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Carazzone: «La valutazione d’impatto si liberi dell’autocelebrazione»

15 Luglio Lug 2020 1215 15 luglio 2020
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In questi mesi di pandemia dentro le fondazioni filantropiche si è parlato molto di flessibilità, di vicinanza, di allentamento delle rigidità. Il Covid-19 ha accelerato un processo di nuove relazioni tra fondazioni e ETS, che le porti a ragionare sempre più in termini di impatto. Assumendosi anche il rischio del fallimento. Carola Carazzone (Assifero) parla di questa window of opportunity

Together we stand: a marzo 2020, in piena “fase1” dell’emergenza Covid-19, 46 fondazioni italiane, insieme ad altre europee, hanno siglato uno statement con questo titolo e si sono impegnate a cambiare le loro modalità di finanziamento e rendicontazione, rendendole più flessibili e partecipative. «In questi mesi si è parlato molto di ascolto, di vicinanza, di allentamento delle rigidità, di maggior collaborazione con gli enti… Ecco, questo processo di cambiamento e di nuove relazioni tra fondazioni filantropiche e ETS è stato incredibilmente accelerato dal Covid-19. Questa nuova attitudine è una straordinaria window of opportunity per un passaggio culturale che richiede un cambiamento dentro le nostre stesse realtà perché noi stessi abbiamo bisogno di formazione e cambiamenti, perché una rendicontazione con pezze giustificative o con una valutazione d’impatto cambia molto le cose. Serve una nuova era di finanziamenti, vincolati non a un progetto o a un output ma a un impatto concordato ex ante tra la fondazione e l’organizzazione di Terzo settore, come veri partner». Parla così Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero, in un ragionamento nell’ambito del numero di luglio di VITA su come ripensare la valutazione d’impatto sociale.

Perché una valutazione di impatto, le fondazioni, «ormai la chiedono sempre, il problema è capire se la intendono come un “checking a box” oppure come processo trasformativo, mettendo a sistema il potenziale di questo processo. Io vedo una maggiore consapevolezza dell’importanza dei processi di valutazione e quindi anche della valutazione d’impatto, meno invece la consapevolezza piena del perché e del come fare valutazione d’impatto. Spesso si sceglie la via facile dell’ex post, mentre il processo di valutazione è forte quando è un processo partecipativo di apprendimento continuo, quando è un mindset e non una mera lista di indicatori», afferma Carazzone.

Il secondo punto di riflessione è che «la valutazione d’impatto dovrebbe riuscire a liberarsi dell’autocelebrazione. È fondamentale in questo tempo in cui abbiamo un sentimento diffuso di voler cambiare in meglio. Fondazioni ed enti filantropici hanno una libertà che nessun donatore pubblico ha, perché sono totalmente indipendenti e non hanno pressioni: dovrebbero quindi essere il gruppo tra i donatori disposto a non aver paura del fallimento, disposto a finanziare le attività e le organizzazioni in base a un impatto concordato ex ante con l’organizzazione. Un finanziamento su missione e non solo su progetto. È un approccio diverso, un pensiero sistemico ed evolutivo, capace di cross over, di intersezionalità ad esempio fra l’impresa sociale, il turismo esperienziale e l’agricoltura sociale, in cui non hai una lista prefissata di attività e microutput ma comprendi l’evoluzione degli strumenti dell’organizzazione, dei programmi da implementare per raggiungere quell’obiettivo di impatto».

Carazzone però è perfettamente consapevole che per andare verso questo approccio “system change” è importante riuscire ad adottare delle modalità di finanziamento e rendicontazione che siano capaci di sostenere il cambiamento, dal momento che «una visione non basata sul finanziamento a missione ma ancorata al progetto, fra l’altro con la possibilità di coprire sono in minima parte i costi di struttura, di comunicazione, di management, del personale e della valutazione… mantiene le organizzazioni di Terzo settore nel "ciclo della fame", come un criceto che corre nella ruota. Per me la valutazione d’impatto è parte integrante del raggiungimento della missione specifica, quindi va fatta come processo partecipativo permantene a cui si dedicano risorse, disposti anche a sbagliare». A tal proposito cita la valutazione d’impatto fatta dall’Ufficio Pio della Compagnia di San Palo sul progetto Percorsi, per l’accesso all’università di figli di famiglie a basso reddito: «Si sono resi conto il target a cui si rivolgevano – i liceali dell’ultimo anno - non era quello su cui avrebbero avuto impatto: quei ragazzi all’università ci andavano quasi tutti comunque. Hanno iniziato a lavorare con ragazzi più piccoli, del terzo e quarto anno, nei tecnici e nei professionali e tecnici e lì hanno fatto una differenza enorme».

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