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«Chi non spera non è libero»: al Terzo settore serve speranza per ripensarsi davvero

28 Maggio Mag 2020 1202 28 maggio 2020
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Se il Terzo settore non è in grado di creare nuove forme di potere, ma si gioca con l'etichetta del "buono" le forme di potere degli altri, che sono sempre di natura estrattiva, il suo contributo alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza nel tempo che verrà sarà scarso. Ecco perché occorre riconfigurare il rapporto tra mezzi e fini e prepararci a un nuovo esodo verso forme di mutualismo radicate in una visione dell'uomo coerente con la vita. Lontano da burocrazia, procedure e vecchie logiche

Se guardiamo a quanto sta accadendo alla cooperazione sociale e nel Terzo settore non possiamo che provare preoccupazione. Non solo per colpa, ma anche per distorsioni istituzionali i nostri mondi si trovano schiacciati in dimensioni procedurali che rischiano di annichilire ogni speranza.

Rifondare la speranza

Vivo a Bergamo, un posto particolarmente segnato dalla catastrofe che ha segnato e sta segnando il nostro tempo. Parlare di speranza, parlarne da qui, è molto particolare. Come parlare, infatti, di speranza in quello che anche il New York Times ha definito uno degli epicentri mondiali della pandemia? Il "come" ci rimanda al "perché", al senso: parlare di speranza è possibile, ad alcune condizioni. Parlare di speranza è possibile se parlando di speranza parliamo della vita.

Johnny Dotti

Parlare di speranza come vita non significa parlarne cronologicamente. Significa parlare di una speranza che già si fonda o si deve fondare su ciò che vediamo nel presente e sulla sollecitudine che già il presente ci indica. La speranza non è un dopo, ma un adesso. Ma la speranza non è ottimismo ingenuo o sfacciato, è consapevolezza che il presente non fa sconti. L'ottimismo della serie "cambierà tutto", "siamo tutti più belli, più saggi, più buoni" è solo una porta spalancata verso il baratro. Un ottimismo che, verso metà marzo, quando nella bergamasca non riuscivamo nemmeno a seppellire e salutare i nostri morti era a dir poco fastidioso, oltre che sbagliato.

La speranza è fame di tempo, essere dentro il tempo senza la pretesa di dominarlo. Dobbiamo farla finita con un immaginario spaziale della speranza e con l'immaginario della speranza intesa come dilazione a domani. Al contrario, la speranza è già una dimensione dell'oggi che pretende, però, che di quel presente non si nasconda nulla

Johnny Dotti

La speranza si fonda su quello che già viviamo e sentiamo oggi. Non è una proiezione nel domani o, meglio, non siamo noi che andiamo incontro al futuro ma è il futuro che viene incontro a noi. Una speranza che parla già dentro il tempo. La speranza non è una dimensione spaziale: un allargamento del confine di quanto già avevamo.

La speranza: nostalgia della libertà

La speranza è fame di tempo, essere dentro il tempo senza la pretesa di dominarlo. Dobbiamo farla finita con un immaginario spaziale della speranza e con l'immaginario della speranza intesa come dilazione a domani. Al contrario, la speranza è già una dimensione dell'oggi che pretende, però, che di quel presente non si rimuova nulla. Sono soprattutto le cose che ci hanno dato fastidio, le cose che ci hanno fatto male che non dobbiamo rimuovere perché contengono la speranza.

La speranza è una virtù bambina, insegnava Charles Péguy. Una bambina che tiene per mano l'amore e la fede, che sono virtù teologali e non nascono dal merito umano, ma dal mistero. Nascono dalla vita.

In questo momento chi non spera non è libero. Ci siamo sentiti costretti dentro delle dimensioni sociali legate alla sicurezza che ci hanno fatto provare la nostalgia della libertà. Siamo stati tutti "reclusi" e abbiamo capito almeno un po' la condizione che i carcerati vivono per anni e che i poveri vivono per tutta la vita: abbiamo così scoperto che la libertà non è solo libertà di scegliere, ma libertà di essere quello che siamo indipendentemente dalla condizione.

La questione della libertà diventerà sempre più fondamentale e sempre più più si legherà alla dimesione della speranza, perché entriamo in un tempo pericoloso per la libertà. Un tempo pericoloso per la libertà perché avremo un irrigidimento delle forme statuali di controllo e polizia da un lato e, dall'altro, si rafforza il mito che sembra assicurarci delle vie d'uscita, il mito tecnico.

La speranza è una virtù bambina, insegnava Charles Péguy. Una bambina che tiene per mano l'amore e la fede, che sono virtù teologali e non nascono dal merito umano, ma dal mistero. Nascono dalla vita

Johnny Dotti

Una tenaglia sembra chiudere dunque in una morsa la libertà, ovvero il "chi siamo noi". Solo la speranza è in grado di tenere aperta la strada della libertà.

Ripartire dall'oggi per ritrovare il domani

Se dobbiamo partire dall'oggi e dalla profondità dell'oggi e dentro questo oggi vogliamo ritrovare il seme del domani si aprono questioni importanti. Importanti anche e soprattutto per il Terzo settore che, ora più che mai, deve chiedersi dove sta andando.

La prima cosa importante è la non rimozione della nostra fragilità. La pandemia ci ha fatto capire che siamo tutti fragili e la fragilità non va riparata, ma accolta come unica possibilità di incontro vero con gli altri. Solo le fragilità si incontrano, mentre le potenze di scontrano o contrattano per costruire degli spazi di non condivisione. Nella nostra tradizione le Banche Popolari, le cooperative, il sindacato nascono da incontri di fragilità consapevoli. La speranza che si fonda sulla fragilità è capace di costruire solidarietà. Altrimenti sono procedure vuote.

La seconda questione è che la speranza non possiamo possederla. La possiamo custodire, se siamo imprenditori la possiamo amministrare ma la speranza è un dono, non viene da un merito umano. Questo significa che se la custodiamo non possiamo consumarla, ma dobbiamo consegnarla. La speranza vive, cresce, si muove solo se passa da generazione a generazione. Solo se ho la consapevolezza che devo consegnarla a qualcuno e ho la consapevolezza di averla ricevuta da qualcuno la speranza diventa un'energia enorme. La speranza non è un business plan, non è un progetto. La speranza è un movimento corale.

La pandemia ci ha fatto capire che siamo tutti fragili e la fragilità non va riparata, ma accolta come unica possibilità di incontro vero con gli altri. Solo le fragilità si incontrano, mentre le potenze di scontrano

Johnny Dotti

L'esodo del sociale

La mia sensazione, però, è che nemmeno stavolta le cose generale, dei sistemi generali, cambieranno. Si irrigidiranno i processi statuali e quelli tecnologici, ma i processi sociali rischiano di galleggiare su un'idea riparativa: «rimanggiamo e aggiustiamo ciò che c'era e ripartiamo». Non funziona così. Non può funzionare così.

Chi custodisce invece un desiderio di trasformazione deve sapere che andrà incontro a un viaggio lungo e, a volte, apparentemente senza risultato. Ma come ricorda l'Esodo, quando si parte per il deserto si raccolgono poche cose del passato. Una modalità concreta per custodire la speranza è chiederci cosa ci portiamo con noi in vista di questo lungo viaggio. Quali sono le due o tre cose importanti che ci porteremo con noi? Due o tre cose: il resto è da buttare via. Alcune cose non si potranno più fare, se vorremo continuare a guardare in faccia gli altri e non schiacciarli e schiacciarli in un processo di adempimento di procedure e di tecniche di cui le varie istituzioni socio-sanitario-assistenziali-educative riempiranno tutti.

La fase-don Abbondio

Siamo nella fase-don Abbondio: tutti scaricano le proprie responsabilità. Certamente, il mondo della cooperazione sociale e del Terzo settore deve fare i conti con questa cosa, con le procedure e i bandi, ma non deve consegnare alla burocrazia il senso e il senso della sua azione altrimenti è finita.

Dobbiamo dunque custodire, portare con noi due o tre cose imporanti e imparare a lasciar andare il resto. In questo lasciar andare succede qualcosa di importante: nell'Esodo nel lasciar andare si rifonda un popolo. Un popolo che si forma con chi si è messo in viaggio assieme a noi, con chi è nel deserto con noi, con chi ha lasciato il miraggio apparentemente sicuro dell'oasi consolatoria delle procedure.

Avevamo nelle cose di prima una serie di rapporti che ci rassicuravano. Alcuni di questi rapporti li dobbiamo lasciar andare, ma altri ne nasceranno se è vero che fare le cose con gli altri viene prima del fare le cose per gli altri. O, meglio, se fare le cose per gli altri si avvera solo facendo le cose con gli altri. Questo riguarda i giovani, i carcerati, gli immigrati, i disabili con cui (e non solo per cui) lavoriamo.

Camminare con gli altri comporterà fatica, entusiasmo, sofferenza, cadute. Ma camminare assieme ha bisogno di un orizzonte. Non si può possedere la speranza, ma la speranza abita sempre un orizzonte. Un orizzonte che interiorizza, che si porta dentro: per questa la ragione la speranza ha a che fare con la libertà.

Il nostro tempo richiede comunanza, ovvero condivisione delle fragilità. L'innovazione verrà solo da questa condivisione di fragilità, non da qualche formula magica letta a casaccio su qualche rivista di management. Non sono in ballo solo nuovi format di servizio, ma nuove forme del nostro agire, del nostro pensare, del nostro vivere, del nostro cooperare. Del nostro sperare. Insieme.

Servono nuove forme di potere

La cooperazione sociale, il Terzo settore, il nostro mondo devono cominciare a farsi amici quelli che vogliono stare insieme, non i funzionari con questa o quell'altra delega. Non cerchiamo grandi finanziatori, ma tanti compagni di viaggio. Non cerchiamo tanti professionisti, ma persone che condividono la nostra visione della vita. Non cerchiamo di ristrutturare tanti servizi: forse ne facevamo anche troppi. Dobbiamo imparare a tracciare e narrare forme di intrapresa che non sono quelle dello status quo o quelle che ci impone il mercato. Se riusciremo a farlo, allora consegneremo la nostra speranza e, quindi, la nostra libertà a quelli che verranno.

Con un'ultima preghiera: spalanchiamo le porte ai giovani! Non le porte ai "giovani professionisti", ma ai giovani nelle assemblee, nei consigli decisionali, in quelli di amministrazione! Perché l'età media dei mondi del sociale è troppo alta. Il percorso sarà lungo e ha bisogno di gambe giovani per andare in profondità. Se è vero quanto abbiamo detto della speranza, la sua capacità rigenerativa la vedremo nelle forme di potere. La speranza trasformerà le forme di potere che, in occidente, sono di natura perversa. Se il Terzo settore non è in grado di creare nuove forme di potere, ma si gioca con l'etichetta del "buono" le forme di potere degli altri, che sono sempre di natura estrattiva, il suo contributo alla libertà, alla giustizia e all'uguaglianza sarà scarso

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