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Mercurio e malattie, così i garimpeiros distruggono gli Yanomami

6 Luglio Lug 2020 1206 06 luglio 2020
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Non solo il Covid-19, ma speculazione e fame dell'oro stanno distruggendo il cuore dell'Amazzonia e il suoi abitanti. Un libro inchiesta fa luce su quanto sta accadendo

La diffusione del Covid-19 tra gli indios è solo l’ultimo dramma per l’Amazzonia. Dalla fine degli anni Ottanta, l’invasione dei garimpeiros, i cercatori d’oro, mette in serio pericolo la vita delle popolazioni. Un disastro denunciato da Lucia Capuzzi e Stefania Falasca in Frontiera Amazzonia (EMI Editrice Missionaria Italiana), di cui riportiamo alcuni paragrafi. Che accusano i minatori di contaminare col mercurio interi villaggi.

Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, la patria degli Yanomami è stata invasa da decine di migliaia di cercatori d’oro. Gli indios rischiavano di sparire per sempre. A quel punto, Davi (Davi Kopenawa, leader e portavoce del popolo Yanomami del Brasile ndr), con Survival International e la Commissione pro Yanomami, ha guidato la campagna internazionale che ha spinto il governo brasiliano a riconoscere il diritto del suo popolo alla terra ancestrale. (…)

Il decreto presidenziale del 25 maggio 1992 ha assegnato in usufrutto esclusivo e permanente al popolo nativo un’area di quasi dieci milioni di ettari, a cavallo tra gli stati di Roraima e Amazonas. Là, in base alle ultime rilevazioni, vivono 26.000 persone, tutte Yanomami tranne un’esigua minoranza dell’etnia affine, gli Yek’wana, sparse in oltre 250 villaggi. Per il suo impegno, Davi è stato premiato dall’Onu e Survival l’ha scelto per ritirare il Right Livelihood Award, conosciuto come il Nobel alternativo. «Ho viaggiato tanto ma non mi abituo. Sogno sempre la mia hutukara». Così si chiama anche l’organizzazione che Kopenawa dirige dal 2004.

La sede di Boa Vista, alle spalle del Rio Branco, è tutta dipinta di verde, come la foresta. «Ho lottato contro le miniere illegali per tutta la vita. La demarcazione della nostra terra è stata un passo importante per combatterle. Ora, però, stiamo tornando ai livelli del passato. Ci sono almeno 10.000 garimpeiros in territorio yanomami», afferma Davi mentre mostra una mappa dove in rosso, come le pustole del morbillo, sono segnati gli accampamenti clandestini. «Come lo sappiamo? Osservando e interrogando la foresta. Disboscamento, fiumi avvelenati e incremento esponenziale delle malattie portate dall’esterno, come malaria, Hiv, tubercolosi, sono buoni indicatori. Per non parlare dei soprusi che subiamo da loro. I minatori sono armati: quando si ubriacano aggrediscono le donne e gli uomini in cui si imbattono. Assistiamo allo scempio e denunciamo. I minatori illegali sono, però, sostenuti da una rete di connivenze. Altrimenti non potrebbero operare né tantomeno rivendere l’oro estratto».

Lucia Capuzzi e Stefania Falasca

Frontiera Amazzonia (Emi, 2020)

Tra settembre 2017 e maggio 2018, in base a dati ufficiali del ministero dell’Economia sul commercio estero, il Roraima ha venduto all’India 194 chili d’oro, per un totale di quasi 8 milioni di dollari, senza che vi sia una sola miniera legalmente riconosciuta. Lo stesso enigma della peruviana Madre de Dios e, come in quel caso, facilmente risolvibile: il metallo prezioso viene prelevato clandestinamente e, dopo la falsificazione della provenienza, riciclato nel commercio regolare. Peccato che nei dati del ministero dell’Economia la vera origine risulti ancora.

L’oro è il secondo prodotto più esportato dal Roraima dopo la soia. E il business si è incrementato a partire da gennaio, dopo l’elezione di Jair Bolsonaro e la rimozione da parte del governo dei tre avamposti di controllo dell’esercito sui fiumi Uraricoera e Macajaí. Una scelta formalmente dovuta al normale avvicendamento e, dalla fine di maggio, «corretta» con il ritorno dei soldati ai propri posti. «L’emergenza, però, continua. Il garimpo è una catastrofe. I minatori illegali ci intossicano con il mercurio, impiegato per separare l’oro dalla roccia. Il fiume Uraricoera è pieno di veleno. E anche noi», scuote la testa Kopenawa.

Una ricerca della Fondazione Oswaldo Cruz e dell’Instituto socioambiental (Isa) del 2016 ha confermato le parole di Davi: secondo gli esperti, in alcune comunità yanomami il 92 per cento della popolazione è contaminata dal mercurio. Sostanza, quest’ultima, che provoca danni neurologici. «L’oro deve restare sotto terra. Vogliamo un reddito che provenga dai nostri progetti realizzati in armonia con la foresta, come già facciamo. Siamo brasiliani come gli altri, ma non vogliamo essere uguali agli altri». Per questa difesa della specificità indigena, spesso, i nativi sono accusati di opporsi al progresso. Quando sente quest’ultima parola, Davi Kopenawa rimane perplesso: «Non ne capisco il significato. Che cosa significa progresso? L’auto? Il conto in banca? È tutto qua ciò che intendete con progresso? Quando penso al progresso, immagino uomini e donne che vivono in una foresta sana e pulita, si bagnano in fiumi dove non si annidano sostanze tossiche, sono liberi di parlare la loro lingua, esprimere la loro cultura, sognare i loro sogni senza essere per questo considerati selvaggi o inferiori. Immagino persone pronte a scambiare le proprie conoscenze, ad abbeverarsi del sapere altrui senza perdere il proprio. Immagino esseri umani che scoprono e si scoprono. Se questo è ciò che intendete con progresso, e spero di sì perché il resto è un miraggio, lo vogliamo, lo vogliamo subito».

Frontiera Amazzonia (https://www.emi.it/frontiera-amazzonia), da cui sono tratte queste righe, è disponibile nel sito web di EMI Editrice Missionaria Italiana

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