Religione

I laici e la spiritualità del quotidiano

24 Agosto Ago 2020 1238 24 agosto 2020

Stiamo vivendo un mutamento d’epoca, più che un’epoca di mutamenti, è urgente ripensare coraggiosamente a nuovi modelli culturali, con l’obiettivo di rifondare eticamente ogni forma dell’agire umano

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Stiamo vivendo un mutamento d’epoca, più che un’epoca di mutamenti, è urgente ripensare coraggiosamente a nuovi modelli culturali, con l’obiettivo di rifondare eticamente ogni forma dell’agire umano

I processi di secolarizzazione e di globalizzazione in atto hanno generato nel nostro tempo un’ischemia verticale non solo dei valori cristiani ma anche del senso religioso ed etico della vita. Nel difficile momento storico che stiamo attraversando, caratterizzato da forti mutamenti economici, socio-culturali-politici e religiosi, «stiamo vivendo un mutamento d’epoca, più che un’epoca di mutamenti»[1], è urgente ripensare coraggiosamente a nuovi modelli culturali, con l’obiettivo di rifondare eticamente ogni forma dell’agire umano.

Il postmoderno
Consapevoli che ormai abbiamo voltato le spalle ai tempi della cristianità in cui tutto si dava per scontato o tutto era accolto per tradizione, oggi dobbiamo fare i conti con le esigenze imposte dalla nuova società e dalla cultura postmoderna. A ben guardare, però, la cultura postmoderna «designa l’emergere di un insieme di fattori nuovi che quanto a estensione ed efficacia si sono rivelati capaci di determinare cambiamenti significativi e durevoli» (Fides et ratio, n. 91). Questa consapevolezza necessita tuttavia di un cambio di visione: occorre adeguare il proprio sguardo a un modo nuovo di interpretare la realtà cogliendo alcuni segni del nostro tempo.

Il problema più difficile, oggi, è che non si rincorrono più i grandi progetti ideali e non si offrono più scopi di vita, ma «si manifestano dubbi verso tutte le forme dei movimenti di liberazione»[2]. Si tratta, dunque, di coltivare e far crescere la capacità sapienziale del discernimento sul­la storia, sui suoi straordinari cambiamenti per “scrutare i se­gni dei tempi e di interpretarli alla luce del vangelo, così che, in un mo­do adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interro­gativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro re­ciproco rapporto” (GS 4). In questa prospettiva, l’inveramento cristiano della storia non può che svilupparsi nella consapevolezza di essere impronta di una novità, quella cristiana appunto, che si introduce nella storia come offerta di una visione differente dell’uomo, della vita, della cultura.

Le pratiche della fede
È veritiero ciò che afferma san Paolo, “siamo giustificati gratuitamente per grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù Cristo” (lettera ai Rm, 3, 24). Ma se colui che è “giustificato” non fa le “opere” di chi è stato “reso giusto”, la sua giustificazione non gli serve a nulla, anzi diverrà la sua condanna. Pertanto, la peculiarità dell'etica ebraico-cristiana non va dunque investigata sul terreno dei contenuti ma su quello dei significati che essa assume in virtù della propria collocazione nel contesto dell'esperienza di fede. Si avverte, allora, l’esigenza di un ritorno all’etica, sola capace di far recuperare ad ogni agire orientato al bene comune il suo costitutivo potenziale umanizzante.
In questo senso l’etica diviene una sorta di campo neutro che non può essere assorbito né dalla fede né dalla politica, ma ha legami profondi con le due: dalla fede riceve nuovi impulsi, che raggiungono la politica senza alterarne i contorni, e dalla politica stimoli nuovi. L’etica, dunque, conferisce alla vita il suo senso ultimo, la orienta al fine che le appartiene: vale a dire il servizio integrale dell’uomo e dell’intera famiglia umana. C’è bisogno, allora, di più chiarezza e di maggior coraggio nel professare l’appartenenza alle proprie radici, proclamando l’identità di essere cristiani di fronte alle tentazioni subdole promosse da una certa politica o di fronte alle insidie tese da un laicismo pseudo-religioso che si è radicalizzato nella cultura del nostro tempo. Paolo VI ci parla del paradigma del “cristianesimo contemporaneo”, ossia di una religione del Dio fattosi uomo che si scontra con la religione dell’uomo che si fa Dio.

Trasformare la storia
La speranza della fede è potenza di trasformazione della storia, nel senso che a partire dallo sguardo di Dio sul mondo ogni forma del bene, dell’amore possa trovare attuazione, quale inizio e fi­gura di una pienezza nel sempre del futuro ultimo dischiuso da Dio: i beni, quali la dignità dell’uomo, la fraternità e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità, dopo che li avremo diffusi sulla terra nello Spirito del Signore e secondo il suo precetto, li ritroveremo poi di nuovo, ma purificati da ogni macchia, ma illumina­ti e trasfigurati, allorquando il Cristo rimetterà al Padre il regno eter­no e universale”[3]. Dentro questa speranza viva, i cristiani sono chiamati ad una spi­ritualità della responsabilità rispetto alle faccende del saeculum, ad una spiritualità dell’immersione nel mondo, senza creare inutili schi­zofrenie tra “sacro e profano”: è la spiritualità del quotidiano e del fe­riale, nella quale l’impegno secolare è la forma ordinaria di obbedienza a Dio ed esercizio del proprio dovere verso il prossimo e ver­so Dio. Contro il tentativo, piuttosto in voga in questo periodo, di una ristatalizzazione di ogni “azione politica” per il bene comune, è opportuno adoperarsi per ribadire con forza la necessità di una terza via, che si colloca tra statalismo e mercatismo: la sussidiarietà circolare, principio tanto caro al pensiero montiniano, espresso nella Populorum Progressio e pietra miliare della Dottrina Sociale della Chiesa.

L’umano personale
Ogni agire politico cristiano, dunque, non può che avere come cardine la “persona umana”. La persona, infatti, pur ricorrentemente oggetto di tentativi di (presunto) “superamento”, rimane il necessario fondamento di ogni esperienza di socialità che mette al centro la relazione e, in particolare, tra le diverse forme possibili di relazione, la “prossimità”, intesa non semplicemente come uno stare di fronte all’altro o uno stare uno dentro l’altro, ma come un farsi prossimo dell’altro, un avvicinarsi all’altro. La prossimità, infatti, non è uno status tranquillo e acquisito, piuttosto un continuo andare verso l’altro. L’io non è il tu, ma solo nel tu può prendere avvio l’esperienza del noi, che è mistero di amore, gratuità, condivisione. Si tratteggia, perciò, l’attività di volontariato organizzato di ispirazione cristiana come “avamposto di prossimità”, avvenimento sociale e cristiano o anche come opera filantropica, ovvero, atto di liberalità non sillabato da giustificazioni utilitaristiche. Di fronte alla precarietà che stiamo sperimentando, è possibile, dunque, guardare a contro-prospettive, provando a ragionare sul come, con il coraggio dell’incertezza e la creatività dell’amore, come ci esorta Papa Francesco. Un impegno che veda insieme i credenti in Dio e i credenti nell’uomo impegnati a realizzare un nuovo umanesimo!

[1] C. Dotolo, Un Cristianesimo possibile. Tra postmodernità e ricerca religiosa, Queriniana, Brescia 2007, 6.

[2] J.Ratzinger, la via della fede, Milano 2005, 15.

[3] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, (7.12.1965), 39.


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