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#Fase2

Disabilità: vietare ancora le visite ai parenti ricoverati è discriminazione

2 Luglio Lug 2020 1704 02 luglio 2020
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I legali del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di LEDHA criticano i vincoli posti da Regione Lombardia per le visite alle persone con disabilità ricoverate in strutture residenziali e per le loro uscite. La fase 2 non decolla, troppe le situazioni a rischio discriminazione. «Riteniamo che, con i necessari dispositivi di protezione individuale, previo accertamento dello stato di salute e rilevazione della temperatura non possa mai essere negato il diritto di incontrare il proprio familiare, dentro e fuori dalla struttura»

I legali del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di LEDHA-Lega per i diritti delle persone con disabilità hanno inviato una lettera all’assessore regionale al welfare Giulio Gallera, al Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma e al coordinatore del Comitato tecnico scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, Giampiero Griffo per denunciare le discriminazioni che si stanno verificando a danno delle persone con disabilità e dei loro famigliari. Il lockdown infatti è finito per tutti, tranne che per le persone con disabilità. Chi vive in una struttura residenziale non può ancora uscire né abbracciare i propri cari e sono molte le segnalazioni inviate a LEDHA, per raccontare situazioni a rischio di discriminazione e segregazione all’interno di RSD lombarde. C’è una famiglia residente in provincia di Monza e Brianza che da marzo non può visitare né far uscire il proprio figlio minore con grave disabilità ricoverato in una struttura residenziale. C’è una donna residente in provincia di Lecco che non riesce a fare visita al fratello, un uomo di 50 anni con sindrome di Down, ricoverato in una struttura residenziale. Un ragazzo con autismo ha potuto incontrare i genitori solo a metà giugno, con visite all’aperto e solo per brevi periodi di tempo. A un uomo con disabilità motoria viene negata la possibilità di uscire dalla RSD dove vive.

«Ogni restrizione imposta alle persone che vivono nelle strutture residenziali, qualora non sia ragionevolmente motivata, può costituire una discriminazione sanzionabile ai sensi della legge 67/2006», scrivono nella lettera gli avvocati Laura Abet e Giulia Grazioli. Sotto accusa c’è la DGR 3226 del 9 giugno di Regione Lombardia, che consente l'accesso alle strutture residenziali per persone con disabilità da parte di familiari, caregiver e conoscenti solo eccezionalmente e su autorizzazione del responsabile medico della struttura, disegnando un impianto focalizzato sul rendere impermeabili i servizi residenziali alla diffusione del Covid-19, che oggi risulta totalmente sproporzionato rispetto alla situazione attuale.

«Riteniamo che, con i necessari dispositivi di protezione individuale, previo accertamento dello stato di salute e rilevazione della temperatura non possa mai essere negato il diritto di incontrare il proprio familiare, dentro e fuori dalla struttura, nel rispetto delle norme attualmente in vigore e del diritto delle persone con disabilità alla dignità e all’inclusione, come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dallo Stato italiano con Legge 18/2009», puntualizzano gli avvocati.

Un ulteriore elemento di criticità viene dalle indicazioni specifiche in merito alla gestione delle uscite dalle strutture residenziali, subordinate all'autorizzazione del responsabile della struttura: Regione Lombardia così facendo attribuisce una discrezionalità estremamente ampia al medico della struttura, che può limitare la libertà di movimento di una persona.

«Auspichiamo che Regione Lombardia provveda alla modifica della DGR, tenendo conto delle osservazioni esposte dai legali del nostro Centro Antidiscriminazione che stanno già fornendo supporto e consulenze alle famiglie», commenta Alessandro Manfredi, presidente di LEDHA. La lettera è in allegato in fondo all'articolo.

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