Regina Blog 05 06
Immigrazione

I can't breathe

6 Giugno Giu 2020 1034 06 giugno 2020
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Le ultime parole di George Floyd mi fanno tornare in mente tutte quelle persone salvate nel Mediterraneo che avevano affrontato la traversata stipate nel vano motore dei barconi di legno dove era impossibile respirare a causa degli spazi stretti, dell’ossido di carbonio emesso del motore, dall’odore nauseante degli escrementi e dall’acqua che entrava tra le assi di legno. E gli ultimi istanti di coloro i quali hanno perso la loro vita nel disperato tentativo di raggiungere l’Europa

“I can’t breathe”, non riesco a respirare. Queste sono state le ultime drammatiche parole di George Floyd, l’uomo afroamericano che lo scorso 25 maggio ha perso la vita a Minneapolis, negli Stati Uniti, dopo quasi 9 infiniti minuti di agonia, soffocato dalla pressione esercitata sul collo dal ginocchio di un agente di polizia e dall’indifferenza degli altri tre agenti presenti che non sono intervenuti in suo soccorso. Per la morte dell’uomo gli agenti sono stati licenziati, ma sono rimasti liberi e impuniti. Senza alcun dubbio non sarebbe stato questo l’epilogo della tragedia se l’uomo ucciso avesse avuto la pelle bianca. Soltanto il 28 giugno, tre giorni dopo, il primo agente è stato arrestato per omicidio volontario ed è stato necessario attendere fino al 2 giugno per l’emanazione dei mandati di arresto degli altri agenti da parte del Procuratore generale del Minnesota.

Un episodio drammatico che è accaduto mentre la pandemia di coronavirus colpisce il mondo intero e le vittime da essa causate perdono la vita per l’impossibilità di respirare. Ma mentre, da una parte, il Covid-19 ci pone tutti sullo stesso piano, rendendoci vulnerabili e in pericolo a prescindere dalla collocazione geografica, dalla posizione sociale e da ogni altra differenza, dall’altra, nonostante i grandi passi in avanti compiuti negli ultimi decenni, il colore della pelle torna a essere ancora una volta elemento di discriminazione.

Le ultime parole di George Floyd mi fanno tornare in mente tutte quelle persone salvate nel Mediterraneo che avevano affrontato la traversata stipate nel vano motore dei barconi di legno dove era impossibile respirare a causa degli spazi stretti, dell’ossido di carbonio emesso del motore, dall’odore nauseante degli escrementi e dall’acqua che entrava tra le assi di legno. E gli ultimi istanti di coloro i quali hanno perso la loro vita nel disperato tentativo di raggiungere l’Europa in cerca di salvezza e che non sono mai riusciti a vedere quelle coste alle quali affidavano il loro futuro e le loro speranze.

Negli Stati Uniti gli ultimi anni hanno registrato un forte incremento di episodi di razzismo e violenza nei confronti della comunità afroamericana. La morte di George Floyd è soltanto l’ultimo di una lunga serie di atti violenti che vedono la continua violazione dei diritti umani fondamentali persino da parte delle forze di polizia che mettono in atto una sorta di razzismo istituzionale. Nonostante dal 2009 al 2017 gli Stati Uniti d’America siano stati guidati da un Presidente afroamericano, Barack Obama, il percorso per l’effettiva parità delle persone di colore in America sembra essere ancora in salita.

Anche in Europa si registra un aumento degli episodi di razzismo e discriminazione nei confronti della comunità africana e, più in generale, delle persone migranti. Come non ricordare l’uccisione di Lassana Cisse avvenuta lo scorso maggio a Malta a opera di due soldati maltesi che dichiararono di aver sparato alla vittima e ad altri due migranti da un’auto in corsa soltanto per il colore della loro pelle. In Italia l’attentato di Macerata del 2018, una sparatoria nella quale rimasero feriti sei giovani di origine sub-sahariana, e per la quale l’esecutore venne incarcerato per strage aggravata dalla finalità di razzismo. Ma anche l’omicidio di Soumayla Sacko, nella provincia calabrese di Vibo Valentia, un giovane originario del Mali ucciso a colpi di fucile mentre stava tentando di recuperare del materiale per costruire un riparo dopo l’incendio della baraccopoli nella quale aveva perso la vita la nigeriana Becky Moses. E ancora, due anni prima, in Calabria, a Rosarno, la morte di Sekinè Traorè, 26enne maliano ucciso dal colpo di pistola sparato da un carabiniere.

Questi sono solo alcuni dei drammatici episodi di violenza, discriminazione e razzismo che troppo spesso ci fanno dimenticare la nostra comune appartenenza alla razza umana, al di là delle diverse etnie che ci caratterizzano e che rendono unica ogni singola persona. La bellezza della diversità, il nostro essere unici, deve unirci nell’intento di creare un mondo migliore. Un mondo in cui coloro che appartengono alle comunità più vulnerabili ed emarginate possano avere la possibilità di vivere una vita dignitosa nel pieno rispetto dei diritti umani.

L’umanità non ha colore!

*Regina Catrambone è co-fondatrice e direttrice Moas

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