Donne, Lavoro E Cambiamento Climatico Foto di Marta ravasio
Reportage

Come si salva l’ambiente? Con più diritti alle donne

22 Agosto Ago 2020 0909 22 agosto 2020
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I Paesi in cui le disuguaglianze di genere sono più alte, sono quelli che gestiscono peggio le risorse naturali. Come dimostra questo questo viaggio Uganda

La violenza di genere e il degrado ambientale sono tra le sfide più urgenti su scala mondiale, ma solo di rado vengono analizzati in modo interdipendente.
Come ha chiarito un recente report della Iucn (International Union for Conservation of Nature), i due fenomeni sono strettamente collegati perché la violenza di genere è spesso usata come forma di controllo socio-economico per mantenere e promuovere dinamiche diseguali di potere, anche in relazione alla proprietà, all’accesso e all’uso delle risorse naturali. Il potenziale di violenza legato al possesso delle risorse naturali, spiegano gli autori, è aumentato anche a fronte delle attuali minacce ambientali, soprattutto per il cambiamento climatico. Si tratta di uno stress particolarmente intenso, perché colpisce i mezzi di sussistenza di soggetti già fragili, il cui livello di resilienza inevitabilmente diminuisce. In molti Paesi, le leggi impediscono alle donne di possedere, gestire ed ereditare proprietà e terreni.
Secondo uno studio condotto su 189 Paesi dalla Banca mondiale (2018), il 40% dei sistemi legali nazionali analizzati ha almeno un vincolo legale che limita i diritti delle donne rispetto alla proprietà. Dei 189 Paesi, 36 non concedono alle vedove la stessa eredità concessa ai vedovi, mentre 39 nazioni impediscono alle figlie di ereditare quanto i figli maschi. Questo fenomeno è conosciuto come property grabbing, noto anche come disereditazione, e impedisce alle donne di ereditare beni e terreni, con conseguente mantenimento di dinamiche di potere discriminatorie.
Spesso, anche se le leggi nazionali non danno vincoli o limitazioni formali, sono le tradizioni a fare la differenza e a porre delle limitazioni che risultano comunque invalicabili.

Il nodo della proprietà terriera
«C’è una forte correlazione tra cambiamento climatico e violenza di genere. In Uganda, il diritto a possedere un terreno è per tradizione riservato agli uomini, ma sono le donne a lavorare la terra», racconta Elizabeth Birabwa, sociologa ugandese esperta della tematica, che abbiamo incontrato alla Makerere University di Kampala. Molti dei problemi relativi alla violenza di genere si sviluppano nelle aree rurali, dove gli uomini pretendono di avere parte dei proventi derivanti dal lavoro agricolo che la donna ha effettuato. Birabwa ci spiega che circa il 60% dei casi di violenza di genere che si registrano nel Paese sono riconducibili all’accesso e all’utilizzo delle risorse naturali. «La situazione è sempre più drammatica, a causa del cambiamento climatico», precisa.

Elizabeth Birabwa (sociologa)

Le donne però stanno reagendo, ci sono sempre più associazioni e consorzi di contadine che cercano di fare squadra e sostenersi a vicenda qualora il raccolto di un’associata non dia i frutti sperati: «Questo tipo di network sociale è molto più tipico dei processi di socializzazione femminili che maschili. Per tale ragione, non comprendendone la natura, gli uomini potrebbero essere insospettiti da gruppi di questo tipo e innescare nuove spirali di violenza di genere». Anche se l’Uganda sta cercando di porre in essere una strategia di adattamento ai cambiamenti climatici, la cosiddetta Green Growth strategy, il Parlamento non sembra essere dell’idea di concedere alcun diritto di proprietà alle donne: ogni volta che qualche proposta inerente la materia doveva essere al vaglio dei legislatori, le sessioni sono state annullate o si è trovata una buona ragione per non arrivare nemmeno alla discussione. «Sono 15 anni che questa legge viene proposta in varie forme e con differenti nomi, ma tutti i tentativi sono stati vani», commenta Birabwa.
Il silenzio sembra la formula di comunicazione scelta dal governo quando si parla di donne e protezione dell’ambiente. A confermarlo è Vanessa Nakate, l’attivista ambientale ugandese il cui nome è risuonato su scala internazionale dopo che lo scorso gennaio era stata incautamente tagliata da una foto scattata a Davos accanto ad altre attiviste tra cui Greta Thunberg, in occasione del World Economic Forum. L’attivista, che abbiamo incontrato in un bar a Kampala, ci spiega che il Parlamento ha più volte rifiutato di darle udienza, perché la ritiene troppo giovane. Inoltre, nessuna risposta è mai arrivata alle innumerevoli lettere spedite ai ministri per spiegare l’importanza di un’azione climatica immediata. Proprio mentre il mondo chiudeva le frontiere a causa del Coronavirus e alle persone veniva imposto il lockdown, in Uganda centinaia di persone hanno dovuto evacuare le proprie abitazioni per un’importante esondazione del lago Vittoria. «Spesso ci viene impedito di manifestare. Quando richiediamo i permessi dobbiamo sperare che tutto vada per il meglio, ma anche in caso ce li concedano le manifestazioni per il clima non sono viste di buon occhio, anche se il problema qui è sempre più forte», racconta.
Il silenzio è anche quel meccanismo subdolo per cui si arriva a parlare solo di rado delle attiviste ambientali del Sud del mondo, come spiega Nakate: «Si parla troppo poco delle attiviste del Sud del mondo, servirebbe un dialogo più equilibrato sul clima che prenda in considerazioni anche voci che spesso vengono lasciate nell’ombra. Per fare questo, sul mio profilo Instagram ho lanciato un podcast in cui intervisto attiviste africane, mediorientali, asiatiche».

Vanessa Nakate (attivista ambientale)

Il fronte delle risorse idriche
La crisi climatica in atto potrebbe creare scenari ancora più drammatici per la violenza di genere. Un altro dato allarmante riguarda le risorse idriche: almeno 17 milioni di donne e bambine in Africa ogni giorno vanno al pozzo per prendere l’acqua. Questa attività aumenta il rischio di abuso sessuale, malattie e abbandono scolastico. Lo afferma il primo studio effettuato per calcolare il numero di donne e bambini responsabili per la raccolta dell’acqua in Africa. Incrociando i dati dei database di Banca mondiale, Unicef e l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale in un importante report pubblicato nel 2016. «Lo sviluppo di network e reti di mutua assistenza sarà fondamentale per queste donne. Molte di loro sono già convinte che insieme potranno raggiungere obiettivi politici, alcune stanno lottando per l’approvazione della legge che riconosca loro il diritto a possedere la terra. Questa è l’unica strada percorribile per una vera giustizia climatica», conclude Birabwa.


Foto di Marta Ravasio. In apertura un sobborgo di Kampala, capitale dell’Uganda e città più popolosa del Paese africano con oltre 1,5 milioni di abitanti

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