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Rotta Balcanica

Moratti (Amnesty): «Quelle delle polizia croata non sono violenze ma torture»

16 Giugno Giu 2020 1530 16 giugno 2020
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È in atto una spaventosa escalation di violazioni dei diritti umani ad opera della polizia alla frontiera tra Croazia e Bosnia. Dalle ultime testimonianze raccolte da Amnesty 16 richiedenti asilo sono stati legati e torturati per oltre 5 ore. Un gruppo armato spalmava maionese e ketchup sui loro volti e sulle teste insanguinate. «L’Unione europea», dice il vice direttore dell’ufficio per l’Europa di Amnesty International Massimo Moratti, «non può più restare in silenzio e ignorare deliberatamente la violenza e gli abusi da parte della polizia croata alle sue frontiere esterne»

Li supplicavamo di smettere e di avere pietà. Eravamo già legati, impossibilitati a muoverci e umiliati, non c’era motivo di continuare a picchiarci e torturarci. Ci facevano foto con i loro telefonini e cantavano e ridevano“, ha raccontato Amir che viene dal Pakistan. O ancora Tariq, trent’anni, adesso ha entrambe le braccia e una gamba ingessati: “Quando ci hanno preso non ci hanno dato la possibilità di dire assolutamente nulla. Hanno iniziato semplicemente a colpirci. Mentre ero a terra, mi hanno colpito alla testa con la parte posteriore della pistola e ho iniziato a perdere sangue. Cercavo di proteggermi la testa dai colpi, ma hanno iniziato a darmi calci e colpirmi alle braccia con dei bastoni di metallo. Per tutta la notte ho perso e ripreso conoscenza“. Dove siamo? In Croazia, dove le violenze della polizia nei confronti dei migranti che vogliono raggiungere il nord Europa «si sono trasformate», come sottolinea Massimo Moratti, vice direttore dell’ufficio per l’Europa di Amnesty International, «in vere e proprie torture volte a umiliare e spezzare la volontà di queste persone».

Le due testimonianze sono state raccolte dai ricercatori di Amnesty International che hanno parlato con sei uomini di un gruppo composto da 16 richiedenti asilo di origini pakistane e afgane, arrestati dalla polizia croata nella notte tra il 26 e il 27 maggio nei pressi dei laghi di Plitvice mentre cercavano di attraversare il paese per raggiungere l’Europa.

«Nelle indagini», spiega Moratti, «abbiamo ascoltato anche i medici che hanno curato gli uomini e le Ong che sono state testimoni delle ferite». Ad eseguire le torture, durate cinque ore, stando alle testimonianze, sarebbero state tra le otto e le dieci persone in uniforme nera e passamontagna identici a quelli indossati dalla polizia speciale croata. Gli uomini hanno sparato in aria, dato calci e colpito ripetutamente gli uomini fermati con bastoni di metallo, manganelli e il calcio delle pistole. Poi, hanno spalmato ketchup, maionese e zucchero, trovati in uno degli zaini, sulle teste sanguinanti, sui capelli e sui pantaloni dei migranti. Un uomo con il volto coperto ha spruzzato la maionese tra le gambe dei pantaloni di uno dei richiedenti asilo, mentre gli altri ridevano e cantavano “Tanti auguri“.

«I respingimenti violenti della polizia croata», continua Moratti, «sono diventati una prassi da diversi anni. E la situazione ora è più che mai insostenibile». Dallo scorso maggio sono ricominciate anche le riammissioni illegali dei migranti da Trieste alla Bosnia, ne abbiamo parlato in questo articolo. Quindi la violenza avviene sia durante il “game”, l’espressione utilizzata dai migranti che provano a passare il confine tra la Bosnia e la Croazia e vengono rispedite indietro, sia quando, già arrivati sul suolo europeo, vengono catturati, torturati e poi messi in rimessi in marcia per la Bosnia com'è il caso dei 16 richiedenti asilo di cui Amnesty ha raccolto le testimonianze.

I migranti, dopo essere stati consegnati alla polizia di frontiera croata, sono stati condotti vicino al confine con la Bosnia ed Erzegovina divisi in due furgoni. Una volta arrivati al confine è stato ordinato loro di scendere e camminare. “Eravamo completamente ricoperti di sangue e molto scossi. A stento riuscivamo a stare in piedi, figurarsi camminare per ore verso la Bosnia, ma ci hanno detto di metterci in marcia. Ci hanno detto di portare i ragazzi che non riuscivano a camminare e semplicemente andare“, ha riferito Faisal.

Il ministero degli Interni croato ha più volte, non solo in questo caso, respinto le accuse. «La Commissione europea», dice Moratti, «non può continuare a far finta di non vedere le palesi violazioni della normativa europea quando ci sono persone che vengono marchiate con le croci sulla testa o sono brutalmente torturate o umiliate dalla polizia croata. La condanna di questi atti e un’indagine indipendente sulle violazioni presunte, unitamente alla creazione di un valido meccanismo che garantisca che i fondi europei non siano utilizzati per perpetrare atti di tortura e rimpatri illegittimi, ci sembrano il minimo. In mancanza di un’azione urgente, le pratiche disumane della Croazia in materia di migrazione renderanno l’Ue complice di gravi violazioni dei diritti umani commessi sulla soglia di casa sua».

La Croazia beneficia infatti di un contributo europeo di quasi 7 milioni di euro per la sicurezza frontaliera. «Persino la piccola quotadi 300mila euro», spiega Moratti, «che la Commissione aveva riservato al meccanismo di monitoraggio delle misure frontaliere in materia di rispetto dei diritti umani non è stata altro che una foglia di fico, di fatto solo una piccola parte di quei fondi è stata spesa in confereze, e la restante non è mai arrivata alle associazioni che dovevano occuparsi del monitoraggio». Ieri il The Guardian, che da molto tempo si occupa di raccontare i respingimenti e le violenze della polizia croata a danno dei migranti, in una validissima inchiesta a firma dei gionalisti Lorenzo Tondo e Daniel Boffey ha mostrato le prove che incastrano alti funzionari della Commissione europea che avrebbero tentato di nascondere al Parlamento di Bruxelles il fallimento del governo croato nel prevenire la violenza della polizia croata ad danni dei richiedenti asilo.

«Dobbiamo», chiosa Moratti, «seriamente affrontare la questione. I flussi infatti non si arresteranno e i migranti bloccati in Grecia, o in uno degli altri Paesi della Rotta, continueranno a tentare di arrivare in Europa».

Credit: ©Danish Refugee Council

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