Dibattiti

Stop ai bandi? Non confondiamo la malattia con il sintomo

31 Agosto Ago 2020 1209 31 agosto 2020

Il lavoro “per progetti” già convive con altre forme di partnership. Ci dobbiamo chiedere quindi perché il “modello a progetto”, pur con tutti i limiti evidenziati negli articoli citati, è sopravvissuto ai suoi competitor. Scopriremmo che il vero problema non è il bando/progetto ma la sua deformazione

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Bandi
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Il lavoro “per progetti” già convive con altre forme di partnership. Ci dobbiamo chiedere quindi perché il “modello a progetto”, pur con tutti i limiti evidenziati negli articoli citati, è sopravvissuto ai suoi competitor. Scopriremmo che il vero problema non è il bando/progetto ma la sua deformazione

Questo contributo nasce come reazione all’invito lanciato da Christian Elevati e Federico Mento su queste colonne in “Superare i bandi. Ma poi?”, ultimo di molti ed importanti contributi offerti sempre su vita.it, fra i tanti, da Carola Carazzone, Carlo Borgomeo ed Andrea Silvestri

La malattia ed il sintomo
Siamo d’accordo non si vive solo di bandi e progetti, ma non confondiamo la malattia con il sintomo, soprattutto di questi tempi. Il lavoro “per progetti” già convive con altre forme di partnership: finanziamenti diretti costruiti con negoziazioni individuali (aziende e fondazioni hanno spesso usato questo modello), operating grant (diverse direzioni generali della UE), framework programme (Cooperazioni Spagnola, Svedese e Danese, ECHO, ecc.). Ci dobbiamo chiedere quindi perché il “modello a progetto”, pur con tutti i limiti evidenziati negli articoli citati, è sopravvissuto ai suoi competitor.

Ci sono certamente ragioni utilitaristiche, come ad esempio l'essere meno costoso lato donatore e, almeno apparentemente, più trasparente. Dubito però che questi elementi sarebbero stati sufficienti, se non ci fossero stati alcuni punti forza del modello a progetto: ad esempio stimolare partnership, diversificare il sostegno alle organizzazioni e le tipologie di intervento.

Il vero problema non è quindi il bando/progetto ma la sua deformazione - inasprita dalla crescente sfiducia nel terzo settore - che ha trasformato un utile strumento di filantropia in un mostro da domare ed ha costretto le organizzazioni ha inventarsi poteri sovrumani per affrontarlo. Scopriamo questi poteri per capire cosa dobbiamo cambiare non solo nel modello bando/progetto ma in generale nelle partnership fra donatori ed organizzazioni.

La Maga
Hai un problema che non riesci a risolvere? Ti mancano fondi? I pomodori non hanno più il sapore di una volta? Una progettista farà uscire un progetto dal cilindro che risolverà tutto.

In realtà un progetto è un’iniziativa temporanea con risorse e tempi definiti intrapresa per creare un prodotto, un servizio o un risultato con caratteristiche di unicità. È un lavoro di sviluppo concettuale di alto livello che vuole trovare risposta a problemi complessi e vuole produrre un cambiamento reale sui destinatari della propria azione (che siano comunità, associazioni, ecc.). La progettazione non è magia né marketing puro ma è ricerca e sviluppo, sperimentazione continua e tanti fallimenti. Paradossalmente questo è più chiaro nel mondo profit che spesso finanzia internamente pochi interventi ma altamente trasformativi, mentre nel non profit si scrivono ancora 40 progetti all’anno per cercare di coprire i costi delle attività ordinarie.

L’Uomo invisibile
Come diretta conseguenza di questa decontestualizzazione, grant makers e grantees hanno intrapreso una relazione gatto-topo vola a scovare o nascondere i costi di struttura nei progetti, questione alla base del famoso starvation cycle.[1] Spese di comunicazione e gestione diventano quindi una vergogna da nascondere, fino ad arrivare al paradosso di avere progetti finanziati ma senza la copertura a budget della figura del/lla project manager. Coordinatori che ovviamente ci devono essere, ma lavorano nell’ombra, invisibili ai donatori.

Mi sono trovato nella situazione kafkiana di aver trovato due donatori disponibili a coprire ciascuno il 50% di un intervento[2] ed entrambi mi hanno chiesto che l’altro pagasse i costi di coordinamento! Non ci dovrebbe essere invece la minima remora a coprire spese di gestione, formazione del personale (non solo con un bando specifico ma con una componente da mettere in tutti i bandi), comunicazione, contingency,[3] valutazione, perché questi non sono costi, ma investimenti per la qualità e l’impatto. Lo sanno a KPMG, a Microsoft e a Moncler, è ora di impararlo anche noi.

Il veggente
Nella progettazione finanziata ci piace prevedere il futuro. Un progetto è una previsione (l’etimologia di progettare è “gettare avanti”) ma questo non vuol dire che, alla presentazione di una proposta, io sappia oggi 31 agosto 2020 quanti pranzi per quante famiglie con isee sotto i venti mila euro somministrerò per il quarto workshop a giugno 2022.

È fondamentale lavorare con un approccio predittivo e rigoroso (plan driven), ma non si può applicare sempre questo modello in particolare ad interventi con lunghi tempi di valutazione ed esecuzione e soprattutto quando queste azioni hanno al centro le persone. Si possono utilizzare anche approcci di tipo iterativo (change driven) con una pianificazione iniziale a maglie larghe o misti, dove si pianifica con dettaglio per fasi durante lo sviluppo dell’intervento (rolling wave planning).

Più veloce della luce
12 mesi di intervento 60 mila euro: quanti ragazzi e ragazze in situazione di forte disagio sociale avevamo promesso di reinserire a lavoro con contratti a tempo indeterminato? Capita spesso che nella competizione si scrivano e si creino false aspettative, mentre nella maggior parte dei casi un intervento, soprattutto se breve, non è trasformativo. Un progetto è un’azione temporanea, questo non vuol dire breve soprattutto quando si vogliono creare cambiamenti complessi in contesti difficili.

La pallottola d’argento
Non credo nei superpoteri e credo profondamente che ci siano troppi progetti, troppi bandi e spero che i meccanismi alternativi si sviluppino il più possibile. Dubito però che esista una pallottola d’argento che ci permetterà di risolvere il problema in unico colpo.

Non dobbiamo quindi concentrarci solo sul superamento dello strumento progettuale, ma serve mantenere lo sguardo sulla complessità della questione che richiede, a mio avviso, un cambio di paradigma nella relazione fra donatori, organizzazioni e comunità. Una partnership non progettuale infatti non risolve necessariamente i difetti dell’approccio a bando: può infatti continuare a basarsi su obiettivi eccessivi in tempi irrealistici, non contemplare costi adeguati di gestione, ecc.

Una partnership - tramite un bando/progetto o altra forma - può essere trasformativa e sostenibile solo se si crea un dialogo reale e un rapporto di fiducia fra donatore, organizzazione e comunità dei/delle destinatari/e. La comunità, il Terzo Pilastro come sottolinea il programma delle giornate di Bertinoro 2020,[4] è spesso marginale nella progettazione sociale, nonostante la continua ricerca di approcci partecipativi. Un paradosso se consideriamo la capacità di disintermediazione delle tecnologie attuali e la necessità di contrastare la crescente disuguaglianza sociale con azioni partecipative e politiche, nel senso più alto del termine.[5]

È necessario quindi che il dialogo fra il Terzo settore (donatori ed esecutori) e comunità sia acceso, aperto ed informato[6] e costruisca relazioni di fiducia durature, rischiose (accettando anche i fallimenti) e flessibili. In questa prospettiva qualsiasi strumento filantropico, incluso il bando/progetto, dovrà piegarsi al servizio dei destinatari e delle destinatarie degli interventi.

Né i poteri speciali con cui affrontiamo i bandi, né il superamento del bando saranno da soli la soluzione, se non torneremo a pensare gli strumenti filantropici per quello che sono, ovvero tentativi e approssimazioni che servono a costruire spazi di dialogo per sperimentare e trasformare.

La proposta di Federico Mento e Christian Elevati di avviare un dibattito e costruire co-progettazioni ed alleanze con attori terzi diventa quindi fondamentale soprattutto per coinvolgere le tante organizzazioni radicate nei territori che non hanno sufficiente capitale relazionale o tecnico-progettuale, ma possiedono un enorme “capitale comunitario”.


*responsabile Raccolta Fondi Istituzionale per i programmi in Europa di ActionAid, membro del comitato scientifico di ConfiniOnline


[1] L’impossibilità di coprire adeguati costi di gestione/struttura https://ssir.org/articles/entry/the_nonprofit_starvation_cycle

[2] Come i/le progettisti/e costruire questa matrioska è speso molto complesso per diverse tempistiche e modalità di rendicontazione.

[3] Intesa come fondo di riserva per la gestione di imprevisti.

[4] Citando R. Rajan, “Il terzo pilastro: La comunità dimenticata da stato e mercati”, Bocconi editore, 2019.

[5] Su questo un punto di riferimento è il lavoro del “Forum delle Disuguaglianze e Diversità” che ha individuato diverse sfide su cui anche la filantropia potrebbe mettersi in gioco (es. la n. 2 con il modello di open science e di hub transnazionali).

[6] Nell’accezione proposta da Amartya Sen.

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