L'analisi

29 mesi dopo convocato il parlamentino della cooperazione internazionale: ecco i nodi sul tavolo

19 Luglio Lug 2020 1301 19 luglio 2020

Domani, dopo due anni e cinque mesi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio riunisce in videoconferenza il Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo (CNCS), composto da rappresentanti dei principali soggetti pubblici e privati, profit e non profit, del sistema italiano della cooperazione internazionale per lo sviluppo. La precedente riunione è stata convocata dall’allora ministro Angelino Alfano il 28 febbraio 2018. È difficile trovare giustificazioni per un simile ritardo

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Domani, dopo due anni e cinque mesi, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio riunisce in videoconferenza il Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo (CNCS), composto da rappresentanti dei principali soggetti pubblici e privati, profit e non profit, del sistema italiano della cooperazione internazionale per lo sviluppo. La precedente riunione è stata convocata dall’allora ministro Angelino Alfano il 28 febbraio 2018. È difficile trovare giustificazioni per un simile ritardo

Domani, dopo due anni e cinque mesi, il ministro Luigi Di Maio riunisce in videoconferenza il Consiglio nazionale per la cooperazione allo sviluppo (CNCS), composto da rappresentanti dei principali soggetti pubblici e privati, profit e non profit, del sistema italiano della cooperazione internazionale per lo sviluppo. La precedente riunione è stata convocata dall’allora ministro Angelino Alfano il 28 febbraio 2018. È difficile trovare giustificazioni per un simile ritardo

Il CNCS è definito dalla legge 125/2014: “strumento permanente di partecipazione, consultazione e proposta, si riunisce almeno annualmente su convocazione del ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale o del vice ministro della cooperazione allo sviluppo, per esprimere pareri sulle materie attinenti tale cooperazione ed in particolare sulla coerenza delle scelte politiche, sulle strategie, le linee di indirizzo, la programmazione, le forme di intervento, la loro efficacia, la valutazione”.

Insomma, un organismo non da poco, che riunisce i principali soggetti pubblici e privati, profit e non profit, impegnati nella cooperazione internazionale per lo sviluppo o istituzionalmente interessati: dalle amministrazioni dello Stato, alle regioni, gli enti locali, gli enti pubblici, le università, le ong e le organizzazioni della società civile, altre realtà non profit, le imprese e i soggetti con finalità di lucro.

I punti all’ordine del giorno del 20 giugno includono anche l’attualità dell’azione di risposta globale al Covid-19, il rapporto finale e le raccomandazioni della peer review dell’Ocse-Dac sulla cooperazione italiana, i codici etici e di comportamento dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (AICS), la cooperazione in ambito Ue, il ruolo del settore profit, la prossima conferenza nazionale sulla cooperazione. Ma il punto principale è il parere sul documento triennale di programmazione e di indirizzo della politica di cooperazione allo sviluppo che dovrà essere approvato dal Consiglio dei Ministri.

Dato il ritardo accumulato, il documento si riferisce al triennio 2019-2021. Poco male, anche se è istituzionalmente singolare: le strutture ministeriali della cooperazione allo sviluppo hanno infatti iniziato a seguire quanto in esso indicato in merito alla visione strategica, gli obiettivi di azione, i criteri di intervento, le priorità per aree geografiche, per singoli paesi, per settori nel cui ambito è attuata la cooperazione allo sviluppo, gli indirizzi politici e strategici relativi alla partecipazione italiana agli organismi europei ed internazionali ed alle istituzioni finanziarie multilaterali.

Ciò è stato possibile anche grazie all’accurata fase di consultazione e verifica a cui il documento era stato sottoposto, estesa a tutte le parti coinvolte ed in particolare i soggetti del Terzo Settore. Il Direttore generale del Maeci per la cooperazione allo sviluppo ha pubblicamente auspicato che il prossimo documento 2021-2023 possa essere definito entro l’anno in corso.

Sul documento di programmazione triennale la Commissione Esteri della Camera ha recentemente programmato una serie di approfondimenti conoscitivi con alcune audizioni, sia istituzionali che delle reti della società civile. Ne è uscito un interessante quadro valutativo e propositivo, in un condiviso apprezzamento dell’impostazione del documento e della visione strategica contenuta, inclusiva dei vari soggetti e riferita agli obiettivi e target dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, divenuti la guida per ogni governo, ogni istituzione e ognuno che abbia a cuore il futuro sostenibile dell’umanità.

Rimangono varie problematicità, data anche la complessità della materia, che dovranno essere prese in considerazione ai vari livelli: attuativo, ministeriale, governativo, legislativo. Le rappresentanze delle organizzazioni della società civile LINK 2007, AOI e CINI le hanno evidenziate. Ne riprendo alcune.

  • L’attuazione della programmazione, secondo le priorità e gli obiettivi indicati, rischia di rimanere una buona intenzione se continua la progressiva riduzione delle risorse finanziarie destinate alla cooperazione allo sviluppo. Se l’APS (aiuto pubblico allo sviluppo) è stato nel 2017 pari allo 0,30% del RNL seguendo l’indicazione parlamentare di progressivo adeguamento delle risorse alla media dei paesi Ocse, nel 2018 è ridisceso allo 0,25%, nel 2019 allo 0,22% e nel 2020 subirà un ulteriore calo. Dopo un quinquennio di crescita, l’Italia (che è l’ottava potenza mondiale) è scesa al 17° posto nell’APS dei paesi Ocse-Dac. Senza adeguate risorse, gli ambiziosi obiettivi contenuti nella programmazione rischiano di rimanere tali, senza potere essere realizzati, chiudendo così l’Italia in velleitarie celebrazioni politiche di immaginari successi.
  • La situazione è ancora più grave se si considera che del totale dell’APS italiano (2018), solo il 12,5% dei fondi è speso dall’Aics sul canale bilaterale e per la costruzione di partenariati tramite i soggetti della cooperazione, mentre il 42% è gestito dal MEF sul canale finanziario multilaterale ed europeo e il 21,5% dal Ministero dell’interno (in teoria per l’accoglienza dei rifugiati in Italia). Il MAECI, tramite la DGCS gestisce il 14% per il Fondo europeo di sviluppo (Ue) e il restante 10% è speso da varie istituzioni centrali e locali. Un’Agenzia nata per realizzare un’ambiziosa cooperazione per lo sviluppo e la costruzione di partenariati di medio-lungo periodo a reciproco interesse e vantaggio continua ad essere frenata da decisioni politiche miopi e distratte. Gli stanziamenti al Ministero dell’interno sono poi indebitamente tutti calcolati come APS. Infatti gli ingenti risparmi (+500 milioni), dovuti al calo delle presenze di richiedenti asilo, vengono ripartiti nei capitoli di bilancio dello stesso ministero invece di essere indirizzati all’Agenzia per reali attività di sviluppo, come trasparenza e coerenza richiederebbero.
  • Spesso non c’è coerenza tra il dire e il fare e le priorità geografiche e settoriali sono così ampie da rendere tutto potenzialmente prioritario, pur in presenza di risorse limitate. La programmazione ribadisce l’impegno di destinare ai paesi a più basso reddito almeno lo 0,15-0,20% dell’APS, secondo le indicazioni Ocse-Dac. Nei dieci anni 2008-2018 tale impegno si è fermato a poco più dello 0,05%. Eppure, sui 22 paesi prioritari per l’Italia, 10 sono classificati come paesi meno avanzati. Le risorse sono quindi dirette a paesi a più alto reddito: scelta che ha valide giustificazioni ma che non esprime la coerenza contenuta nelle dichiarazioni e programmazioni.
  • Lo stesso vale per le priorità settoriali, quali nutrizione e sicurezza alimentare, sviluppo agricolo, salute, acqua e servizi igienici, educazione, energie rinnovabili, ambiente, inclusione sociale, migrazioni e sviluppo, lotta alle disuguaglianze, parità di genere, rafforzamento istituzionale, buon governo… Nell’attuazione dei programmi paese esse rimangono spesso altalenanti, senza una garanzia di continuità e consistenza dell’impegno finanziario. Servirebbe un diverso approccio che stabilisca la definizione delle priorità con le autorità, le comunità e gli attori locali, in un partenariato che assicuri loro l’ownership delle programmazioni in un’ottica di medio periodo. Tenendo conto del patrimonio di conoscenze della cooperazione italiana, i cui soggetti sono portatori di ricche specificità e competenze utili nella costruzione di partenariati nei settori di interesse, coinvolgendo anche le capacità presenti nelle realtà di immigrazione.
  • La nuova programmazione dovrà contenere priorità relative al contenimento della pandemia Covid-19 e al rafforzamento dei sistemi sanitari; dovrà prevedere un’ampia azione multilaterale, in particolare per la ricerca, produzione e distribuzione del vaccino da considerarsi “bene pubblico universale”. L’Italia è già in prima fila nella mobilitazione globale. Il vaccino riguarda infatti direttamente il nostro paese: è indispensabile per la salute delle nostre comunità e per impedire l’importazione di nuove infezioni. Se così non fosse, la mobilitazione sarebbe più contenuta, come è stato per la sars ed ebola. Coerenza vuole che i fondi destinati alla catena del vaccino siano quindi altri rispetto ai già decrescenti stanziamenti per la cooperazione allo sviluppo.
  • L’azione multilaterale è fondamentale e va indubbiamente rafforzata. Senza però sminuire l’importanza della cooperazione bilaterale. L’analisi degli anni passati suggerisce di raddoppiare gli stanziamenti italiani per il canale multilaterale e quadruplicare quelli per l’azione bilaterale, rimasta troppo contratta. I recenti decreti governativi hanno normato ingenti finanziamenti per i bisogni interni e per il commercio con estero. Anche la cooperazione allo sviluppo dovrà trovare l’adeguato rafforzamento, se si vuole continuare a darle il significato che il legislatore le ha attribuito.
  • La pandemia sta colpendo paesi già fragili ed economie emergenti, in particolare in Africa. Oltre al sostegno che la cooperazione internazionale dovrà continuare a fornire, si rende necessaria un’azione congiunta dei paesi del G20, la cui presidenza nel 2021 è affidata all’Italia, volta al condono o conversione del debito dei paesi più in difficoltà: un debito che non potrà in ogni caso essere rimborsato. Tenendo anche presente che la sua conversione in valuta locale potrebbe permettere progetti di sviluppo umano e sostenibile, coinvolgenti il settore privato, anche di fronte ad un rallentamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo e potrebbe in parte sopperire alla diminuzione delle rimesse dei connazionali all’estero. Si tratta di un impegno già contenuto nella programmazione triennale ma che nel 2021 deve trovare spazio nelle decisioni del G20.
  • L’Agenzia è chiamata a tradurre in azioni di alta qualità ed efficacia la programmazione e le linee di indirizzo triennali. Deve però essere messa nelle condizioni di poterlo fare sia con il necessario personale che con un’adeguata sede operativa. L’attuale sede in cui l’Agenzia è costretta ad operare non è né funzionale né dignitosa: occorre quindi intervenire subito, prima di provocare dannose paralisi, nonostante la buona volontà e capacità di chi vi opera. E’ urgente che sia presa entro i prossimi tre mesi la decisone sulla sede definitiva dell’Agenzia, che le permetta di potere lavorare in modo dignitoso e proficuo. Gli edifici non mancano e con il Demanio possono essere trovate le necessarie intese in tempi molto brevi.
  • Nel 2021 è programmata la conferenza nazionale sulla cooperazione allo sviluppo, a cadenza triennale. Si tratta di una grande opportunità per comunicare la realtà della cooperazione italiana e la sua importanza nelle relazioni internazionali, anche alla luce della nuova consapevolezza di quanto sia importante la cooperazione globale in un modo interconnesso che si è scoperto fragile. Gli impegni assunti nella precedente conferenza del gennaio 2018 sono rimasti perlopiù disattesi. Sarà quindi necessario ripensarne l’impostazione, con un ampio e partecipato evento pubblico aperto in particolare alle giovani generazioni e ai media e con momenti di approfondimento tra i soggetti pubblici e privati della cooperazione come definiti dalla legge.
  • Il centro dell’interesse della cooperazione allo sviluppo deve ritornare ad essere inequivocabilmente la persona, come espresso nell’articolo 1 della legge 125/2014. Consapevoli che non basta la crescita per rimuovere disuguaglianze che sono al contempo economiche, sociali, territoriali, educative, di genere, tecnologiche, lavorative, generazionali… in aree con un andamento demografico che, come in Africa, vedrà raddoppiare la popolazione nei prossimi trent’anni. La cooperazione allo sviluppo non dovrà divenire l’ancella degli investimenti italiani all’estero, anche se non vi è dubbio che il collegamento con questi rimane indispensabile per assicurare coerenza nell’azione di sviluppo. Sviluppo ed equità, con al centro la persone ed in particolare i più fragili, non sono in contraddizione e la cooperazione deve continuare ad assicurare questo legame. Sviluppo umano e sostenibile. Umano implica il coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni in essa impegnate; sostenibile implica avere lo sguardo al futuro, alle prossime generazioni ed al destino dell’umanità, al delicato equilibrio tra l’uomo e la natura che trovano nell’Agenda 2030 l’indicazione del cammino da seguire.


    *presidente emerito di INTERSOS, policy advisor di LINK 2007

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