Nuovi modelli

Communitymaps, le coop di comunità in primo piano

18 Giugno Giu 2020 1634 18 giugno 2020

L'indagine lanciata dalla Scuola delle Cooperative di Comunità, promossa da Confcooperative e Legacoop e a cura di Aiccon. Da questa rappresentazione cambia la classificazione sostanziale di beni comuni

  • ...
Vita Communitymaps OK
  • ...

L'indagine lanciata dalla Scuola delle Cooperative di Comunità, promossa da Confcooperative e Legacoop e a cura di Aiccon. Da questa rappresentazione cambia la classificazione sostanziale di beni comuni

Una mappatura della cooperazione di comunità in questi giorni postCovis non può passare inosservata e non potrà certo assomigliare a una rilevazione statistica. Quella lanciata dalla Scuola delle Cooperative di Comunità, promossa da Confcooperative e Legacoop e a cura di Aiccon non vuole esserlo.


Tutte le chiavi dello sviluppo comunitario in forma cooperativa che la Scuola ha proposto in questi sei anni di incontri, si sono manifestati, compressi e immediati, nei giorni della serrata mondiale. Ogni spazio ha dovuto essere luogo, tempo e il fare comune delle persone. Tutto il presente era nell’intraprendenza al servizio di persone abitanti insieme un luogo. Abbiamo assistito a fatti straordinari: la popolarità di negozi di paese e di quartiere (nascosti a maps); imprese prodighe di tutto ciò che occorreva alla gente (nascosto ai codici Ateco); produttori locali assaliti da clienti prossimi (nascosti ai manuali di marketing); strutture sanitarie e altri enti pubblici territoriali (nascosti dai piani di razionalizzazione della pubblica amministrazione) esaltati nella loro prossimità alle comunità; giovani impegnati a inventare soluzioni digitali per la gente sottocasa (che non conosceva). Potremmo proseguire parlando, più in generale, di redenzione degli spazi nella scala 1:1 del mondo. I luoghi delle persone - piedi per terra e mani nelle mani – si sono ripresi il tempo e la storia che flussi in scala 1:28.500.000 (quella planetaria) stava velocemente dilavando, portandosi via e accumulando altrove ogni idea di realizzazione umana. Malgrado il crescere negli anni scorsi di una narrazione di persone e comunità, piuttosto incline, peraltro, alla deriva di rivendicazioni e conflitti selvatici, il potere dei mercati e della politica spingeva (e spingerà) ancora le masse in quella direzione. Il cambiamento climatico, più che la pace e la fame (e questo la dice lunga), è stato il segnale d’allarme per l’insostenibilità di una storia di consumo, senza più luoghi da consegnare a qualcuno. Tutti i vuoti e i fallimenti erano collocati nelle trame di relazione nella denuncia dalla loro “lentezza”; tutti i pieni e i successi percepiti invece nei centri e nei flussi, nell’esaltazione della loro “velocità”.

Nota Bene. I centri e i flussi non usano contare i morti e i feriti procurati dalla velocità richiesta dal loro principio di “efficienza”. Dentro a paesi e quartieri, invece, “ci si conta tutti i giorni” (cit. Giovanni Lindo Ferretti) e si celebrano ancora lutti e funerali. Il principio è quello di “una testa una vita” che dovrebbe venire addirittura prima di quello della cooperazione, “una testa un voto”.

Il tempo del Covid ci ha decisamente aperto gli occhi sulla funzione che la cooperazione comunitaria propone da sempre: l’ingigantimento della scala 1:1 e il suo riequilibrio per una riunione sul posto di ideali e interessi, trame e flussi, conoscenza e vita, digitale e analogico, giovani e vecchi. Tutto per un’idea antica di sostenibilità: quella dei luoghi che qualcuno vuole abitare in pace per consegnarli migliori ai figli. Da questa rappresentazione cambia la classificazione sostanziale di beni comuni. Lo diventano improvvisamente la capacità di relazione, una conversazione, le abilità e le competenze individuali, i mezzi e gli strumenti per le produzioni aziendali, la piazza e il parco pubblici, la conoscenza per nome cognome e soprannome di un luogo con l’intenzione stessa di viverlo. Da scelta elettiva e consapevole per i vocati o gli interessati, la comunanza di questi beni, insieme agli altri già noti, è diventata necessità per tutti e non procastinabile. Consapevoli che non sarà meno faticosa di prima e che, come da sempre, chiederà e remunererà più vita che tasche. Per questo, luoghi gioiosi (cit. Maurizio Carucci).


Allora facciamoci vivi. Non bastano le ricerche, occorrono appelli. Si risponderà con una sola mano alzata per raccontare la propria esperienza, perché l’altra – lo sappiamo - non potrà lasciare il lavoro, la fatica e la paura: #communitymaps


*direttore generale Confcooperative Reggio Emilia

Contenuti correlati