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Nevermind, il progetto per nanovettori che portino i farmaci fino al cervello

3 Giugno Giu 2020 1631 03 giugno 2020
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Una nuova generazione di nanovettori ingegnerizzati, per portare i farmaci in maniera selettiva oltre la barriera emato-encefalica e curare più efficacemente tumori cerebrali, malattie neurologiche e neurodegenerative. Il progetto Nevermind è coordinato dalla Fondazione Don Gnocchi

Una nuova generazione di nanovettori ingegnerizzati, in grado di superare la barriera emato-encefalica, quella struttura biologica di difesa che circonda il nostro cervello, impedendo l’ingresso di elementi nocivi presenti nel sangue. Un muro difensivo prezioso, che però in caso di malattie neurologiche, tumori cerebrali o malattie neurodegenerative finisce per ostacolare anche l’arrivo dei farmaci nel sistema nervoso centrale.

I nuovi nanovettori hanno invece proprio l’obiettivo di superare la barriera emato-encefalica per arrivare a rilasciare i principi attivi in modo selettivo, mediante recettori. Accanto alla sfida per sviluppare farmaci più efficaci c’è infatti anche quella di migliorare la capacità di raggiungere con questi farmaci le aree cerebrali coinvolte nei processi infiammatori alla base delle patologie.

Marzia Bedoni

Il progetto in questione è stato battezzato Nevermind (“Nuove frontiere nello sviluppo di nanofarmaci per il miglioramento dell’efficacia e della sicurezza terapeutica nelle patologie neurologiche”) ed è coordinato dalla dottoressa Marzia Bedoni, responsabile del Laboratorio di Nanomedicina e Biofotonica Clinica dell'IRCCS “Don Gnocchi” di Milano.

Finanziato dalla Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica (FRRB), il progetto vede coinvolti anche l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, l’IRCCS Ospedale San Raffaele, l’Università degli Studi di Milano e l’Università degli Studi di Milano-Bicocca: tutti Centri con una lunga esperienza nella presa in carico e nella cura di persone con patologie neurologiche, che uniscono ora le forze con i partner universitari per identificare una strategia comune per regalare nuove speranze ai pazienti e alle loro famiglie.

Il punto di partenza sono alcuni principi attivi che hanno già dimostrato la loro efficacia a livello cellulare, senza però riuscire a raggiungere i livelli terapeutici desiderati. L’incapsulamento di tali molecole all'interno di un nanovettore di nuova concezione dovrà dimostrare, in test preclinici su modelli sperimentali, se sia possibile sfruttarne meglio le caratteristiche curative. I ricercatori stanno lavorando sia con cellule di soggetti sani che malati, così da poter indagare eventuali modificazioni genetiche correlate all’insorgenza delle patologie, in particolare la malattia di Alzheimer, che possono influenzare la risposta dell’organismo alla terapia.