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Libri

Non esistono vite comuni, solo sguardi addomesticati

31 Ottobre Ott 2020 1630 31 ottobre 2020
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Esce in Italia “Le vite che nessuno vede”, della giornalista e documentarista brasiliana Eliane Brum: «Ritratti di uomini e donne al margine dell’invisibilità, cronache di battaglie vinte e perdute per la sopravvivenza». Storie talmente reali da sembrare inventate. Con un giornalismo fatto di parole potenti ma non prepotenti, lei rende visibile la solitudine «di chi non possiede quasi nulla, se non il tempo limitato della propria esistenza».

Nell’Amapà, uno stato nel ventre umido dell’Amazzonia, nel nord del Brasile, 700 levatrici hanno fanno nascere mezzo milione di bambini senza mai eseguire un taglio nel corpo delle partorienti. «Molte ignorano le lettere dell’alfabeto, ma leggono la foresta, l’acqua e il cielo». Il loro grido atavico ricorda al paese che «nascere è naturale». A raccontare la storia di queste donne eccezionali è Eliane Brum, giornalista, scrittrice e documentarista brasiliana. Lo fa in un libro intenso, Le vite che nessuno vede", appena tradotto in italiano per Sellerio. Il volume raccoglie una ventina dei bellissimi reportage scritti per l’omonima rubrica che la giornalista tenne per alcuni anni su una rivista brasiliana (il libro ha già ricevuto il più importante premio letterario in Brasile). Nello spazio di una pagina, Brum scriveva di “inaccadimenti”, desacontecimentos come li chiama lei: «Ritratti di uomini e donne al margine dell’invisibilità, cronache di battaglie vinte e perdute per la sopravvivenza». Storie talmente reali da sembrare inventate.

«Mi sono messa a scrivere proprio per mostrare che non esistono vite comuni, ma solo sguardi addomesticati che non riescono più a trovare la singolarità della vita di ciascuno», rivela. Quando ha incontrato le levatrici, racconta, le loro parole sono nate «come in un parto naturale», sono «emerse dalle loro vagine come letteratura di vita reale». Dorica, la più anziana di queste, ha 96 anni e le mani da bambina. Come uno spettro femminile, naviga in acque popolate da caimani, illuminata solo da una lampada, in compagnia dalla sorella Alexandrina, 66 anni.

Alexandrina, da dietro, abbraccia tra le gambe il corpo della partoriente.

Dalle viscere del corpo femminile Dorica non strappa

niente, aspetta soltanto. Preme sulla pancia della madre,

per far mettere dritto il bambino. Spalma sul ventre

olio di tapiro, di razza o di opossum, recita preghiere

e incantesimi per consumare il mistero. Rompe la borsa

delle acque con le unghie e taglia il cordone ombelicale

con una freccia. O con i denti. «Prendere un bambino

vuol dire aspettare il tempo della nascita», spiega. «I

dottori in città non lo sanno, e, siccome non lo sanno,

tagliano la donna»

Scrive Eliane Brum che le levatrici vanno a piedi o in canoa per “consumare il miracolo”, sanno che il parto è resistenza e sovversione, che «in ogni donna c’è qualcosa della dea. Molte sono state bruciate dall’Inquisizione», ma tutto questo va avanti così da più di cinquecento anni.

Per scovare storie come queste, Brum viaggia per lunghi anni in tanti mondi e tante lingue. Nelle sue narrazioni il Brasile contemporaneo - o meglio i Brasili perché per lei questo è un paese che esiste solo al plurale - diventa specchio del mondo intero, della diseguaglianza economica, della fatica di vivere, della solitudine di chi non possiede quasi nulla, se non il tempo limitato della propria esistenza.

Sono storie talmente reali da sembrare inventate. C’è Eva che risvegliava le anime deformi; oppure Adail, il facchino abusivo dell’aeroporto di Porto Alegre che sogna di valicare la misteriosa frontiera da cui compaiono i passeggeri e di salire su un aereo perché tutti quelli che scendono hanno l’aria felice; o Jorge, l’uomo che mangia vetro ma viene trafitto solo dall’invisibilità. Ma ci sono anche le madri delle favelas che vedono i figli entrare nel narcotraffico e si preparano a pagare a rate la loro sfortuna o ancora João e Raimunda, espulsi dalla loro terra per la costruzione di una diga.

Brum non si mette solo in ascolto di cioè che loro raccontano, ma si sforza di esplorare anche il non detto. La sua scrittura rispecchia questo suo modo di fare giornalismo, che poi è anche il suo peculiare modo di mettersi in relazione con l’altro: è fatta di parole delicate, ma precise; potenti, ma non prepotenti; rispettose, ma mai invadenti. In esse trova spazio tutto ciò che di solito non occupa la scena: «gli odori e le assenze. Le negazioni, i sussulti e le esitazioni. L’imperfezione delle unghie mangiucchiate, lo smalto scelto o dimenticato. Le crepe. E gli avanzi».

Il reportage - scrive la giornalista nelle prime pagine del libro - non è qualcosa che si fa solo sporcandosi le scarpe. «È un lavoro che esige di spogliarsi dei preconcetti, dei giudizi, della propria visione del mondo per vestire un’altra esperienza di esistere e di stare su questo pianeta». Non implica soltanto sudore, «ma anche una buona dose di alterità». E Brum questa alterità lascia che la invada: «Essere giornalista, o giornalista come sono io, vuol dire vestire la pelle dell’altro», significa «stupirsi, senza restare vittime dello stupore», è «riuscire a vedere cosa c’è sotto l’ovvio».

Essere giornalista, o giornalista come sono io, vuol dire vestire la pelle dell’altro. Stupirsi, senza restare vittime dello stupore. Riuscire a vedere cosa c’è sotto l’ovvio

Un’altra delle storie pazzesche raccontate nel libro riguarda la vita di un ragazzo, Vanderlei Ferreira, che quando aveva 15 anni si presentò alla fiera del bestiame con un manico di scopa sostenendo che quello era il suo cavallo. Ferreira è figlio di poveri, non è mai stato a scuola, sa leggere soltanto i numeri, ma frequenta i corsi universitari di zootecnica.

Nell’ultimo capito del libro, "La donna che nutriva", invece, narra gli ultimi 115 giorni di Ailce. È una donna affetta da un cancro incurabile. Era il 2008, da quell'incontro nacque il è primo reportage di Brum sulla morte, poi ce ne sono stati tantissimi altri. Indagare e scrivere sulla morte le ha dato l’esatta nozione che «tutto ciò che abbiamo è il tempo». Gliel’ho ha insegnato Ailce in una delle loro prime conversazioni, che lei si porta tatuate nell’anima: «Quando ho avuto tempo, ho scoperto che il mio tempo era finito».

«È per questo che sono diventata vivissima», confessa. Nel frattempo Brum ha scritto anche diversi romanzi: perché «certe realtà - dice - si sopportano solo trasformandole in romanzo».

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