Silvia Romano
Media e Cultura

Un granello di sabbia

7 Luglio Lug 2020 1247 07 luglio 2020
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Il racconto inedito di Martina Mangili, scrittrice di Bergamo, dedicato a Silvia Aisha Romano, la cooperante milanese di 24 anni rapita in Kenya nel novembre del 2018 e tornata in libertà lo scorso maggio, finita al centro delle polemiche politiche per la sua conversione all'Islam

Da qualche tempo faccio un sogno ricorrente: sono in una stanza, arredata poveramente, pulita, con una finestra.

È rotonda.

Con la misteriosa consapevolezza che si ha spesso nei sogni, so che potrei aprire la porta ma è meglio non farlo. E così resto in questa stanza, a sentite il tempo scorrere lento in una clessidra piena di sabbia desertica.

È lo stesso deserto che vedo dalla finestra rotonda e, forse, se riuscissi a guardare abbastanza lontano, vedrei anche altissimi muri di vetro che si avvicinano l’un l’altro fino a comprendere che anche io sono dentro questa clessidra. Lo siamo tutti.

Una clessidra sulla mano di dio.

Poi mi sveglio, senza paura né batticuore ma con una senso di disorientamento e tutto mi sembra strano, evanescente: la mia stanza, lo smartphone sul comodino, i libri e i vestiti sulla sedia. Quale dei due è il sogno?

Da quando la reclusione è finita, ho potuto riabbracciare mia madre e mio padre, i miei familiari e raccontare loro com’è stata la mia quarantena, confrontare cuore a cuore le nostre sofferenze e cominciare a ricostruirci. Uscita dalla mia bolla, ho anche sentito più vivida la frenesia del mondo, da cui pure ho imparato a distaccarmi durante i lunghi mesi di isolamento. E ho avvertito l’assurda cattiveria.

Vivere è difficile per tutti ma a cosa serve attaccare gli altri, i diversi, i fragili, gli sfortunati?
L’empatia non funziona al contrario.

La gente, col naso incollato agli schermi, ha perso il senso della misura e lancia strali più o meno anonimi verso tutto ciò che la spaventa, per poi nascondersi dietro allo schermo appena viene chiamata a render conto. Il dialogo è bandito, vince a furor di popolo l’attacco sguaiato, meglio se anonimo. Lo schermo dietro cui si nasconde il delatore resta sempre chiuso, non si apre mai. Invece nel mio sogno c’è la finestra.

È rotonda.

Un giorno ho aperto la finestra e ci sono passata attraverso, i miei piedi sono affondati nella sabbia soffice e calda. Il mio essere ha accolto questa sensazione semplice, primordiale e l’ha amplificata in un tacito dialogo con il tutto.

Allora mi sono schermata gli occhi con una mano e ho contemplato l’orizzonte immenso dove il cielo azzurro e il deserto ocra sbiadivano tremolando in una linea d’orizzonte tracciata col kajal. Sento quindi sono. Sento quindi imparo.

C’è chi pensa che la vita sia una linea retta, con un inizio e una fine. Ma c’è anche chi pensa che la vita sia una circonferenza, in cui ogni punto è equidistante dal centro e non si può eleggere nessun punto a fine o inizio, semplicemente perché la vita non è lineare.

E la mia me l’ha ampiamente dimostrato.

C’era un bastoncino sbiancato dal sole ai miei piedi. L’ho impugnato per tracciare un disegno nella sabbia: ho dato inizio a una linea curva e ho chiuso la figura congiungendo fine e inizio.

Un cerchio.

Un cerchio può sembrare uno spazio finito. O forse no? Se ti trovi in un punto qualsiasi di un grandissimo cerchio, la strada davanti a te sembrerà una linea retta.

Siamo così piccoli.

Un cerchio ovviamente è anche rotondo e se ci passi attraverso diventa una finestra.
Questa finestra però è speciale, non guarda solo verso il “qui e ora” ma anche verso spazi illimitati, tempi che chiamiamo ieri e domani. Questa finestra guarda anche dentro di me e posso sentire la vita scorrermi attraverso, esattamente come sento i granelli di sabbia tra le dita dei piedi.

Nella reclusione ho imparato a schiudere, dapprima, e poi aprire questa finestra. L’ho fatto tante volte, gradualmente, fino a passarci attraverso. Avevo paura di perdermi in quel vasto deserto ma, quando ne avevo più bisogno, ho trovato un dio di misericordia che mi ha sostenuta.

È tutta mia la forza che ho usato, niente di miracoloso, ma le parole di quel dio trasmesse dal suo profeta mi hanno sostenuta e mi hanno fatto da sestante.

Mi sono persa, sì, per poi trovare un’altra me stessa e chissà se in un altro punto di questa immensa circonferenza c’è un’altra me stessa che ha preso altre decisioni, ha fatto altre scelte, magari ha lasciato chiusa la finestra per aprire il coperchio di un pozzo e ci si è immersa.

“Bismillah, ar–Rahman, ar–Rahim” “Nel nome di Allah il Compassioneve, il Misericordioso”.
Gentile e comprensivo, questo dio viene criticato o oltraggiato dai suoi stessi seguaci che ne hanno travisato il verbo, tramutandolo in violenza. Ma questo dio oltraggiato parlava anche me. Con surepacate mi ha fatto compagnia per lunghi giorni e mi ha insegnato ad ascoltare, accettare, perdonare.

Anche Gesù, sospinto dallo Spirito Santo, rimase nel deserto quaranta giorni, tentato da Satana. Fu un tempo per prendere confidenza con il cielo e la terra e fu un tempo per accettare anche

tutta la sofferenza che gli sarebbe stata inflitta, in nome della sua misericordia ed empatia.

Questo nuovo paesaggio in cui mi trovo adesso è una distesa di aridità, egoismo, cinismo e, al posto dei granelli di sabbia e delle dune, ci sono montagne di parole e di immagini immediatamente sbranate da occhi e da bocche avide, scollegati da mente e cuore. Evidentemente il deserto è stato solo il preludio e la parte difficile, per me, arriva ora, proprio adesso che sono finalmente tornata a casa. E allora, se sono in un punto del cerchio in cui c’è una strozzatura, sarò paziente come un granello di sabbia che attraversa lo stretto collo della clessidra, lascerò che tutti i granelli di parole, immagini e pensieri sguaiati mi scivolino accanto per proseguire il cammino verso il mio tremulo orizzonte.

Devo andare ora, la voce affettuosa di mia madre mi chiama da fuori con i mie due nomi, il vecchio e il nuovo insieme: “Silvia Aisha vieni a tavola, è pronto”.
Apro la finestra, faccio un bel respiro e le rispondo “Arrivo!”.


martinamann.it

*Martina Mangili, nata a Bergamo nel 1981, è una libera professionista che si completa tra scrittura, social media marketing e copywriting. Di formazione classica, appassionata lettrice, si cimenta in racconti che catturano situazioni di vita reale sempre in bilico tra percettibile e intuibile. Storie individuali, viaggi interiori o percorsi onirici che uniscono come fragili ponti le nostre individualità.

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