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Adottare ai tempi del Coronavirus, il racconto di un viaggio

20 Aprile Apr 2020 1557 20 aprile 2020
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Dall’Ungheria all’Italia, attraverso frontiere chiuse e Paesi in lockdown, per portare a casa un figlio a lungo atteso. Il racconto di una coppia assistita dall’associazione Asa onlus che, atterrata a Budapest il 1 marzo, è rientrata in auto il 17 aprile dopo due giorni di viaggio. Una lettera che è un grazie alla tanta solidarietà incontrata in queste settimane

Le persone che ci hanno aiutato sono state veramente tante, non è possibile fare tutto questo da soli: solo con l’aiuto, l’incoraggiamento, il lavoro silenzioso di tanti vai avanti (anche sconosciuti come la pattuglia di Polizia Stradale che, fermandoci e chiedendoci i documenti, ci ha dato fiducia e ci ha fatto sorridere)”. Sono queste parole il cuore di una lettera che due genitori adottivi hanno scritto appena rientrati in Italia dall’Ungheria, dove hanno adottato il loro secondo figlio. Una testimonianza che hanno voluto dare per raccontare la loro storia, ma soprattutto per esprimere il loro grazie a quanti hanno aiutato il loro sogno di genitori a diventare realtà.

«Loro erano l’ultima della nostre coppie che era riuscita ad uscire dall’Italia prima della chiusura totale» spiega Maria Virgillito, presidente di Asa onlus, l’ente autorizzato cui la coppia romana si era affidata. «Al momento abbiamo alcuni genitori che hanno avuto l’abbinamento, ma che non sanno come e quando potranno portar a termine l’iter adottivo recandosi nel Paese d’origine dei bambini». In Ungheria, infatti, a febbraio si erano già recate due coppie – l’80% delle adozioni curate dall’ente hanno come meta il Paese di Orban – che erano riuscite a rientrare nel nostro Paese, sempre in auto nella prima metà di marzo.
La presidente di Asa onlus sottolinea come per il buon esito di questa adozione sia stata fondamentale la collaborazione di tutti «dalle istituzioni ai vicini di casa. Importantissimo l’interessamento della vicepresidente della Cai, la dottoressa Laera, anche perché il consolato italiano a Budapest è chiuso e servivano i documenti di autorizzazione all’ingresso. La coppia ha seguito tutto l’iter previsto dalla normativa, ma hanno trascorso il mese di conoscenza con il bambino chiusi in casa», racconta Virgillito. «Noi eravamo sempre in contatto per cui so che hanno anche acquistato dei puzzle e dei giocattoli per queste settimane e che alla fine hanno lasciato in Ungheria per gli altri bambini seguiti dai servizi sociali».

Per una storia che si chiude in modo positivo ce ne sono tante altre invece che restano in un limbo.
«Gli abbinamenti stanno andando avanti anche se a rilento. Ora occorre capire come si potrà procedere per il futuro, per esempio con la digitalizzazione. Noi ci siamo confrontando con la Commissione e speriamo che almeno per le coppie del sud Italia si riesca a sbloccare le pratiche» osserva la presidente.

Virgillito racconta un particolare del rientro della coppia: «Quando sono arrivati davanti alla porta di casa hanno trovato una bellissima sorpresa: un fiocco ricamato con la scritta benvenuti scritta in Italiano e in ungherese (nella foto) e la spesa per una settimana donata dai vicini di casa. Un’accoglienza che li ha commossi».

E il racconto che segue è il frutto di quella commozione e di quel desiderio di dire grazie.


Abbiamo portato con noi un dono meraviglioso: il nostro secondo amore”

“Siamo partiti il primo marzo da Roma. Dal giorno prima il governo ungherese aveva imposto delle restrizioni in ingresso per i voli provenienti dal Nord Italia. Le ragioni del cuore e il pensiero di nostro figlio che ci aspettava e aveva già con sé il piccolo album di foto, preparato dal fratello – adottato anche lui dieci anni prima – è stato più forte di ogni cosa. Accompagnati dalle preghiere di chi ci vuole bene verso le 9:00 siamo volati verso l’Ungheria.

A quanto ne sappiamo siamo stati l’ultima coppia italiana ad entrare in Ungheria.
Subito dopo sono stati bloccati i voli per l’Italia e l’Ungheria ha proclamato via via lo stato di emergenza e la quarantena su scala nazionale, con restrizioni al movimento delle persone.
Una volta ultimate tutte le procedure, l’unica soluzione per tornare a casa era affittare una macchina e passare attraverso la Slovenia. Siamo partiti il 16 aprile prestissimo e siamo arrivati a casa il giorno dopo, nelle prime ore del mattino.

Eravamo preoccupati per i bambini, non potevamo far affidamento sulle soste perché le aree di servizio in cui era consentito l’accesso ai viaggiatori in transito erano pochissime ed abbiamo potuto programmare solo due fermate in Ungheria e Slovenia per fare il pieno e ripartire. Il piccolo poi, non essendo mai uscito dal paesino in cui si trovava, era spaventato da un viaggio che non finiva mai ed aveva molto male alle gambe. Però, piano piano, con l’aiuto del fratello che gli insegnava i nomi in italiano di ciò che vedeva velocemente dai finestrini, bosco…montagna…ponte…fiume…cicogne…galleria, abbiamo attraversato il confine.

Eravamo tentati di fare una tappa intermedia per farli distrarre e riposare un po’, ma non ce la siamo sentita di correre rischi.

E poi, una volta in Italia, il gioco per scoprire quello che portavano i camion, unici compagni di viaggio: camion-grissini…camion-latte…camion-frutta…quanto lavoro e sacrifici per poter trovare tutte queste cose a casa…
I ragazzi hanno percepito che ci trovavamo in una situazione straordinaria e particolare, quando saranno più grandi credo che ne parleremo a lungo.

Le persone che ci hanno aiutato sono state veramente tante, non è possibile fare tutto questo da soli: solo con l’aiuto, l’incoraggiamento, il lavoro silenzioso di tanti vai avanti (anche sconosciuti come la pattuglia di Polizia Stradale che, fermandoci e chiedendoci i documenti, ci ha dato fiducia e ci ha fatto sorridere).

Un sincero e profondo sentimento di gratitudine a tutte le persone dell’Ente ASA Onlus che ci ha sostenuto a distanza e sul posto e un grazie di cuore alla Presidente, dott.ssa Maria Virgillito; alla Commissione Adozioni Internazionali che ci ha seguito passo passo, in modo speciale alla Vicepresidente, dott.ssa Laera, che ha fatto di tutto in tempo record per farci avere l’autorizzazione all’ingresso in Italia, alla dott.ssa Barbieri e ai suoi funzionari che si sono adoperati instancabilmente per il nostro rientro; ai lavoratori dell’unità di crisi, che permettono la disponibilità on line delle informazioni utili per districarsi all’estero nelle situazioni di difficoltà. Quante persone sconosciute che lavorano per servire chi non conoscono!

Una volta arrivati a casa, a notte fonda, abbiamo trovato sulla porta di casa un fiocco ricamato con su scritto “Bentornati-Fogadtatàs” (Bentornati in lingua ungherese). Abbiamo aperto la porta e siamo stati sopraffatti dall’emozione: sul tavolo del salone un ciambellone al cioccolato profumatissimo, in cucina una spesa fornitissima che i nostri vicini avevano preso per noi un po’ per volta, nel frigorifero tanti prodotti freschi che i nostri vicini avevano preso per noi appena hanno saputo che partivamo. Il piccolo entrato in una nuova casa non faceva altro che ripetere ‘che bello, mamma’. Abbiamo dei vicini, amici, fantastici che ci hanno sostenuto come potevano…

Ecco, crediamo che quello che racconteremo ai nostri figli e che resterà sia questo, solo con l’aiuto di una comunità intera, aiutandosi tutti insieme, si può andare avanti: solo il fratello che aiuta il fratello è una città invincibile. Siamo un popolo generoso e un grande Paese, siamo fieri di essere italiani. Adesso siamo a casa tutti insieme e abbiamo portato con noi un dono meraviglioso: il nostro secondo amore”.

Una mamma e un papà

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