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Becchetti: «Next Generation Eu? Non solo macroprogetti»

5 Ottobre Ott 2020 1131 05 ottobre 2020
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L'economista romano sottolinea: «per capire come procedere, dovremmo farci innanzitutto una domanda: il successo della transizione ecologica e l’avvio di un nuovo percorso di creazione di valore ecologicamente e socialmente sostenibile dipendono solo dal sostegno a pochi progetti innovativi di poche grandi imprese o anche e soprattutto dal cambiamento degli stili di vita?»

La selezione dei progetti per il Next Generation Eu nasconde un rischio enorme per l’Italia.

Leonardo Becchetti

Per capire come procedere, dovremmo farci innanzitutto una domanda: il successo della transizione ecologica e l’avvio di un nuovo percorso di creazione di valore ecologicamente e socialmente sostenibile dipendono solo dal sostegno a pochi progetti innovativi di poche grandi imprese o anche e soprattutto dal cambiamento degli stili di vita (riscaldamento, mobilità…) di milioni di famiglie e di modalità di produzione di milioni di imprese del nostro Paese?

Daron Acemoglu e Philippe Aghion, due dei massimi economisti mondiali, docenti al Mit, non hanno dubbi. Con il loro directed technological change spiegano perché in questo momento il ruolo degli Stati nel modificare gli incentivi e mettere in moto il cambiamento dei comportamenti del complesso delle famiglie e delle imprese è decisivo e fondamentale per una ripresa resiliente e sostenibile. Per questo motivo l’appello a finanziare pochi grandi progetti che arriva da alcune parti è preoccupante ed enormemente rischioso dal punto di vista economico e politico.

È rischioso dal punto di vista economico perché viviamo in un mondo pieno di incertezze e di cambiamenti nel quale puntare tutte le nostre carte su poche grandi scommesse tecnologiche non è l’opzione migliore. E lo è anche dal punto di vista politico perché i cittadini, la società civile e tutta la vasta platea delle piccole e medie imprese, degli artigiani e delle partite Iva si aspettano che il Next Generation Eu possa apportare loro benefici e miglioramento della qualità della vita. Equilibrio e prudenza (e ancora diversificazione del rischio) non implicano ovviamente l’abbandono totale dell’altra opzione perché il peso e il ruolo dei grandi player nazionali nel creare indotto e nel far crescere le filiere è e resta a sua volta fondamentale. Inoltre, il caveat ovviamente non si pone per i grandi progetti infrastrutturali (fibra e alta velocità, smart grid e gigafactories) che contribuiscono all’ossatura di un Paese e generano benefici per tutti. Eppure – un esempio è utile per ribadirlo – il cambiamento nelle emissioni inquinanti lo si realizza non solo migliorando alcuni grandi impianti, ma cambiando le tecniche produttive di migliaia e migliaia di piccole imprese e il modo in cui riscaldiamo milioni di abitazioni.

L’adozione di massa delle nuove tecnologie è dunque decisiva. Per questo motivo è essenziale trovare nel Next Generation Eu forme di incentivo agli investimenti green che sono il vero momento in cui le imprese fanno un salto verso la sostenibilità e che renderanno il nostro sistema produttivo più competitivo nella transizione ecologica.

È altrettanto essenziale selezionare progetti che introducano indicatori sociali e ambientali nelle forme d’incentivazione dei manager e della forza lavoro. E così pure insistere nell’agevolazioni alla certificazione green e all’investimento delle famiglie nella ristrutturazione energetica degli edifici. Infine, ed è questa una bella novità recente della tecnologia e della legislazione comunitaria, con le 'comunità energetiche' gruppi di cittadini, imprese sociali possono diventare autoproduttori di energia rinnovabile non solo risolvendo il problema dell’autoconsumo (e risparmiando in bolletta), ma trasformandosi in produttori di energia da vendere in rete. Per questo motivo l’idea di un fondo rotativo che avvii questi investimenti e sia poi alimentato dai profitti delle 'comunità energetiche' garantendo una piccola remunerazione appare un’opzione assolutamente interessante da perseguire. Il successo economico e politico del finanziamento di un progetto d’investimento dipende dalla capacità di 'tiraggio' (se i soldi non sono utilizzati sarà un problema anche in sede di rendicontazione comunitaria) e dalla capacità di modificare comportamenti e creare benefici sulla platea più vasta possibile di cittadini e imprese. Mettere assieme questi ingredienti assieme al supporto alla ricerca e all’innovazione di grandi player nazionali è una mossa che non possiamo permetterci di sbagliare.


Da Avvenire di domenica 4 ottobre 2020
*Leonardo Becchetti, professore ordinario di Economia politica presso l'Università di Roma Tor Vergata

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