Willy Monteiro Duarte
Il caso

Revelli: «L'omicidio di Willy? Il prodotto dell'incultura dei social network»

8 Settembre Set 2020 1255 08 settembre 2020
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Per il sociologo il caso dell'aggressione selvaggia per cui il giovane ha perso la vita non ha nulla a che fare con razzismo e fascismo. «Non c'è pensiero. Siamo di fronte ad una costruzione narcisistica autoreferenziale in cui la corporeità sostituisce la parola». L'intervista

Calci e pugni. Willy Monteiro Duarte è stato ucciso di botte in 20 minuti. Il 21enne aveva provato a difendere un amico e per questo è stato massacrato in pieno centro a Colleferro, nella zona a sud di Roma.

Gli aggressori di Willy

Gli omicidi sono Mario Pincarelli di 22 anni, Francesco Belleggia di anni 23, i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, rispettivamente di 24 e 26 anni. A scatenare la violenza? Non sembrerebbero esserci alcun motivo, né razziale né ideologico. Un caso di cronaca che colpisce proprio per questo: la totole insensatezza dell'azione criminale. Ne abbiamo parlato con il sociologo Marco Revelli.


Marco Revelli

Appena dopo i fatti di Colleferro, essendo Willy di origine capoverdiana, si è subito parlato di razzismo. Si è poi scoperto che il giovane era in realtà intervenuto per difendere un amico italiano da un'aggressione...
Infatti siamo di fronte a qualcosa di persino più radicale e profondo del razzismo.

Il problema è proprio a cosa siamo di fronte...
Credo che siano due universi esistenziali e morali opposti che si sono purtroppo sciaguratamente incrociati producendo questa morte per certi versi esemplare. Willy è stato un agnello sacrificale. Nella morte di questo ragazzo generoso e altruista c'è l'incontro con la violenza pura materializzata in corpi costruiti come armi. Sono due antropologie, due modi di stare al mondo opposti. Uno è il positivo e l'altro è il negativo. Solo che il negativo, che oggi è un caso estremo, non è così delimitato e confinato. È un modo di stare al mondo, quello di quel branco, che non è un'eccezione. I due fratelli è vero che, concentrando in sé stessi tutto il peggio, sono unici in questo. Ma pezzi della loro incultura sono in realtà molto diffusi: la costruzione del proprio corpo come arma, la pratica costante dell'offesa e della prevaricazione, l'atteggiamento minaccioso verso gli altri

Ma questa incultura da dove nasce?
Da un sentimento diffuso nel quale l'arroganza, la prevaricazione e la prepotenza non sono considerati disvalori da mettere al mando ma tollerati come parte dello stato delle cose. Da parte, mi sento di aggiungere, da parte della legge, che chiude gli occhi davanti a questi comportamenti. Oggi sono modus operandi accettati e sdoganati persino da un pezzo della politica che flirta con questi atteggiamenti e con chi si renda protagonista di questi atteggiamenti. Questa antropologia “incorporata”, fondata sull'esibizione di pettorali e addominali, dei bicipiti, dei tatuaggi aggressivi, dello sguardo truce

Si è anche parlato di fascismo. Ma non sembra esserci traccia neanche di ideologia, che ne pensa?
Non c'è pensiero. Siamo di fronte a un grado di cultura zero. Siamo di fronte ad una costruzione narcisistica autoreferenziale che si evince ancora una volta dalla loro corporeità che sembrerebbe sostituire la parola. Non hanno bisogno di parlare per comunicare il proprio messaggio di paura. Costoro non ne sarebbero forse capaci, e forse articolerebbero dei discorsi mozzi, ma non hanno alcun motivo di parlare per comunicare con gli altri. La costruzione di sé stessi in funzione di produrre nell'altro timore e quindi sottomissione. La piena libertà di quel corpo di fare ciò che gli pare.

Sentita così sembra esattamente l'evoluzione dei social network. La regressione della comunicazione e speculare all'evoluzione dei social media. Dalla parola di Facebook e Twitter all'immagine di Instagram e Tik Tok. È così?
Esattamente, stiamo tornando alla comunicazione tribale. Tu sei la tua tartaruga addominale, il tuo pettorale, il tuo tatuaggio, la tua espressione. Tu sei quello che mangi, anche. Pensiamo all'esibizione del cibo trash o delle diete estreme.

Qui però manca un grande tassello: le agenzie educative. Che fine hanno fatto?
Hanno fatto default da tempo

Molti stanno colpevolizzando le arti marziali miste. E poi i cattivi maestri. Ma qui sembra che siamo oltre. Non ci sono proprio i maestri, neanche quelli cattivi. Com'è possibile?
Non c'è dubbio che ci sia stato il collasso delle funzioni pedagogiche della società e degli individui. Questa evaporazione dei processi educativi, di quei processi di controllo delle proprie pulsioni e di riconoscimento degli altri, è da tempo venuta meno. La prima resa è avvenuta in famiglia. Basti pensare che alcuni testimoni hanno sentito dire a qualcuno dei genitori degli aggressori di Willy una frase come«in fin dei conti cos’hanno fatto? Niente. Hanno solo ucciso un extracomunitario». Speriamo non sia vera. Ma anche se venisse smentita questa indiscrezione, rimane l'assoluto non protagonismo delle famiglie in questa vicenda. C'è poi la scuola che è stata ormai ridotta a mero produttore di funzioni, con un approccio aziendalista. E infine i media, che non selezionano più i cattivi maestri e anzi molto spesso gli accreditano e valorizzano. Basti pensare a uno come Briatore. Dal sistema media poi queste figure passano nella testa delle persone.

In tutto questo si sta parlando di apertura della scuola...
Sì, forse se invece di focalizzare tutta l'attenzione sui banchi o sulle rotelle delle sedie, come sta facendo molta stampa, ci concentrassimo sui contenuti da comunicare. Sin da subito, a caldo, con gli insegnamenti del Coronavirus sono ancora freschi. Si potrebbe fare una bella riflessione su quanto fossimo malati prima ancora dell'arrivo del morbo. Forse questa sarebbe una bella apertura dell'anno scolastico.

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