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Fashion week

La settimana della moda di Milano? Costruita su un genocidio

28 Settembre Set 2020 1041 28 settembre 2020
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La città meneghina nella giornata conclusiva della week dedicata all'abbigliamento si è risvegliata tappezzata di manifesti creati dall’artista Yettesu che, facendo il verso alle pubblicità di grandi marche, denunciano l'uso da parte dei brand di mano d'opera sfruttata cinese di etnia uiguri. La campagna di Abiti Puliti

Nella giornata conclusiva della settimana della moda, Milano si è risvegliata tappezzata di manifesti con le immagini, ispirate a note pubblicità di Nike, Uniqlo e Zara, create dall’artista uiguro Yettesu: una chiara denuncia dell’uso di lavoro forzato uiguro da parte dei marchi della moda.

La Campagna Abiti Puliti, insieme ad oltre 200 organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani e lavorativi, ha lanciato una campagna End Uyghur Forced Labour, chiedendo ai marchi della moda e ai loro distributori di porre fine al lavoro forzato nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang (conosciuta agli uiguri come il Turkestan Orientale) e non essere più complici delle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cinese. Le associazioni hanno chiesto in particolare ai brand di interrompere tutti i rapporti con le fabbriche coinvolte in pratiche di lavoro forzato e terminare tutti gli ordini di forniture provenienti dalla Regione Uigura, dal cotone ai prodotti finiti entro 12 mesi.

Il governo cinese ha imprigionato dagli 1 agli 1,8 milioni fra uiguri e turco musulmani in campi di detenzione e lavoro forzato: si tratta del più grande internamento di una minoranza etnica e religiosa dalla Seconda Guerra Mondiale. Le atrocità nella Regione Uigura – torture, separazioni forzate delle famiglie, sterilizzazione obbligatoria delle donne uigure – sono riconosciute come crimini contro l’umanità. Elemento centrale della strategia del governo per dominare il popolo uiguro è un vasto sistema di lavoro forzato che colpisce fabbriche e fattorie nella regione e in tutta la Cina, sia all’interno che all’esterno dei campi di internamento.

Una buona notizia è arrivata dalla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che, con l’approvazione del The Uyghur Forced Labour Prevention Act (H. R. 6210), ha stabilito la presunzione legale che qualsiasi prodotto realizzato nella Regione Uigura, o con materiale proveniente dalla zona, sia stato confezionato attraverso l’uso di lavoro forzato. Le imprese avranno l’onere di dimostrare il contrario, altrimenti l’importazione sarà considerata illegale e il prodotto non potrà entrare nel Paese. Il Congresso americano ha lanciato un messaggio chiaro ai governi di tutto il mondo. Il divieto del lavoro forzato è un valore fondamentale in Europa, nonché un diritto inderogabile della Carta dei diritti fondamentali dell'UE: gli Stati europei hanno la responsabilità di attuare lo stesso livello di trasparenza, controllo e diligenza. È praticamente certo che in Europa entrino prodotti intrisi di lavoro forzato cui sono sottoposti gli uiguri nello Xinjiang, anche a causa della scarsa trasparenza dei dati doganali, attualmente indisponibili allo scrutinio pubblico.

«Il 20% del cotone prodotto nel mondo viene realizzato sfruttando il lavoro forzato della minoranza etnica uigura in Cina. Non possiamo più negare la realtà del genocidio nelle catene di fornitura della moda. La Model Alliance lancia un appello a tutti gli stilisti perché guardino oltre l’arte e la creatività del loro lavoro e, pensando alle condizioni in cui vengono realizzati i materiali che utilizzano, si chiedano se sono complici della repressione di un intero popolo», ha spiegato Ambra Batilana-Gutierrez, membro della Leadership Council della Model Alliance.

«Spesso», ha aggiunto Joanna Ewart-James, Executive Director, Freedom United, «ci chiediamo come possano costare così poco i nostri vestiti: la risposta sta nei costi bassissimi del cotone derivanti dallo sfruttamento di un intero popolo della Regione Uigura costretto a lavorare sotto minaccia e coercizione. Le aziende globali non dovrebbero comportarsi così. Freedom United unisce oltre 50.000 persone, a cui se ne aggiungono migliaia ogni giorno, per dire basta a tutto questo».

La Coalizione per fermare il lavoro forzato nella Regione Uigura chiede ai marchi multinazionali e ai loro distributori di:

  • Interrompere le forniture di cotone, filati, tessuti e prodotti finiti dalla Regione Uigura. Visto che il cotone e i filati della Regione vengono utilizzati per produrre abiti in Cina e molti altri Paesi, i marchi devono imporre ai propri fornitori di non utilizzarli nelle loro produzioni

  • Interrompere le relazioni con le aziende implicate nell’uso di lavoro forzato – quelle che operano nella Regione Uigura e hanno accettato sussidi e/o manodopera dal governo cinese. Ad esempio: Esquel Group basato ad Hong Kong e le aziende cinesi con sede fuori dalla Regione Uigura, come Huafu Fashion Co., Lu Thai Textile Co., Jinsheng Group (società madre della Litai Textiles/Xingshi), Youngor Group e Shandong Ruyi Technology Group Co.

  • Impedire a qualsiasi fornitore fuori dalla Regione Uigura di utilizzare lavoratori uiguri o turco musulmaniattraverso lo schema cinese del lavoro forzato

«I marchi della moda si riforniscono di milioni di tonnellate di cotone e filato dalla Regione Uigura. Circa 1 abito in cotone su 5 venduto nel mondo contiene fibra proveniente da questa zona. I brand stanno colpevolmente sostenendo un sistema di repressione perpetrato attraverso campi di internamento e il genocidio del popolo uiguro. E’ ora che i consumatori facciano sentire la propria voce per contribuire a porre fine a questa inaccettabile situazione. Ci aspettiamo dai marchi italiani coinvolti come Zegna, una immediata presa di posizione in merito», ha chiarito Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti.

La gravissima situazione di sfruttamento e violazione dei diritti fondamentali degli uiguri mette ancora una volta in luce la totale inefficacia degli approcci volontari e l’incapacità delle imprese multinazionali di monitorare e garantire il rispetto dei diritti nelle loro catene di fornitura. È sempre più urgente che l’UE addotti una direttiva ambiziosa sulla dovuta diligenza sui diritti umani, per obbligare le imprese multinazionali ad adottare politiche efficaci a garantire il rispetto dei diritti umani e rispondere degli abusi che avvengono nelle loro filiere globali.
È inoltre fondamentale che i paesi dell’UE adottino un regime di trasparenza e pubblicità delle informazioni doganali, in modo da consentire lo scrutinio pubblico dei rapporti commerciali che le imprese intrattengono con aree ad alto rischio dal punto di vista della violazione dei diritti fondamentali.



Info utili

Chiediamo ai consumatori di sostenere questa campagna firmando la petizione

Inchieste e report affidabili da agenzie giornalistiche, think tank, e gruppi impegnati nella difesa dei diritti umani hanno collegato questi marchi e distributori a casi specifici di lavoro forzato uiguro:

  • Abercrombie & Fitch

  • adidas

  • Amazon

  • Badger Sport (Founder Sport Group)

  • C&A (Cofra Holding AG)

  • Calvin Klein (PVH)

  • Carter’s

  • Cerruti 1881 (Trinity Limited)

  • Costco

  • Cotton On

  • Dangerfield (Factory X Pty Ltd)

  • Esprit (Esprit Holdings Ltd.)

  • Fila (FILA KOREA Ltd)

  • Gap

  • H&M

  • Hart Schaffner Marx (Authentic Brands Group)

  • Ikea (Inter IKEA Systems B.V.)

  • Jack & Jones (Bestseller)

  • Jeanswest (Harbour Guidance Pty Ltd)

  • L.Bean

  • Lacoste (Maus Freres)

  • Li-Ning

  • Mayor

  • Muji (Ryohin Keikaku Co., Ltd.)

  • Nike

  • Patagonia

  • Polo Ralph Lauren (Ralph Lauren Corporation)

  • Puma

  • Skechers

  • Summit Resource International (Caterpillar)

  • Target Australia (Wesfarmers)

  • The North Face (VF) *

  • Tommy Hilfiger (PVH)

  • Uniqlo (Fast Retailing)

  • Victoria’s Secret (L Brands)

  • Woolworths (Woolworth Corporation, LLC.)

  • Zara (Inditex)

  • Zegna

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