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#covid19

Giù le mani dalla scuola

10 Novembre Nov 2020 1142 10 novembre 2020
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I bambini non sono il volto di questa pandemia, ma rischiano di essere tra le sue vittime più grandi, poiché la loro vita viene comunque cambiata in modo profondo. Tutti i bambini, di tutte le età ed in tutti i Paesi, sono colpiti, in particolare dagli impatti socio-economici e, in alcuni casi, da misure di mitigazione che possono inavvertitamente fare più male che bene

È davvero difficile contribuire al dibattito mentre imperversano decisioni ambivalenti sul mondo della scuola, basate su dati contrastanti e incerti. Mentre in Italia entra in funzione una legge sull’educazione civica, che nei suoi articoli 3 e 8 prevede un inserimento sistematico della cittadinanza globale e del terzo settore fra gli elementi salienti, c’è impossibilità di accedere alle aule scolastiche. La vita delle famiglie avviene in funzione di orari scolastici ed universitari ma i NEET italiani sono il numero più elevato in Europa; i ragazzi vorrebbero andare a scuola mentre gli insegnanti hanno paura; in alcune regioni il trasporto pubblico locale viene raddoppiato per favorire l’accesso alle scuole mante in altre è rallentato.

Ma allarghiamo prima la lente e analizziamo qualche dato proveniente dall’hub dell’ UNICEF sul Covid 19 di ottobre: i bambini non sono il volto di questa pandemia, ma rischiano di essere tra le sue vittime più grandi, poiché la loro vita viene comunque cambiata in modo profondo. Tutti i bambini, di tutte le età ed in tutti i Paesi, sono colpiti, in particolare dagli impatti socio-economici e, in alcuni casi, da misure di mitigazione che possono inavvertitamente fare più male che bene.

Inoltre, gli effetti dannosi di questa pandemia non saranno distribuiti equamente. Si prevede che saranno più dannosi per i bambini dei paesi e quartieri più poveri e per quelli che si trovano in situazioni già svantaggiate o vulnerabili.

Un grande numero di famiglie rischia una povertà multidimensionale
Circa 150 milioni di bambini in più vivono in una povertà multidimensionale nel mondo- senza accesso a servizi essenziali - a causa della pandemia COVID-19, secondo l'analisi condotta congiuntamente da Save the Children e dall'UNICEF. Utilizzando i dati sull'accesso all'istruzione, all'assistenza sanitaria, all'alloggio, alla nutrizione, ai servizi igienici e all'acqua provenienti da oltre 70 paesi, gli autori hanno scoperto che circa il 45% dei bambini era gravemente privato di almeno uno di questi bisogni, in fase critica prima ancora che la pandemia di coronavirus colpisse. I dati attuali dipingono un quadro terribile, nel quale la situazione dei bambini che vivono in condizioni di povertà multidimensionale rischia di peggiorare, a meno che i governi nazionali e la comunità internazionale non si facciano avanti per attutire il colpo.

188 nazioni hanno imposto la chiusura delle scuole in tutto il paese, colpendo più di 1,6 miliardi di bambini e giovani. Le potenziali perdite che possono accumularsi nell'apprendimento per le giovani generazioni di oggi, innanzitutto per lo sviluppo del loro capitale umano, sono difficili da comprendere. Più di 2/3 dei Paesi hanno introdotto una piattaforma nazionale di apprendimento a distanza, ma tra quelli a basso reddito la quota è solo del 30%. Prima di questa crisi quasi un terzo dei giovani del mondo erano già esclusi digitalmente.

Mentre le prove disponibili indicano un impatto diretto di COVID-19 sulla mortalità infantile e adolescenziale limitato, gli effetti indiretti sulla sopravvivenza infantile, derivanti da sistemi sanitari in difficoltà, dalla perdita di reddito familiare e dalle interruzioni degli interventi di assistenza e prevenzione come le vaccinazioni, possono essere sostanziali e diffusi.

Secondo uno studio condotto dalla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, su 118 Paesi a basso e medio reddito in soli sei mesi potrebbero verificarsi altri 1,2 milioni di decessi a monori con età inferiore ai cinque anni, a causa della riduzione dei livelli di copertura dei servizi sanitari di routine. Oggi i bambini più vulnerabili stanno diventando malnutriti a causa del deterioramento della qualità della loro dieta e dei molteplici shock creati dalla pandemia e dalle sue misure di contenimento.

Gli sforzi per mitigare la trasmissione di COVID-19 stanno perturbando i sistemi alimentari, sconvolgendo i servizi sanitari e nutrizionali, devastando i mezzi di sussistenza e minacciando la sicurezza alimentare. Ben 132 milioni di persone potrebbero soffrire la fame nel 2020, di cui 36 milioni di minori di età; 370 milioni di bambini rischiano di perdere anche quei pasti scolastici che garantiscono un accesso minimo alla nutrizione.

Gravi rischi per la sicurezza dei bambini
La crisi di COVID-19 potrebbe portare al primo aumento del lavoro minorile dopo 20 anni di progressi, che ne avevano visto la riduzione di 94 milioni di minori sfruttati dal 2000, ma questo succecco è ora a rischio. Tra gli altri impatti, COVID-19 potrebbe portare a un aumento della povertà e quindi del lavoro minorile per sostenere le famiglie a rischio povertà assoluta. Un aumento di un punto percentuale della povertà, potrebbe portare ad almeno lo 0,7% di aumento del lavoro minorile in molti Paesi.

Le misure di isolamento e la reclusione a casa comportano un rischio maggiore che i bambini siano testimoni o subiscano violenze e abusi, anche sessuali, senza nessuna protezione: la permanenza obbligata a casa dei minori influisce nell'aumento delle tensioni in famiglia, dei fattori di stress per chi si prende cura di loro (soprattutto le madri) in contesti di incertezza economica, perdita del lavoro o interruzione dei mezzi di sussistenza e aiuto psicosociale esterno.

Tornando all’Italia, in tempi di Covid-19 ... piove sul bagnato. L’ISTAT il 22 luglio scorso ha presentato un quadro sintetico dello stato dell’istruzione: il nostro Paese risulta tra fra gli ultimi in Europa per livello di istruzione garantito: il 62,2% delle persone tra i 25 e i 64 anni in Italia ha almeno il diploma; nell’Ue si arriva alla media del 78,7% e in taluni Paesi dell’Unione sale ancora. Queste le cifre: 86,6% in Germania, 80,4% in Francia e 81,1% nel Regno Unito. Solo Spagna, Malta e Portogallo hanno valori inferiori all’Italia.

Rallenta il numero dei laureati.
Non meno ampio è il divario rispetto alla quota di popolazione di 25-64enni con un titolo di studio terziario: in Italia, si tratta del 19,6%, contro un valore medio europeo pari a un terzo (33,2%). Anche la crescita della popolazione laureata è più lenta rispetto agli altri Paesi dell’Unione, con un incremento di soli +0,3 punti nell’ultimo anno (+0,9 punti in media Ue) e di +2,7 punti nell’ultimo quinquennio (+3,9 punti).

Più Neet di tutti in Europa
Sempre dai dati dell’Istat risulta che nel 2019, in Italia, l’incidenza dei giovani di 15-29 anni non occupati e non in formazione cala di 1,2 punti rispetto al 2018 e raggiunge il 22,2%: si tratta di 2 milioni di giovani. La quota di ‘neet’ si conferma comunque la più elevata tra i Paesi dell’Unione, di circa 10 punti superiore al valore medio (12,5%) e decisamente distante dai valori degli altri grandi Paesi europei.

In questo quadro è andata ad incidere la pandemia. Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto e la ricercatrice Barbara Romano, riprendendo uno studio della Banca Mondiale, basato sul postulato che ogni anno di istruzione in più aumenti le prospettive di guadagno future di uno studente del 10% e viceversa, hanno calcolato che il tempo scuola, perso durante i tre mesi e mezzo di lockdown della scorsa primavera, potrebbe tradursi in una perdita di oltre 21 mila euro nell’arco della vita lavorativa, con una decurtazione dello stipendio di quasi 900 euro annui all’inizio della carriera.

L’ultimo decreto ha stabilito l’uso obbligatorio delle mascherine in classe alle elementari e alle medie, sempre e la didattica a distanza full alle superiori con la possibilità di salvare le attività di laboratorio e la presenza degli alunni con bisogni educativi speciali, che possono essere accolti in classe e di lì, insieme all’insegnante, collegarsi con il resto della classe che è a casa.

L’effetto di quest’ultima misura è particolarmente preoccupante: provate ad immaginare un ragazzo o una ragazza BES o diversamente abile, che da solo/a entra a scuola: torniamo ad un’idea di scuola differenziale! Invece di essere un supporto, questa modalità di erogazione didattica marca le differenze. Perché non si è pensato a comporre dei piccoli gruppi di studenti, mescolati in termini di capacità cognitive, economiche e sociali che potessero stare con i propri compagni maggiormente in difficoltà?

Perché non si sono attivate quelle comunità educanti con i relativi patti educativi per offrire postazioni e connessioni a chi si trova in maggior svantaggio? Perché non è stato messo in atto quanto dichiarava l’economista Patrizio Bianchi,i coordinatore del Comitato nazionale degli esperti del Ministero dell’Istruzione per il rilancio della scuola, quando sosteneva che: ”Per affrontare i problemi della scuola occorre fare un salto di complessità: non basta essere bravi in Pedagogia, Economia, Organizzazione, perché la scuola è il pilastro del Paese quindi bisogna avere il coraggio di mettere insieme tutte le discipline e andare al di là del proprio specifico…… Invocando la partecipazione di tutti, istituzioni, mondo del volontariato e del Terzo settore, comunità. I ragazzi hanno bisogno di ritrovare una comunità che si stringa attorno alla propria scuola per ricostruirla non nei muri ma nella sostanza. E bisogna metterci dentro più musica, sport, più vita pubblica, tutte attività che si fanno insieme.

Anche Richard Horton, direttore della celebre rivista scientifica The Lancet, chiarisce che piuttosto che di pandemia si deve parlare di sindemia, perché Covid-19 non è la peste nera né una livella: è una malattia che uccide quasi sempre persone svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse oppure perché affette da malattie croniche, dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzioneii.

Allora è venuto il momento di coinvolgere il Terzo Settore, non soltanto perché si tratta di quella società civile, che nella prima fase della pandemia ha aiutato a distribuire mezzi di sussistenza, ma perchè è stata in grado di utilizzare il “tempo perduto” di un’estate in azioni efficaci di inclusione sociale: per esempio facendo crescere culturalmente, attraverso corsi di lingua ed educazione civica in comuni dispersi in aree rurali, cittadini migranti che hanno scelto come Paese d’elezione l’Italia, pur avendo alle spalle quello d’origine; oppure stando a fianco a ragazzi BES inventando nuove modalità di didatticaiii

È venuto il momento di coinvolgere strutturalmente il Terzo Settore perché, come ha affermato il prof. Tarozzi davanti alla Commissione Europea a Bruxelles, mentre si illustravano le buone prassi dell’educazione alla cittadinanza globale, il Terzo Settore è l’unico perno stabile, all’interno di un sistema in cui gli altri riferimenti cambiano, in cui la scuola rischia di essere ostaggio della politica e mancano dati certi sui quali programmare; perché la solidarietà, valore su cui si fonda il Terzo Settore, è ancora quel motore capace di mantenere in vita servizi che il pubblico non sta dando.

I filtri nell’accesso ai servizi pubblici in particolare educativi, del lavoro, sociali, specialmente per soggetti svantaggiati, siano ragazzi o adulti analfabeti, in questa fase sono particolarmente pesanti e dannosi, perché segnano disuguaglianze fra chi ha posto fisso e chi è precario, lasciano le persone svantaggiate ancor più disorientate ed indifese e impediscono all’educazione di svolgere il suo ruolo come motore principale di cambiamento sociale. I governi stanno sprecando l’occasione che la pandemia ci sta dando: quella di rivedere sistemi e adottare approcci e metodologie innovativi, in una scuola che tutti criticavano a causa dello scollamento dal sistema lavorativo. E invece così senza strategia condivisa e dialogo fattivo con le parti sociali, si è molto lontani da un cambiamento positivo per la ripartenza.


i Bianchi: "I patti educativi di comunità: ecco il perno della nuova scuola" di Laura Solieri VITA magazine 07 giugno 2020

ii https://www.thelancet.com/commissions/global-syndemic

iii https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_didattica_a_distanza_solidale_per_le_famiglie_in_difficolta-5556068.html

Paola Berbeglia, AOI

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