Terzo settore

Inventiva, creatività, adattabilità: le parole chiave per la ripresa

30 Aprile Apr 2020 1800 30 aprile 2020

"È ora, quando la fragilità delle reti di protezione sociale diventa più evidente, che serve un’azione robusta e vivace delle organizzazioni del privato sociale". L'intervento dell'amministratore delegato di Euricse e segretario generale di Fondazione Italia Sociale

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Innovazione Sociale 2
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"È ora, quando la fragilità delle reti di protezione sociale diventa più evidente, che serve un’azione robusta e vivace delle organizzazioni del privato sociale". L'intervento dell'amministratore delegato di Euricse e segretario generale di Fondazione Italia Sociale

Il periodo di intorpidimento sociale in cui il coronavirus ci ha fatto sprofondare è un’incognita difficile da decifrare. Da un lato c’è il rischio di adeguarci all’idea che lo Stato debba prendere l’iniziativa e farsi carico delle azioni necessarie non solo nell’emergenza ma anche nelle fasi successive, quelle della ripartenza. Con un pericoloso arretramento rispetto al percorso che fin qui ha condotto a un riconoscimento sempre più ampio della funzione complementare e non ancillare del Terzo settore.

È però anche vero, d’altro lato, che nel tempo di Covid-19 la reazione alle severe restrizioni alle libertà personali è andata oltre la semplice obbedienza all’autorità, manifestando un senso collettivo di responsabilità di cui siamo stati i primi a sorprenderci. È vero, il rischio per la salute è un forte deterrente e ha contribuito a far rispettare le regole. Nondimeno se siamo stati così disciplinati e tolleranti non è solo il risultato di una coercizione. È come se la pandemia avesse agito come correttivo al disincanto sociale, facendoci riconoscere in un destino comune in cui non c’è comportamento del singolo individuo che può essere separato dagli effetti che provoca sulla condizione degli altri. La riscoperta del valore della socialità - sia pure a distanza, e dunque desiderata proprio in quanto negata - potrebbe essere una delle conseguenze impreviste di questo periodo di isolamento nelle nostre case.

Che probabilità ci sono che questo sentimento collettivo riesca a resistere anche dopo il ritorno alla normalità? Qui sta appunto l’incognita, in cui si confrontano due forze opposte ugualmente potenti. Per un verso il desiderio legittimo di tornare a come eravamo prima, chiudendo la parentesi e riprendendo la vita che ci è familiare. Con il corollario di una rinuncia a utilizzare questo tempo per diventare un po’ migliori. Dall’altro la spinta a convertire la reazione emotiva di queste settimane in una leva per riconsiderare sotto un’altra luce alcuni aspetti fondanti la nostra vita associata e le sue prospettive.

La crisi ha prodotto ritorno di consapevolezza, esercizio della responsabilità personale, apprezzamento per i comportamenti collaborativi, riconoscimento dell’altruismo, fiducia nella competenza. Anche senza prospettare radicali cambi di paradigma è un’esperienza da non disperdere. Potrebbe segnare un passaggio nella psicologia e nei comportamenti collettivi. Ma non è scontato e neppure meccanico: richiede impegno e credo che far fruttare questo momentum sia anche compito delle organizzazioni dell’economia sociale e del Terzo settore.

È in tempi come questi che il senso della propria azione va riaffermato e fatto valere, con una visione di lungo periodo, non solo concentrata sulla riparazione dei danni e sul ritorno al business as usual. È ora, quando la fragilità delle reti di protezione sociale diventa più evidente, che serve un’azione robusta e vivace delle organizzazioni del privato sociale. Non sarà facile: l’impatto della crisi si misurerà non solo nelle conseguenze economiche e occupazionali dirette, ma anche nelle trasformazioni dello scenario sociale e della domanda di servizi che emergerà nel new normal. Saranno richieste nuove risposte: dal sostegno extrascolastico per chi rischia di pagare il costo della disuguaglianza educativa alla gestione delle patologie croniche nella popolazione anziana, solo per fare due esempi. Non potendosi permettere la paralisi, il Terzo settore dovrà fare i conti con più domande da soddisfare a fronte probabilmente di minore disponibilità di risorse pubbliche e private. Dunque, ci sarà bisogno di capacità inventiva, creatività organizzativa, e adattabilità. Solo così questo periodo, anziché essere una semplice parentesi da lasciarci rapidamente alle spalle, sarà servito a sviluppare nuove idee e rinvigorire energie per non farci travolgere dall’incertezza.

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