Africa

Somalia, il Paese che non conosciamo più

1 Giugno Giu 2020 1536 01 giugno 2020

Dal misticismo all’orrore oscurantista di al Shabab, dal colonialismo al caos politico, come è cambiato il Paese del Corno D’Africa tornato protagonista delle nostre cronache per il rapimento di Silvia Romano. Dialogo con Ahmed Sabrie

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Dal misticismo all’orrore oscurantista di al Shabab, dal colonialismo al caos politico, come è cambiato il Paese del Corno D’Africa tornato protagonista delle nostre cronache per il rapimento di Silvia Romano. Dialogo con Ahmed Sabrie

Recentemente si è parlato molto di Somalia per la vicenda della giovane Silvia Romano e spesso la narrazione è risultata superficiale e viziata dal pregiudizio. Abbiamo chiesto di aiutarci a fare chiarezza aI dottor Ahmed Sabrie, medico agopuntore figlio di quella terra, che da trent’anni vive e lavora a Roma

Dottor Sabrie, come descriverebbe la Somalia a un amico?

Manco fisicamente dalla Somalia da circa trent’anni, come la maggior parte dei Somali che risiedono in Italia. La Somalia che ho conosciuto io è legata ai miei ricordi da ragazzino, e i miei ricordi non possono che essere più che positivi. Ho vissuto un Paese appena indipendente dalla colonizzazione italiana, in un momento di grandi aspettative e anche se c’erano pochissimi medici, poche strutture sanitarie, poche scuole, la gente era felice di quello che aveva e credeva nel futuro. C’era maggiore libertà per tutti, anche se persistevano alcune differenze, ma si stava vivendo una stagione nuova. Le giovani donne erano incoraggiate a studiare e ad andare in moto come gli uomini, a indossare i colori più vivaci, a lavorare. Il Paese che ho rivisto dopo 15 anni, verso la metà degli anni ’80, era invece completamente diverso, piombato nella dittatura, e quindi ho un pessimo ricordo di quell’esperienza. La Somalia non era più la terra dove avrei voluto tornare, portando, come molti altri giovani, un bagaglio di esperienze e competenze acquisite all’estero, da mettere al servizio di tutti. Sono stato cacciato via dal feroce regime militare, che aveva creato una situazione tribalizzata.

Come si è arrivati a tutto questo?

La situazione attuale riflette la decisione del regime militare di stringere alleanze con i Paesi del Golfo, Arabia Saudita in particolare. Quest’ultima ha elargito ogni anno centinaia di borse di studio per i giovani che così venivano mandati a studiare teologia islamica. La conseguenza è stata che, al loro ritorno, questi giovani erano diversi e hanno portato in Somalia il wahabismo più duro. Hanno cominciato a tacciare i Somali di non essere buoni musulmani, di esserlo solo nominalmente, annunciando che da quel momento ci avrebbero pensato loro a renderli dei veri devoti, ad insegnare ed applicare il vero islam. I Paesi del petrolio hanno investito molto nella costruzione e nel controllo di moschee e scuole, e questo ha portato a un cambiamento radicale, che anche a livello visivo si è tradotto con la scomparsa dei colori, soprattutto per le donne, obbligate a vestirsi solo di nero, mentre molti uomini hanno adottato l’abbigliamento degli uomini del Golfo. Tutto ciò è avvenuto con il beneplacito e la connivenza del regime militare. Fallito il regime militare, sono però rimasti questi retaggi. Le corti islamiche, formate soprattutto dai capi tribù e signori della guerra che erano stati sconfitti, hanno preso il potere completo nelle grandi città a causa dell’assenza totale di un’autorità centralizzata. È così che nascono gli al Shabab, che nel tempo hanno tratto sostegno e vantaggio anche dal caos creato da ingerenze straniere nel Paese.

Quali strategie hanno messo in atto per finanziarsi?

La loro strategia è sempre stata in qualche modo piratesca, in particolare da quando hanno preso possesso delle città costiere, del controllo delle esportazioni di carbone e delle importazioni di beni di vario tipo. Sono autori di sequestri di navi nel Golfo di Aden, dove è cresciuta la loro influenza. Oggi si finanziano anche attraverso i rapimenti all’interno della Somalia stessa: sono stati rapiti uomini e donne di Medici Senza Frontiere (MSF) ed è stato chiesto un riscatto, e tutt’ora sono nelle loro mani medici cubani. Quello di Silvia Romano è l’ultimo anello che a loro ha fruttato molto sotto due aspetti, quello mediatico, sono riusciti ad avere grande visibilità e a mettere gli Italiani uno contro l’altro, e quello economico, intascandosi i soldi che hanno chiesto attraverso mediatori. Gli al Shabab sono presenti in tutta la Somalia e sono capaci di compiere attentati in tutto il Paese, anche a Mogadiscio; sono in grado di estorcere il pizzo, di imporre tasse e lo Stato è totalmente assente, anzi, ci sono connivenze anche ad alti livelli. Al Shabab sono un’emanazione di al Qaeda, solo una branca è legata al Daesh.

Quanto ha inciso il wahabismo nella pratica religiosa in Somalia, dove prima si viveva un Islam illuminato, con una grande vena mistica?

Gli al Shabab sono stati in grado di influenzare qualunque cosa. Il misticismo è stato abolito, tranne che nella Somalia centrale, dove hanno prevalso i cosiddetti Ahl al Sunna wa al Jamaa. I sufi sono stati totalmente emarginati e l’interpretazione del Corano è stata trattata come se fosse del tutto nuova, come se i Somali non conoscessero il libro. Sono sorte varie sette, anche all’interno di al Shabab e spesso sono in contrasto tra loro. Oggi manca totalmente la libertà, compresa quella di culto. In passato le donne prendevano parte a preghiere, alle salmodie fino a tarda ora, sia pure separate uomini e donne, ma questo non esiste più. Gli al Shabab scrivono a loro piacimento sentenze di morte. Sconfiggerli sarà una lunga operazione. La gente vive con questa consapevolezza e cerca di adattarsi per resistere, sperando nella sconfitta di questo gruppo terrorista. Di certo, quando questo avverrà, nulla tornerà come prima.

Come vivono le donne somale queste imposizioni?

Le donne somale sono fiere e coraggiose, ma sono i primi obiettivi dei terroristi. Gli al Shabab sono contro le donne e vogliono l’analfabetismo tra i giovani. Molti dei loro attentati e delle loro azioni criminali sono contro la parte femminile della popolazione. Hanno colpito donne di varia estrazione, da quelle che pulivano le strade, che regolarmente venivano uccise con bombe o mitragliatrici, o venivano avvelenate, a quelle di cultura. Ciò nonostante, le donne hanno continuato a operare e questa è una grande forma di resilienza.

Come Hodan Nayale?

Hodan, tra i fondatori di Integration Tv, una piattaforma per raccontare la bellezza e la gioventù somala, è stata assassinata in un attentato terroristico non solo perché donna, ma anche perché trasmetteva positività, speranza e si occupava dei bambini, cercando di cambiare il loro sguardo. La reporter aveva avuto importanti esperienze professionali in Canada e ha voluto riproporle in Somalia e la popolazione l’ha accolta molto bene. Gli al Shabab, invece, la consideravano un nemico, perché era in grado di influenzare la gente e trasmettere speranza per il cambiamento. La scuola è speranza, i servizi socio-sanitari sono una speranza e non è un caso che questi siano sempre stati loro obiettivi. Gli al Shabab hanno reclutato molte persone nelle zone agricole, approfittando della loro bassa cultura e facendo leva sul fatto religioso. Mentre Hodan usava il mezzo televisivo per trasmettere consapevolezza e fare formazione, gli al Shabab convincono la popolazione che tutto sia nelle mani di Dio, per cui non servono istruzione e sanità. Nella loro logica perversa, se una persona è innocente guarisce, se è colpevole muore, e se non è colpevole la sua morte non ha nessun significato, perché tanto va in Paradiso. È con queste parole che giustificano anche i loro attentati. I civili somali sono i primi ostaggio di questi terroristi.

Perché, secondo lei, in Italia non arrivano le notizie sulle iniziative di pace e cultura promosse dalla società civile somala?

Perché queste notizie non interessano, perché non coinvolgono italiani, e soprattutto perché mancano corrispondenti, che una volta, invece, erano presenti.

Quanto pesa, secondo lei, la visione post-colonialista sulla narrazione e sull'immaginario collettivo legato alla Somalia?

Gli Italiani non hanno un’idea ben precisa della Somalia. I più anziani sanno che è stata una colonia italiana, ma le giovani generazioni non sanno però come lo è diventata, il sangue versato, la sofferenza. Hanno l’idea di un Paese selvaggio composto tutto da al Shabab.

Come medico, ma anche come uomo italo-somalo, come interpreta la reazione violenta di parte dell'opinione pubblica italiana al ritorno di Silvia Romano?

La gente si aspettava di vedere scendere dall’aereo una giovane donna vestita con una tuta militare o con i vestiti stracciati, sofferente, invece si sono trovati davanti una persona solare, resiliente, contenta di tornare a casa sua. In molti sono rimasti delusi, spiazzati. Molti si sono infuriati proprio perché Silvia è una donna, vestita come alcune musulmane, e mostrandosi contenta di essere tornata a casa, hanno reagito come se fosse stata contenta di essere stata rapita. Ritengo che la vicenda avrebbe dovuto essere trattata con maggiore sobrietà e non avrebbe creato tutto quel clamore, invece abbiamo assistito a una spettacolarizzazione di questo caso e a un’ondata di odio vergognosa. Se non fosse stata una donna non avrebbero mai, e dico mai, reagito così, non ci sarebbero stato quegli insulti, quegli atteggiamenti vigliacchi. Molti sono convinti che siano stati i Turchi a liberarla e a portarla a Mogadiscio per consegnarla agli Italiani. Questo credo che abbia ulteriormente irritato l’opinione pubblica italiana, perché forse si aspettavano un bliz, visto che a Mogadiscio ci sono circa 500 soldati italiani.

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