensa che i volontari e più in generale gli operatori del Terzo settore, siano un po’ come delle truppe suppletive che si occupano degli ultimissimi e a cui basta dare un po’ di sostegno attraverso i Comuni affinché, faccio un esempio, si occupino di mense. Il problema, parlando di mense, è che non si tratta semplicemente di somministrazione di cibo a persone indigenti, ma sono un luogo di riaggregazione sociale e di tenuta del tessuto lacerato dove non si dà solo da mangiare. E potrei fare mille altri esempi come questo. C’è un enorme problema di comprensione. Siamo ancora immersi in una cultura novecentesca che non tiene conto della complessità della società e quindi della complessità e della pluralità delle soluzioni.

Il presidente del consiglio Giuseppe Conte però in queste settimane ha parlato del Terzo settore come il «cuore pulsante della società»...
Conte ha fatto bene. Come non politico di professione conosce meglio la società. Ma anche se le parole non mancano, mancano i fatti però… Viste le risorse che ci accingiamo a spendere, non credo che sia un problema di solo di soldi. Conte ha parlato in quei termini, ma il concetto non è entrato nella cultura politica media della maggioranza. Non basta dirlo una volta, bisogna insistere e insistere. Continuare a battere sul chiodo. Devo dire che anche i maggiori interpreti intellettuali di riferimento del Terzo settore non si sono fatti sentire sufficientemente.

A dire il vero dalle colonne di Vita qualche voce si è alzata, a partire da quella del professor Stefano Zamagni e di altri dopo di lui…
È vero Zamagni si è fatto sentire in modo autorevole ma solo lui. Non basta. Le faccio un esempio, se posso: nelle reti dei festival sociali ci sono tanti intellettuali importanti ed anche ex politici e non mi pare ci sia stata una levata di scudi compatta e coordinata a difesa di un mondo. Aggiungo poi che dopo le dichiarazioni di principio occorre intervenire nei processi e reagire a botta calda anche in modo tosto e puntuto. Il tema diventa politico. Altrimenti si arriva a cosa fatte e ti senti dire che non c’è più spazio per alcune istanze. Un film che abbiamo visto già troppe volte. Non basta ragionare di massimi sistemi: occorre stare nei processi. Mi sarei aspettato subito un editoriale di protesta su un media nazionale, firmato dalle maggiori personalità che ragionano su questo da anni. Mi sarei aspettato una forte pressione sul PD. Ma nulla. Solo Democrazia Solidale se ne occupa. Le pare normale?

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