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#Fase2

Tutti come in RSA: per le residenzialità la Lombardia impone un lockdown sine die

11 Giugno Giu 2020 1310 11 giugno 2020
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La Giunta regionale scrive le regole della Fase 2 per i servizi residenziali. Tutto il sociosanitario finisce in un solo calderone. «Non è la delibera che ci aspettavamo, non è la delibera di cui hanno bisogno le persone con fragilità che vivono nei servizi residenziali», commenta il Forum Terzo Settore lombardo. Unica nota positiva: test sierologico per ospiti e operatori, a carico del SSR

Regione Lombardia ha approvato lunedì 9 giugno una delibera (DGR 3226) per la riapertura delle strutture residenziali e semiresidenziali, di AMBITO SOCIOSANITARIO. «Non è la delibera che ci aspettavamo, non è la delibera di cui hanno bisogno le persone con fragilità che vivono nei servizi residenziali», commenta oggi il Forum Terzo Settore lombardo.

«La DGR 3226 è atto che segue una norma di ben altro spessore come il Piano Territoriale regionale per la riattivazione dei servizi diurni (DGR 3183), di cui auspichiamo una rapida implementazione. Un Piano Territoriale che rischia di entrare in conflitto con quest’ultima delibera, generando inutili problemi di interpretazione. La delibera sui servizi residenziali disegna un impianto che poteva considerarsi adeguato forse all’inizio della pandemia, quando sarebbe stato più che mai necessario rendere impermeabili i servizi residenziali, e in particolare le RSA, alla diffusione del Covid-19. Ma sappiamo tutti che le cose sono andate diversamente. Applicarla oggi significa pensare coloro che vivono nei servizi residenziali non come persone, con gli stessi diritti e doveri di tutte le altre, ma come dei “ricoverati” che devono essere semplicemente curati e assistiti possibilmente rimanendo all’interno delle strutture. Ma chi conosce la varietà dei servizi residenziali e delle persone che li abitano sanno che la realtà è ben diversa».

La DGR infatti prevede fra le altre cose che «per tutta la durata dell’emergenza, l’accesso alla struttura da parte di familiari/caregiver e conoscenti degli utenti deve essere concesso eccezionalmente, su autorizzazione del responsabile medico della struttura stessa (esempio: situazioni di fine vita) e, comunque, previo accertamento dello stato di salute (con modulo di autodichiarazione), rilevazione della temperatura corporea all’entrata e l’adozione di tutte le misure necessarie ad impedire il contagio».

Le regole sono le stesse per tutti e basta scorrere l’elenco delle unità di offerta sociosanitarie residenziali citate nell'allegato per capire come le situazioni siano in verità estremamente differenti: Residenza Sanitaria Assistenziale (RSA), Residenza Sanitaria Disabili (RSD), Comunità Socio-Sanitarie (CSS), Servizio Terapeutico Riabilitativo Minori (SRM), Cure intermedie, Comunità per le dipendenze, Hospice, Strutture residenziali NPIA, Strutture residenziali psichiatria. «Si ricomprendono, inoltre, le sperimentazioni sociosanitarie di carattere residenziale e le seguenti misure: Residenzialità per Minori Gravemente Disabili, Minori in Comunità, Residenzialità assistita per anziani».

«Gli aspetti positivi di questa delibera sono ben pochi», annota il Forum, «fra questi c’è: l’estensione dello screening sierologico (e in caso di positività il successivo tampone) agli operatori e alle tutte le persone ospitate nelle strutture prevedendo il costo a carico del SSR e la conferma della validità di quanto stabilito prima dall’art. 48 del DL n. 18 e poi dall’art. 109 del DL 34 in merito alla continuità dei progetti individuali e di servizio già avviati».

Le criticità invece sono diverse: «Sul piano della sicurezza, la delibera costruisce un sistema di relazioni che al posto di definire una rete di corresponsabilità tra persone con fragilità, famiglie, enti gestori, Comuni e ATS scarica tutto l’onere sul cosiddetto “Referente Covid-19” designato dagli enti gestori. Un scelta utile forse a non assumersi alcuna responsabilità civile e penale da parte delle pubbliche amministrazioni, ma decisamente inadatta a creare condizioni appropriate di vera sicurezza cucite su misura delle persone che vivono nei servizi». Rispetto all’appropriatezza, «le nostre richieste di prevedere atti distinti per la varie tipologie di Unità di Offerta sono rimaste inascoltate. Tutto confluisce sostanzialmente in un unico calderone, dove la matrice sono gli interventi previsti per le RSA che vengono poi applicati per tutta la filiera dei servizi per le persone con disabilità e fragilità di diverse età e con diverse tipologie di menomazioni e compromissioni. Pensare di garantire sicurezza e dignità applicando le stesse regole a persone ultraottantenni con diverse patologie e a persone giovani e adulte, ad esempio, con disabilità intellettiva, con problemi di dipendenza o senza particolari problemi di salute, prima ancora di essere sbagliato risulta essere del tutto illogico».

Infine, «sul piano del rispetto dei diritti e della dignità delle persone con fragilità, le restrizioni agli ingressi rimangono quelle del periodo duro del lockdown, quando tutti i cittadini -a prescindere dalle proprie condizioni di salute- vivevano barricati in casa. Ora si prospetta che, mentre il resto della società si apre a nuove relazioni sociali, la fase di confinamento per tutte le persone che vivono nei servizi residenziali si prolunghi a tempo indeterminato, indipendentemente dalle condizioni di salute delle persone. Le relazioni familiari continueranno, per chi ce la può fare sempre e solo attraverso lo schermo di un computer. È grave anche non trovare nessun riferimento e indicazione per garantire il diritto ad uscire in sicurezza dalle strutture alle persone che vi vivono, a meno che non si consideri soddisfatta questa esigenza con il giro nel giardinetto interno, sempre per chi ha la fortuna di averne uno».

Gli terzo settore hanno chiesto ripetutamente nei giorni scorsi di non omologare la realtà degli anziani con quella della disabilità, delle dipendenze, della salute mentale, della neuropsichiatria, dei minori rispettando i diversi bisogni dei cittadini. «Avremmo auspicato che l’esperienza positiva del confronto che ha portato all’approvazione della DGR 3183 in merito ai Piani Territoriali di riavvio dei servizi diurni e semiresidenziali potesse rappresentare un modello cui guardare. Così non è stato. All’Assessorato e alla Direzione Generale Welfare chiediamo di poter ridiscutere la delibera, prima che la sua applicazione generi costi e danni irreversibili».

Queste osservazioni sono condivise da Forum Terzo Settore Lombardia, Alleanza Cooperative Italiane, Welfare Lombardia, Anffas Lombardia, Arlea, Ledha, Ceal, Cnca Lombardia, Uneba Lombardia. Foto Anffas Cinisello

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