Rogoredo Feder
Dipendenze

«Sono Alice. Questo è il mio viaggio dentro e fuori dalla droga»

15 Giugno Giu 2020 1505 15 giugno 2020
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Prima l’eroina che invade il corpo e lo culla col torpore. Poi i buchi nelle vene. Le morti per overdosi. I bambini che nascono nel bosco. Prostituirsi per comprarsi una dose. Alice affida la sua storia, e quella delle persone che ha incontrato dentro il bosco di Rogoredo a Milano, allo psicologo Simone Feder e nasce il libro “Alice e le regole del bosco”. Un libro onesto che non giudica, ma racconta e basta e ci mostra come solo la relazione con l’altro ci può portare fuori dalla dipendenza

I segni sulle braccia di Alice stanno scomparendo. A tornare invece è il sorriso e quella voglia di riprendersi in mano, ricostruirsi. Ricomporsi pezzo dopo pezzo anche se a volte ha “nostalgia di qualcosa che in me ha messo radici come l’erba cattiva”. Leggetela la storia di Alice. È stata lei ad affidarla a Simone Feder, psicologo nelle strutture della comunità Casa del Giovane di Pavia dove è coordinatore dell'Area Giovani e dipendenze, autore blog “No Slot” su Vita.it, che l’ha trasformata in un libro Alice e le regole del bosco” edito da Mondadori e disponibile da domani 16 giugno.

Leggetela perché è una storia prima di tutto onesta. Che non fa sconti né al degrado in cui ti scaraventa la droga né “alle persone normali” che la droga e i drogati li guardano da fuori come fossero un fastidio per gli occhi, come se quel corpo assuefatto dalle sostanze avesse meno dignità e diritto di vivere rispetto agli altri. Siamo a Milano e il boschetto di Rogoredo è considerato tra le più grandi piazze di spaccio del nord Italia. Alice ci porta dentro al bosco della droga tanto che ne possiamo riconoscere gli odori e avvertire noi stessi il vuoto che ti prende il corpo e quella smania di riempirlo attraverso le sostanze. Vediamo anche i corpi delle persone rovinati, “i loro bozzi”, e sentiamo la pelle che si infetta e ci fa male: «Il bozzo è un fuori vena, solo che prima non lo sapevo. A furia di bucarti ti spacchi le vene. Soprattutto, te le spacca la merda con cui tagliano la roba. Se continui a insistere, le vene si intasano e inizi a gonfiarti come un pallone. Se le vene delle braccia te le sei spaccate tutte, cominci a bucarti nell’inguine. Quando anche quello si intasa, la gamba si gonfia tutta e ti rimane come un bozzo: quello è il fuori vena», si legge nel libro.

Alice, che oggi ha 20 anni, ha iniziato a drogarsi a 16 dopo aver incontrato Samu di cui si è innamorata. Ha iniziato fumando l’eroina, dopo pochi mesi è passata alle siringhe fino a che il bosco non è diventato casa sua. Ma perché Alice? «Come tanti giovani», racconta Feder, «Alice vive in una famiglia normale. E come tanti giovani anche a lei mancava qualcosa di “stimolante” dove mettere in gioco le proprie risorse e la sua intelligenza spaventosa. Poi l’incontro con Samu, la compagnia in generale, il fatto che molti ragazzi faticano a sentirsi parte di un discorso. Di base c’è la mancanza di qualcosa, di sentirsi parte di qualcosa». Alice è una ragazza comune. Ed è in quella somiglianza con tutti gli altri adolescenti che ritroviamo le ragioni del perché scrivere un libro come questo. Lo spiega bene Simone Feder nelle pagine: «Ma non riesce proprio a entrare nella testa delle persone normali che un tossico può essere chiunque. Io l’ho capito da poco. Al bosco non viene solo chi è povero, chi è disperato e ignorante o ha un trauma nascosto da qualche parte. Perché la gente, quando riconosce un tossico, senza denti e con i fuori vena che gli deformano il corpo, vede solo il risultato finale, ma prima c’è sempre una storia, un inizio: prima del tossico c’è sempre una persona, uno normale. Sembra una cosa banale da dire, ma non lo è».

Una consapevolezza questa che dovremmo fare nostra. Le sostanze non possono riguardare solo chi le usa. Perché nessuno dovrebbe permettere alle persone di diventare bestie. Eppure per i “normali” anche la morte di questi giovani diventa motivo di chiacchiericcio insulso. «Sto per tornare alla mia panchina, accompagnata da Michele (l’educatore che la tirerà fuori dalla droga)», si legge in un passaggio del libro, «quando sento una signora dire all’altra: “E adesso chissà il prossimo treno quando passa! Ma non poteva morire da un’altra parte?”. L’amica ridacchia: “Tanto era un drogato quello lì, ha fatto bene a saltare sotto al treno”. Allora la mia testa si spegne di nuovo. Il ragazzo che si è buttato sotto al treno era Marco. In realtà, non si è buttato sotto al treno. Le prime notizie che ci erano arrivate erano false. Marco si è ammazzato con una pera. È andato apposta in overdose. Me lo immagino che pensa di crepare nel modo più dolce. È morto al binario uno; l’ambulanza, per raggiungere il suo corpo, ha dovuto far fermare alcuni treni. Ci sono stati ritardi, Marco, con la sua morte, ha creato degli inconvenienti alle persone normali. Persone che non hanno avuto vergogna a dirlo ad alta voce. È questo che mi è piombato dentro come un sasso. È questo che ha distrutto settimane intere in equilibrio tra il metadone e un senso di vuoto che rendeva ovattato il resto. È che la vita di un ragazzo come Marco possa scivolargli tra le dita da un momento all’altro e a nessuno importi niente».

Tanto era un drogato quello lì, ha fatto bene a saltare sotto al treno

Dal libro "Alice e le regole del bosco"

Quando si ha bisogno di drogarsi si è disposti a tutto, anche a prostituirsi: «Samu mi ha detto che alla rotonda si fanno pompini per cinque euro. E di clienti ce ne sono sempre, non mancano mai, e che dagli sbirri non mi devo aspettare niente, per loro il bosco è solo un’enorme rottura di palle e molto lavoro in più. Mi sono domandata che cosa rimane di te stesso se ti abbassi a fare una cosa del genere: raccattare una ragazzina di 17 anni, tossica, che te lo succhia per cinque euro. Non sono riuscita a darmi una risposta. Quello che c’è intorno al bosco è peggio di qualsiasi altra cosa, per questo ho deciso che dentro niente mi avrebbe spaventata». Anche con Alice ci hanno provato: «Il signore estrae qualcosa dalla tasca e se lo porta alla bocca. All’inizio non capisco che cosa sia, poi mi accorgo che è una banconota da venti euro arrotolata. Mi lancia un’altra occhiata, con quei venti euro alle labbra. Vorrei fare qualcosa, insultarlo, ma anche atterrarlo e riempirlo di pugni. Invece rimango paralizzata. Vedo l’uomo che si avvicina guardandomi con quei suoi occhietti neri, lucidi, pieni di desiderio strisciante. Poi scappo. È una corsa disperata la mia, e sento che vorrei piangere, che il mondo è un buco nero e io sono sola in questo schifo. Alla polizia è inutile rivolgersi, sono soltanto una del bosco per loro, nessuno farà niente. Non ho più niente, né casa né amici, niente. Ho la mia dignità, però, e la cosa che più mi ha ferita è che qualcuno pensi che io possa aver perso anche quella».

Vedere una donna che si fa una pera con il pancione è massacrante. Ma se ti fai anche tu, lo è un po’ meno

Dal libro "Alice e le regole del bosco"

C’è chi si droga con il pancione, mentre si aspetta un figlio, tanto è forte il bisogno delle sostanze. «Ho pensato che il mondo fa schifo e sono andata a prendermi un punto (una dose) Quel giorno mi sono bucata insieme a una ragazza rumena che è all’ottavo mese di gravidanza, Ari. Vedere una donna che si fa una pera con il pancione è massacrante. Ma se ti fai anche tu, lo è un po’ meno (…) Ari urla. Vuole mettere al mondo un bambino che è già figlio del bosco. Non so se veramente voglia o no, ma adesso il suo corpo le dice che deve farlo nascere per forza. Non so come sia riuscito a sopravvivere lì dentro finora. Nascere nel bosco, penso mentre le accarezzo la fronte sudata, che disgrazia. Lei stringe i denti. Penso che abbia venticinque anni, o qualcosa del genere. È di origine rumena. Il bambino è il figlio di una sorta di amore, un amore del bosco. Questo è quello che dice Ari, ma qualcuno insinua che faccia marchette. Non lo so, non l’ho mai vista alla rotonda. È una bellissima ragazza, Ari, e la droga non l’ha devastata, non ancora. L’ho vista bucarsi con il pancione diverse volte, non sono stati bei momenti. Lei diceva: così il bambino sorride. Adesso nasce qui, con il marchio del bosco addosso».

Perdonare è quello che ci rende esseri umani. Perdonare assomiglia a tornare a casa, ritrovarsi quando ci si è persi

Dal libro "Alice e le regole del bosco"

Ma dal bosco si può uscire. Dalla droga ci si può liberare anche se sembra che ti abbiano risucchiato fino all’ultima goccia di vita. Come? «Serve una guida», si legge, «qualcuno che capisca e non giudichi. A volte dentro di noi ci sono più fantasmi che nel bosco. Anch’io ho fatto cose deplorevoli, ma che si riesce a perdonarsi. Perdonare è quello che ci rende esseri umani. Perdonare assomiglia a tornare a casa, ritrovarsi quando ci si è persi».
Perdonare è un doppio movimento, bisogna perdonare se stessi e gli altri. «Quando uno esce dal bosco» dice Feder, «non è tanto quanto sta nel bosco ma proprio come ne esce. Ed è chiaro che il “come ne esce” è carico di vissuto. E il vissuto è di tanti tipi, fatto di esperienze diverse, ma sullo sfondo, se esci da Rogoredo, c’è sempre la disperazione».

Ma ci si può riconciliare, ci si deve riconciliare, anche con il corpo. «Ed è una riconciliazione», continua Feder, «che in primis uno deve avere con se stesso. Ma questo avviene solo con l’incontro con l’altra persona perché è l’incontro che porta a guardarsi allo specchio. E questo guardarsi è un passaggio fondamentale perché è qui che vado avanti: non dimentico ciò che è successo ma mi perdono, perdono». A Rogoredo le persone non vengono chiamate per nome. Sotto la suola delle scarpe senti lo scricchiolio di qualcosa che si rompe, le siringhe. E poi lo sporco e il sangue, troppo sangue. «A questi ragazzi abbiamo smesso di allungare la mano», spiega Feder che ormai da oltre due anni va al boschetto per trascinare, come ha fatto con Alice, le persone fuori dalla droga, e gli allunga la mano, e le chiama per nome. «Dobbiamo essere sempre attenti alla dignità. È anche per strada che si costruisce la terapia del recupero. Noi come operatori dobbiamo andare oltre il nostro setting, i nostri confini. Uscire appunto dalle comunità. Incontrare le persone per strada, andare a prenderli. Che se poi noi andiamo alla fine solo loro che vogliono venire con te». «Mi rendo conto» ha scritto un giorno Alice a Simone Feder «che l’unica cosa che può aiutarti ad uscire dal bosco è farti aiutare a fidarti dell’altro come io ho fatto con te».

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