Finanza

E ora spazio al credito di cittadinanza

20 Agosto Ago 2020 1038 20 agosto 2020

Proponiamo l'intervento del Responsabile Direzione Impact Intesa Sanpaolo alla presentazione, questa mattina, del Rapporto annuale della Fondazione per la Sussidiarietà dedicata al tema “Suissidiarietà e finanza sostenibile”

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Noah Buscher X8z Stuk S2PM Unsplash economia circolare
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Proponiamo l'intervento del Responsabile Direzione Impact Intesa Sanpaolo alla presentazione, questa mattina, del Rapporto annuale della Fondazione per la Sussidiarietà dedicata al tema “Suissidiarietà e finanza sostenibile”

Solo pochi anni fa una “proposta di pensiero” sul profitto sarebbe sembrata oziosa: nel duplice senso di inutile e di suggerita dalla pigrizia della decrescita; e dunque la si sarebbe declassata alla categoria regressiva, come cosa contraria all’interesse dell’Umanità.

Ma che cos’è in definitiva il progresso in una prospettiva civile, e tanto più cristiana? L’unica definizione destinata a non sbriciolarsi si ricollega alla parità, alla condivisione e all’accoglienza: nella dimensione civile, a un lavoro continuo, metodico, trasparente (ossia condotto nella consapevolezza di tutti e sotto un controllo democratico) per la riduzione delle distanze fra le condizioni degli esseri umani.

Come un rumore di fondo, per anni, un pensiero minoritario fatto passare per radicalismo da salotto ha coltivato una visione di crescita diversa, orientata al Bene Comune. Il mainstream planetario ribatteva che la giustizia come riequilibrio aveva pure un senso, e che il sistema già la perseguiva attraverso il trickle down, gocciolamento della ricchezza da un livello “alto” (indefinitamente alto, che nessuno può immaginare di limitare) a un livello “basso”. Bastava che nel tempo -non importa quanto- quel basso diventasse meno basso. Anche l’alto poteva diventare più alto, auspicabilmente -però- con tempi certi e brevi. Si definiva la crescita economica come una marea che salendo solleva gli yacht dei magnati e le piroghe degli uomini-scimmia. Benefiche gocce e moti oceanici planetari: il capitalismo ha scelto spesso metafore idrauliche e un repertorio legato alla fisica, quindi esatto e ineluttabile.

Ciascuno di noi ricorda che in ogni piano d’impresa del passato il primo obiettivo era soddisfare le aspettative degli shareholders; la dimensione degli stakeholders era contemplata solo in prospettiva astutamente consumeristica: se l’impresa nella sua corsa al profitto non lasciava gocciolare nulla, e nel frattempo magari preferiva moltiplicare i compensi degli amministratori, di certo gli investitori socialmente sensibili ne avrebbero tenuto conto, scegliendo un più soddisfacente mix di rendimento e gocciolamento. Tuttavia, quando questo è avvenuto (in pochi casi, comunque), il risultato è che le cose sono rimaste uguali fino a oggi.

Per fare un esempio, recentemente il temibilissimo giudizio dei socialmente sensibili non ha impedito che qualcuno apparisse davanti alle Istituzioni internazionali riconoscendosi unico responsabile dell’accumulo fraudolento dei dati personali di centinaia di milioni di cittadini. Ha ammesso di averli venduti “non si sa a chi, per quanto tempo, a quale prezzo e per quale fine” e se ne è dichiarato veramente dispiaciuto. Il mercato lo ha punito implacabilmente per una settimana; all’ottavo giorno il titolo è risorto, con un rimbalzo a livelli mai prima raggiunti, come una pubblica perdonanza o un premio al ravvedimento.

È terribile e coerente che il Capitalismo mainstream produca diseguaglianza economica e diseguaglianza di diritti e di cittadinanza, in modo biunivoco e come se tra le due dimensioni ci fosse una relazione di causa ed effetto. Ed è spaesante che questa visione conviva con un pensiero che conosce, indaga e tenta di costruire coscienza del Bene Comune, quasi che ci fosse bisogno di un dissenso circoscritto, come ai bianchi servono i pellerossa al sicuro nelle loro riserve.

Quanto stiamo vivendo nella crisi Covid dimostra tutta la fragilità di questo sistema. Oltre all’immoralità, ne rivela la tragica inefficienza: decenni di pensiero a breve termine non hanno sviluppato nessuna capacità di mettere in sicurezza sanitaria il pianeta (e nessuno dei singoli Stati!). Il mondo è collassato, incapace di dotarsi delle difese più elementari, senza nemmeno riuscire a realizzare il sogno di qualunque vero capitalista: produrre in tempi brevi un articolo semplice, ad alto valore aggiunto, con un mercato certo e in numero praticamente infinito. Vista così, la crisi delle mascherine non può che apparire un fallimento quasi simbolico. A un livello diverso di complessità, ma con in gioco valori economici ancora più grandi, il vaccino potrebbe portare a situazioni di speculazione, profitto, accumulo ancora peggiori, senza nessun pensiero che vada oltre i confini e gli interessi dei Paesi più forti.

Penso che in un ambiente come il Meeting di Rimini si debba non avere paura di esprimere “fraternamente” un approccio diverso, con questo carico di vitale ingenuità.

E allo steso modo mi sento anche libero di interpretare la frase scelta per il 2020 “Privi di meraviglia, restiamo sordi al sublime”, spiegata così dai curatori del Meeting: “A tutti sarà capitato un volto, un incontro, un evento che danno una prospettiva diversa, nuova, ai nostri programmi e alle nostre aspettative. In quei momenti è come se la realtà si rendesse trasparente, e dall’interno della nostra esperienza emergesse un senso, una prospettiva, una profondità di cui abitualmente non ci accorgiamo. In quei momenti il peso e la fatica dell’esistenza cede il posto a una promessa che ci attrae, una “meraviglia” con cui la realtà ci tocca e ci sorprende, e grazie alla quale ciò che crediamo di sapere e di saper gestire, o che cerchiamo sempre di sistemare nei nostri schemi, mostra la sua misteriosa attrattiva: la scoperta semplice e vertiginosa che le cose ci sono. Senza questa meraviglia la realtà diventa opaca e scontata; il nostro io si riduce alle nostre capacità e alle nostre performances, e il gioco sembra perso”.

Penso che proprio l’esperienza di questi mesi possa essere vista come l’evento rivelatore del senso, della prospettiva, della profondità di cui abitualmente non ci accorgiamo. La meraviglia che andiamo scoprendo è l’obiettivo di un ordine più giusto, che oggi finalmente appare non come un miraggio ma come una prospettiva raggiungibile perché la condizione di tutti è cambiata. Una marea ci ha spostati tutti dalla posizione in cui ci trovavamo, spingendoci lontano da quello che pensavamo di saper gestire, dalle nostre performances. Sta a noi, e a quanto di divino e di creativo c’è in noi, trasformare questa condizione confusa ma corale in un disegno di Bene Comune.

Sono e rimango una persona impegnata nell’economia e nella finanza, ma proprio per questo intendo contribuire a cambiarla, usando quello che i fondatori del movimento B-Corp hanno definito “la forza economica più grande, quella delle imprese”.

Nel pensiero che rifonderà la società non limitandosi all’assurdo di mettere in sicurezza l’ingiustizia che viviamo (come se cioè la società ideale fosse questa stessa, ma a prova di Covid) dovrà trovare posto un modo diverso di fare credito: credito di cittadinanza. E noi lo stiamo facendo. Incidere sul sociale dall’interno della banca, modificandola profondamente ma senza negarne la natura è una metamorfosi concreta, possibile e sostenibile, che da anni portiamo avanti. Questa strada passa diritta sopra le difficoltà, lo scetticismo e gli equivoci mainstream, e mi rende sicuro che il processo non si fermerà, perché dalla prima banca del Paese vogliamo estenderlo all’intero sistema economico.

*Responsabile Direzione Impact Intesa Sanpaolo

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