India Kit Manju
#Covid19

Dall’India al Mozambico, la pandemia non ferma la cooperazione

22 Maggio Mag 2020 1846 22 maggio 2020
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Il Coronavirus ha colpito tutti i continenti. L’impatto sulla vita delle persone è stato pesante un po’ ovunque, ma ci sono Paesi in cui la vita era difficile già prima e dove il lockdown ha impattato pesantemente su economie informali e progetti di aiuto allo sviluppo. A Bangalore, per esempio, gli autisti di tuk-tuk si sono reinventati fattorini per i supermercati, mentre a Maputo la informazioni hanno viaggiato via sms. Due testimonianze dal campo

A Bangalore Manju Menon, responsabile dell’ong Acra in India e referente per il progetto Namma-Auto, ovvero “Tuk-tuk sostenibili”, sta vivendo dai primi di maggio nella cosiddetta Fase 3 che ha visto un leggero allentamento dell’isolamento imposto per contrastare la diffusione del virus. In questi mesi i progetti non si sono fermati ma le difficoltà incontrate sono state notevoli perché spiega Manju Menon «L'India ha una larga parte della sua popolazione impegnata in settori informali. Molti di loro sono immigrati dall'India rurale. Mentre prima si guadagnavano da vivere lavorando sodo, l'isolamento ha messo a dura prova le loro possibilità e si sono trovati in condizioni di estrema vulnerabilità. Non potendosi permettere il costo della vita in città, hanno iniziato a migrare verso le campagne».
La solidarietà non si è fermata, continua la responsabile «se da un lato abbiamo visto un sostegno incredibile provenire da tante direzioni (individui, filantropi, fondazioni, aziende, governo, ecc.), dall’altro, la perdita di reddito ha portato grandi problematicità per le persone. Nel caso del progetto di Acra, Namma-Auto, gli autisti di tuk-tuk non avevano altre fonti di reddito durante la pandemia, ma dovevano comunque pagare l'affitto della loro casa, le tasse scolastiche dei figli e occuparsi delle loro esigenze sanitarie, rimborsare i prestiti che avevano chiesto. Il governo ha dichiarato una moratoria per le banche sui prestiti e sul loro rimborso, ma gli autisti dei tuk-tuk non hanno potuto utilizzare questo beneficio perché di solito fanno appello a prestatori informali a tassi d'interesse elevati». Per non parlare delle difficoltà incontrate nel contattare gli stessi autisti coinvolti nel progetto i cui cellulari non sempre erano raggiungibili.

In Mozambico dove lo stato di emergenza è stato decretato il 20 marzo, ma la mobilitazione pubblica era iniziata a febbraio dopo i primi casi in Sudafrica con la chiusura temporanea delle scuole, Massimo Tommaselli (nella foto con alcuni partecipanti al team), coordinatore di Acra nel Paese e che segue due progetti su Maputo (Sub-Urb per lo sviluppo sostenibile e inclusivo e Sanitation relativo alla rete idrica) cofinanziati rispettivamente da Aics e dall’Ue, ha registrato un cambio notevole nella vita delle persone «molti hanno perso il lavoro nel settore formale che ha ristretto le attività, ma il cambiamento è stato ancor più evidente l'arresto di moltissime attività del settore informale che qui impiega la maggioranza dei lavoratori attivi. Il blocco dei trasporti privati e la limitazioni dei posti , condiziona enormemente la vita delle persone che si muovono tutte con trasporti collettivi.
In Mozambico esistono circa 400mila veicoli per una popolazione di quasi 30 milioni di persone». Tomasselli osserva: «L'economia è bloccata e anche le attività essenziali stanno risentendo della situazione. Il problema più serio è legato all'alto livello di economia informale che oggi non beneficia di nessun sostegno o garanzia. La maggioranza della popolazione deve provvedere giornalmente alla propria sopravvivenza e non è in grado di applicare le norme di sicurezza emanate dal governo». E a peggiorare la situazione il rientro in patria di 25mila mozambicani, lavoratori permanenti nelle miniere del Sud Africa, ma nelle loro regioni d’origine non esiste un altro lavoro e la stagione agricola inizierà a ottobre «Ora più che mai è necessario che la solidarietà non si fermi», chiosa il coordinatore.

In entrambi i Paesi i progetti non si sono fermati nonostante il coronavirus, anche se hanno subito qualche modifica, come spiega per esempio Manju Menon (nella foto) «Il progetto di Acra Namma Auto co-finanziato dall'Ue, è rimasto molto attivo durante questo periodo. Abbiamo riconvertito la campagna di sensibilizzazione per creare consapevolezza intorno al Coronavirus utilizzando vari mezzi di comunicazione e anche pianificato un programma di igiene e sicurezza per i conducenti di tuk-tuk. Siamo costantemente in contatto con gli autisti. Una parte del consorzio del progetto ha svolto ricerche per valutare e comprendere le esigenze di mobilità post-covid-19, una parte si è occupata di far ottenere ai conducenti un'assicurazione medica per il covid-19. Un altro team ha cercato di coinvolgere gli autisti come delivery-boy per la consegna di generi alimentari dai negozi. Uno dei partner ha organizzato la distribuzione di pacchi alimentari per le famiglie degli autisti. Per questo motivo sono stati due mesi di attività intensa per tutti i partner di Namma Auto».
In particolare il progetto delivery ha avuto risultati alterni, precisa Manon: «Abbiamo ricevuto una buona risposta da negozi di alimentari e supermercati per la collaborazione con autisti di tuk-tuk come personale di consegna, impiegando circa qualche dozzina di loro. Ma ci sono state sfide particolari. Il lavoro richiedeva che gli autisti leggessero l'inglese e molti non sono in grado di soddisfare questo requisito. In secondo luogo, c'erano rigide restrizioni per ottenere i pass per i veicoli e la durata dei pass era ridotta a 48 ore, il che significa che il processo doveva essere ripetuto ogni due giorni, quindi nonostante la domanda e l'offerta di tali servizi, essi hanno dovuto affrontare ostacoli operativi».

A Maputo solo una piccola parte del lavoro del progetto ha potuto essere fatta da remoto «bisogna essere presenti per poter cambiare le cose», ammette Massimo Tomasselli. Che aggiunge «Per affrontare la situazione, e portare avanti le attività dei progetti di Acra, oggi facciamo incontri quasi individuali o in gruppi piccolissimi e, per raggiungere la popolazione beneficiaria, abbiamo ingaggiato 31 persone; per ridurre i contatti e accelerare la fase organizzativa tutto il lavoro solitamente cartaceo è realizzato tramite un’applicazione sul telefono e i dati sono centralizzati su una piattaforma online da noi gestita....insomma abbiamo dovuto per necessità cambiare il modello e aggiornare velocemente il sistema di lavoro. È stato uno sforzo organizzativo e di gestione enorme, e i collaboratori oggi sono quasi tutti laureati giovani e con familiarità con le tecnologie telematiche. È un nuovo modo per fare divulgazione, e monitoraggio. Se in Europa con WhatsApp si raggiunge un grande pubblico qui a Maputo l'85% dei telefoni sono cellulari semplici senza internet, per cui le campagne viaggiano con gli Sms. Noi ci siamo adeguati e abbiamo installato una piattaforma per l'invio massiccio di Sms d'informazione a migliaia di numeri raccolti attraverso la campagna sul terreno, ma anche attraverso le catene informative circolari. Da un certo punto di vista siamo stati molto facilitati nella trasformazione dal fatto che già il progetto di Acra Sub-Urb, co-finanziato dall’Aics, aveva previsto una forte componente innovativa e incorporava iniziative di gestione dei servizi municipali attraverso i mezzi telematici».

Sul fronte mascherine e gel igienizzanti i problemi si sono registrati ovunque, con le difficoltà nel reperimento del Dpi che hanno accomunato un po’ tutti i Paesi.
«Per i reperimenti, inizialmente è sorto il classico problema della speculazione sui prodotti Dpi (disinfettanti, maschere, guanti) a prezzi stellari o introvabili, quindi ci siamo organizzati in tempo prima della chiusura delle frontiera con il Sudafrica facendo scorte nella città più vicina, quando a Maputo già i prodotti ed i medicinali erano oggetto di accaparramento» racconta Tomasselli. «Ora siamo sempre all'erta e appena si trovano igienizzanti e guanti li acquistiamo. Per le mascherine, invece, che sono veramente indispensabili e introvabili, ne abbiamo richieste più di 500 a vari sarti locali che le stanno producendo per tutti i tecnici del comune del servizio Acqua e risanamento (nostri partner) e per tutto il nostro staff. Un modo in più per sostenere l’economia locale».
E le stesse difficoltà le denuncia Menon da Bangalore: «Nella fase iniziale dell'isolamento, abbiamo avuto difficoltà a procurarci dispositivi di protezione personale come maschere e prodotti igienizzanti, tra cui disinfettanti per le mani, ecc. Ciò è stato attribuito al blocco dei trasporti oltre i confini dello Stato che ha avuto un impatto sulla catena di approvvigionamento per alcune settimane. Nel corso delle settimane la situazione è migliorata notevolmente. Come Paese che ha sempre investito su soluzioni economiche, spesso emerse dalle masse e dal basso, abbiamo visto nascere delle soluzioni. Abbiamo assistito a diversi gruppi di auto-aiuto di donne in tutto il Paese che producevano maschere di stoffa (lo smaltimento delle maschere chirurgiche stava emergendo come un rischio ambientale). Allo stesso modo abbiamo visto la riconversione della produzione di diverse fabbriche. Con i confini dello stato via via aperti, speriamo in una fornitura costante per tutti gli articoli essenziali, compresi i dispositivi di protezione individuale e i prodotti per l'igienizzazione».

In apertura la consegna del kit per igienizzare i mezzi nella sede del progetto Namma-Auto - “Tuk-tuk sostenibili” - tutte le foto fornite da Ufficio Stampa

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