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Scuola

A Bruxelles dicono: «nessun aumento di casi con le scuole aperte»

26 Giugno Giu 2020 0956 26 giugno 2020
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«In questo momento non vi sono elementi che indichino un aumento di casi di Covid-19 negli Stati membri dell'UE dovuto alla riapertura degli istituti di istruzione e formazione»: a dirlo sono i ministri europei dell'istruzione, riunitisi per confrontarsi sulle scelte fatte e da fare. Alcuni paesi hanno riaperto le scuole, ma ciascuno sta procedendo in ordine sparso, seguendo tempi e modalità diversi. Su un punto, invece, c’è convergenza: il prossimo anno accademico non ci sarà nessuna interruzione del programma Erasmus+. E l'Italia? Oggi l'atteso appuntamento in Conferenza Unificata

Aprire o non riaprire? Da mesi la graduale riapertura delle scuole è al centro di accesi dibattiti e feroci critiche per le possibili conseguenze che questa decisione potrebbe avere sulla salute del paese. Le domande principali sono due: «È sicuro riaprire le scuole o esiste il rischio che i contagi tornino a salire?». E: «In che modo le scuole potranno garantire il ritorno in sicurezza di studenti, docenti e personale vario?».

Un aspetto su cui gli scienziati stanno cercando di fare chiarezza è il ruolo che i bambini e gli adolescenti hanno nella trasmissione dell’infezione. Sembrerebbe che il fatto che nei più piccoli siano stati rilevati meno casi e che il tasso di letalità sia molto più basso rispetto agli adulti, non implichi necessariamente che loro siano poco contagiosi. Su questo fronte non c’è ancora unanimità, perché la pandemia continua ad evolversi (sembrerebbe non in modo lineare) e perché ci sono molte caratteristiche del virus che ancora non conosciamo.

In Italia?
I dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità dicono che il 7% dei casi di COVID-19 segnalati negli ultimi 30 giorni riguarda soggetti d’età inferiore ai 18 anni (dati del 25 giugno). Abbiamo però ancora pochi risultati che spieghino la morbilità (cioè la frequenza con cui una data malattia si manifesta nella popolazione) e sappiamo ancora molto poco su come il virus si trasmetta. Non essendoci ancora certezza sul ruolo dei bambini e degli adolescenti nella diffusione del virus, in Italia si è deciso di non riaprire la scuole (eccezione fatta per lo svolgimento dell’esame di maturità). È stato però comunque consentito lo svolgimento dei centri estivi, purché vengano garantite stringenti misure di distanziamento e sicurezza (le linee guida elaborate dal Governo l’11 giugno hanno validità un mese).

Anche se il Governo non lo ha mai detto in maniera esplicita, la scelta di tenere chiuse le scuole è stata dettata dalle difficoltà di conciliare le esigenze di ordine sanitario (in primis il distanziamento) con alcuni limiti che caratterizzano il nostro sistema scolastico. Tra questi il fatto che gran parte delle aule delle nostre 41mila scuole sono sovraffollate e il fatto che abbiamo i maestri e i professori più vecchi di tutta l’Europa (e se ad ammalarsi sono soprattutto gli anziani, questo è un rischio per la loro salute). Motivazioni, quindi, che hanno a che fare con la difficoltà di ripensare il sistema scolastico e che, evidentemente, agli occhi di chi governa sono apparsi non solo impegnativi, ma anche insormontabili.

A pesare, quindi, non sono state solo ragion di salute pubblica, ma anche questioni sociali e culturali che hanno a che fare con il ruolo, la considerazione e l’importanza che l’infanzia riveste nel nostro Paese. E se fra i 37 Stati dell’Ocse, l’organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, siamo all’ultimo posto per spesa pubblica destinata all’istruzione e deteniamo il record negativo anche per gli stipendi dei docenti, forse è abbastanza evidente che nel nostro paese l’infanzia non conta un granché.

Ignorate per ora le indicazioni del comitato tecnico
A metà aprile la ministra Azzolina aveva istituito un ambizioso tavolo di lavoro a cui è stato affidato non solo il compito di traghettare le scuole verso la riapertura ma anche di costruire una nuova idea di scuola. Le conclusioni del comitato tecnico (il cui mandato scade il 31 luglio) sono attese per questi giorni (un documento intermedio era stato prodotto il 27 maggio). Fonti interne al ministero però ci riferiscono che di questi documenti non è stato fatto ancora alcun uso. E sottolineano che alcune misure proposte dalla ministra, come i divisori in plexiglas, non fossero state affatto menzionate, né ipotizzate, da questi esperti.

A breve vedremo se le nuove indicazioni saranno vagliate con attenzione dalla ministra Azzolina. L’auspicio è che la nostra classe dirigente, il nostro governo, le nostre istituzioni, chi governa insomma, nel riflettere sulla scuola, non consideri solo i rischi sanitari, ma anche quelli socio culturali. E non si limiti a considerare la scuola come un ammortizzatore familiare (per cui vanno bene i centri estivi, anche quelli improvvisati) ma consideri la scuola (soprattutto) come un motore di sviluppo civile.

A Bruxelles intanto dicono: «nessun aumento dei casi con le scuole aperte»
Tre giorni fa si è tenuta in teleconferenza la riunione dei ministri europei dell'istruzione, la quarta dall’inizio della pandemia. Per l’Italia, oltre alla ministra Lucia Azzolina, ha partecipato anche il ministro Gaetano Manfredi, competente sull’università.
In base a quanto riferito dagli esperti, «in questo momento non vi sono elementi che indichino un aumento di casi di Covid-19 negli Stati membri dell'UE dovuto alla riapertura degli istituti di istruzione e formazione». Gli Stati membri stanno lavorando all'elaborazione di piani per il prossimo anno scolastico/accademico, concordando sul fatto che «l'apprendimento a distanza non potrà mai sostituire le esperienze di insegnamento e di apprendimento in presenza». Tuttavia, molti ministri hanno concordato sul fatto che «le decisioni definitive dipenderanno dalla situazione epidemiologica». In pratica, si procede in ordine sparso. Del resto, sebbene siano state intraprese riforme da diversi decenni, l'autonomia scolastica rimane una questione chiave nell'agenda politica della maggior parte dei Paesi europei. Su un punto sono però tutti d’accordo: il prossimo anno accademico non ci sarà nessuna interruzione del programma Erasmus+: «le attività online si combineranno con un periodo all'estero, in una data successiva, se la situazione lo consentirà».

Cosa fanno le scuole in Europa?
Pur con le attuali incertezze, alcuni governi europei hanno già deciso di riaprire le scuole, mentre altri hanno rimandato il ritorno in classe a settembre. Ognuno sta seguendo modalità e ritmi diversi. Secondo quanto riporta il sito di informazione Valigia Blu, il primo paese a riaprire (con gradualità) le scuole è stata la Danimarca: durante il mese di aprile si sono riaperte le porte degli asili e delle scuole elementari, poi a metà maggio sono rientrati gli studenti più grandi. Poi, è stata la volta della Germania (il 6 maggio, ma ognuno dei 16 länder può comunque decidere autonomamente le modalità). E subito dopo della Francia, dove il ritorno all’asilo e alle scuole elementari è avvenuto su base volontaria (ma non ha riscosso un grande successo: è andato a scuola solo il 14% dei bambini). In Spagna, ciascuna delle 17 regioni, sta valutando in base alla situazione epidemiologica, la possibilità di tornare in aula su base volontaria. Qualche giorno fa però, Patrizio Bianchi, il coordinatore del comitato degli esperti del Miur, aveva detto che possiamo certamente avvantaggiarci delle esperienze altrui, ma «il confronto con altri Paesi deve essere molto cauto». Possiamo prendere spunto da modelli vincenti ma non possiamo adottare in toto le buone misure altrui, perché ogni sistema scolastico ha le proprie peculiarità.

E nel resto del mondo?
Sul sito dell’Unesco, l’organizzazione delle nazioni unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, è possibile monitorare come si stanno comportano i governi in relazione alla scuola. Ad oggi in 123 paesi del mondo le scuole sono ancora chiuse (a fine marzo erano 194). L’organizzazione scrive che la riapertura della scuola durante questa crisi globale non dovrebbe essere solo «un ritorno alla normalità. Anzi, aggiunge, «occorre fare le cose non solo diversamente, ma meglio».

Foto Pexels

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