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#Fase2

Anci: «Bene i centri estivi, ma riaprano anche i servizi educativi»

19 Maggio Mag 2020 1632 19 maggio 2020
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Un'intervista con Cristina Giachi, referente Anci per la scuola, all'inizio della fase 2. «Attivare centri estivi è utile perché ci sono situazioni di fragilità a cui è bene dare una risposta istituzionale: per farlo però si chiamano in campo risorse - quelle del Terzo settore - che non sono ugualmente distribuite nel Paese. Se non riapre la scuola, ci saranno intere zone del Paese in cui i bambini non avranno nulla fino a settembre. Soprattutto i piccolissimi»

Le linee guida per i centri estivi sono finalmente arrivate, sabato sera. «E stiamo già a tribolare. Il CTS ha preso alcune delle proposte di Anci, ma non tutto. Stiamo raccogliendo le considerazioni da portare alla ministra Bonetti, che si è molto impegnata, così da poter apportare delle modifiche». Così Cristina Giachi, vice sindaca di Firenze e presidente della Commissione istruzione Anci commenta le linee guida per i centri estivi, le prime che si occupano di bambini e ragazzi in questa emergenza Coronavirus.

Cosa non va?
Vanno riviste in ottica di sostenibilità: per come sono formulate si rischia di trovarsi sommersi dagli adempimenti: sanificazioni, responsabilità. Serve una ripartizione delle responsabilità. Se il minore va al parco non è la stesa cosa che se va al parco all’interno di una attività organizzata, con un educatore: deve essere diverso per il comune, occorre distinguere.

Rivedere in ottica di sostenibilità è un'espressione preoccupante: significa allentare la sicurezza?
No, mantenendo standard di sicurezza adeguata. Si può anche decidere che vanno bene così, ma allora serve stanziare delle risorse.

È balzato subito agli occhi che non c’è nulla per i piccolissimi, sotto i 3 anni. Perché?
Avevamo chiesto di poter sperimentare, come Comuni, qualche servizio educativo sullo 0-3 e sui 3-6, sarebbe molto utile anche per prepararsi a settembre. A Firenze per esempio siamo pronti a partire con un progetto per accogliere i bambini molto piccoli nei parchi, con educatori che aiutino la fruizione del verde pubblico, ma al momento non ci sono autorizzazioni per la fascia 0-3. C’è come un muro, tutto ciò che rimanda all’attività ordinaria di istruzione e ai servizi educativi è congelato. Ora, francamente, a me lascia perplessa il fatto che sulla scuola non sia stata presa alcuna determinazione. Si è dettagliata persino la tolettatura del cane ma la scuola è rimasta un tabù. La trovo una scelta discutibile, tanto più oggi che è ripartito sostanzialmente tutto. Attivare centri estivi è utile perché ci sono situazioni di fragilità a cui è bene dare una risposta istituzionale: per farlo però si chiamano in campo risorse - quelle del Terzo settore - che non sono ugualmente distribuite nel Paese, questo va detto. Se non riapre la scuola, ci saranno intere zone del Paese in cui i bambini non avranno nulla fino a settembre. Lo sforzo che faremo dal punto come enti locali è far emergere questa realtà, queste situazioni che rischiano di divenire spaccature insanabili. Riaprire le scuole è complesso, senza dubbio, ma ne stiamo affrontando tantissime, facendo ovunque un bilancio fra rischi e benefici. Ci sono anche limiti strutturali, sì, ma a settembre che cosa ci sarà di diverso? Non è che le scuole le demoliamo e le ricostruiamo a settembre, tanto più se nessuno ha deciso che va fatto. In questa fase in cui tutti siamo disposti a metterci in gioco, valeva la pena di provare ad attivare qualcosa.

Uno dei punti più ricorrenti delle varie riflessioni è il fatto che sia per l’estate sia per la scuola che verrà, si deve pensare a una scuola che esce dalla scuola, con alleanze educative che coinvolgano spazi e soggetti sul territorio. Questa è una necessità ma anche una grande opportunità. Esperienze in tal senso non sono nuove, ma forse ancora episodiche ed esemplari. A quali condizioni questa sinergia tra scuole, comuni e non profit di cui tanto si parla come chiave di volta, potrà davvero fare di fatto un salto di qualità e diventare strutturale?
Il salto lo farebbe fare solo le risorse messe in campo. Buone pratiche ce ne sono tante, come lei dice, ma se vogliamo farla diventare una dinamica estesa e non più una presenza dovuta al carisma di un territorio servono risorse. I 150 milioni stanziati sono un buon primo passo.

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