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Un Paese che non sa come vuole cambiare

16 Luglio Lug 2020 1444 16 luglio 2020
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«Impatto significa cambiamento, quindi per valutare l'impatto devi prima decidere cosa vuoi cambiare, qual è il cambiamento che vuoi realizzare. Invece in questo momento mi sembra che non ci sia un visione strategica che indichi la direzione in cui si vuole cambiare il Paese», dice Davide Dal Maso

Fondi perduti o fondi per bene? Come utilizzare al meglio i 230 miliardi di euro che arriveranno in Italia nei prossimi mesi (stima Luiss)? Dentro questo tema, al centro della copertina del numero di Vita di luglio, quale ruolo può giocare la valutazione d'impatto sociale? Ne parliamo con Davide Dal Maso, presidente di Social Value Italia e partner di Avanzi. «Se il punto è legato ai flussi finanziari che sembra arriveranno per sostenere la ripresa economica, il tema è la valutazione degli effetti delle politiche pubbliche. Ma anche sul fronte pubblico ci sono molti fronti aperti, più di quello che si pensa: esiste nella PA una tradizione di valutazione, che però purtroppo non ha migliorato molto la qualità delle politiche», dice Dal Maso.

Quale ruolo può avere la valutazione d'impatto nel non sprecare l'occasione (e i soldi) in arrivo?
Il contributo maggiore che la valutazione d’impatto può portare non è nella valutazione ex post ma nella progettazione degli interventi. L’aspetto tecnico della misurazione di quel che succede dopo un intervento è importante ma non è forse il valore maggiore di una cultura della valutazione. Il vero valore sta nel fatto che per valutare devi prima decidere cosa vuoi cambiare: impatto significa cambiamento, quindi prima devi chiederti qual è il cambiamento che vuoi realizzare. Se faccio invece una lista di interventi, magari anche utili e importanti, ma scoordinate gli uni dagli altri… fare valutazione serve a poco perché non c’è un visione strategica che indichi la direzione in cui si vuole cambiare il Paese. Un esempio tipico è quello degli interventi fiscali: bonus e interventi a pioggia producono effetti paragonabili a fiammate, ma che non producono alcun cambiamento. Chi si ricorda che fine ha fatto per esempio il bonus bebé? Che cambiamento ha portato nella vita delle persone che ne hanno beneficiato? E soprattutto, come ha influito sull’andamento della natalità? Quando l’approccio è legato all’annuncio politico di un dispositivo, senza strategia, la valutazione diventa un esercizio estetico.

Su quali soggetti è più urgente lavorare? Lato erogatori o lato readiness della domanda?
Su lato micro, si può dire che un po’ di valutazione in più fa bene a tutti. Noi abbiamo fatto valutazione per imprese, per fondazioni, per operatori del Terzo settore… capire cosa succede dopo che hai fatto qualcosa è sempre una domanda intelligente che tutti farebbero bene a porsi. Ma l’approccio micro ed ex post funziona se vuoi valutare un progetto e i suoi outcome, se invece vuoi valutare i cambiamenti sulla società e devi valutare gli effetti delle politiche, qui i veri interlocutori sono i grandi finanziatori, a partire dello Stato. Oggi quando si parla di ripartenza del Paese si dovrebbe indicare una idea di Paese: prima dichiaro gli obiettivi strategici, poi faccio valutazione. A livello europeo c’è una qualità delle politiche mediamente più alta, ad esempio Horizon 2020.

Cosa serve alla valutazione d'impatto per fare un salto ulteriore e uscire dalla nicchia?
Serve avere memoria. La pratica dell’effetto annuncio ci ha narcotizzato, hai sempre bisogno di un’altra dose di annunci e dimentichi quel che è stato detto il giorno prima. E poi serve una cultura dell’accountability, il sentirsi in dovere di rendere conto delle misure e delle scelte che si sono proposte e che si sono realizzate. Questo vale per tutti, è facile criticare il settore pubblico e la politica, ma anche nel settore privato succede che le cose vengono fatte e non valutate.

E nel Terzo settore?
Il Terzo settore è culturalmente pronto e in generale anche se in modo implicito viene fatta più diffusamente si quel che non si pensi. Non vedo la paura ad esser valutati, certo a volte si tratta di farsi domande scomode, lo abbiamo sperimentato noi per primi qui ad Avanzi quando abbiamo messo in piedi un percorso di autovalutazione. C’è un tema di efficacia: se fai una cosa che non serve, non la devi fare. Poi c’è una questione di efficienza: magari con le stesse risorse potresti ottenere risultati migliori facendo le cose in modo diverso, valuti delle alternative e produci effetto maggiore. Credo ci sia invece un problema di risorse, perché fare valutazione costa e la percezione è che le risorse devono andare sulla produzione e non sulla valutazione, come se la valutazione fosse una ciliegina sulla torta. In parte è vero, ma è anche vero che se non valuti mai, rischi di finire in circolo di autoreferenzialità, senza chiederti mai se quello che fai ha senso e se produce qualche effetto.

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