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Le consegne etiche della coop di rider

10 Novembre Nov 2020 1723 10 novembre 2020
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Una piattaforma del comune di Bologna che permette di mettere in atto le indicazioni contenute nella “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”, siglata da Sgnam e MyMenu per garantire ai lavoratori un compenso dignitoso, protezione sociale e partecipazione alla governance in forma cooperativa, ma spostare l’onere economico dal commerciante al consumatore, garantendo così la sostenibilità

I rider sono il simbolo del nuovo lavoro digitale: sono la parte emersa di un iceberg di lavoratori di piattaforma che non vediamo perché non girano in bicicletta per le nostre città ma fanno le pulizie dentro abitazioni private o lavorano dietro uno schermo dalla loro abitazione. In questi giorni si sta giocando una nuova partita per la regolazione del lavoro di chi effettua consegne a domicilio: mentre Cgil, Cisl e Uil partecipavano al tavolo aperto dal ministero del Lavoro, Assodelivery ha siglato un accordo con Ugl, di cui ora si discute la legittimità.

Ivana Pais

Una situazione che — a prescindere dagli esiti — mette in luce la fragilità del nostro sistema di relazioni industriali nel rappresentare le nuove forme di lavoro. Se spostiamo lo sguardo dal livello nazionale a quello urbano lo scenario cambia. Il comune di Bologna ha prima promosso la “Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano”, siglata da Sgnam e MyMenu, e ora sta sostenendo l’avvio di una piattaforma che permetta di mettere in atto le indicazioni contenute nella Carta.

La piattaforma si chiama Consegne Etiche, attualmente è in fase di test attraverso due cooperative e sarà operativa a breve. Hanno già aderito tre mercati locali, dove l’aggregazione degli esercizi commerciali favorisce l’organizzazione delle attività, due supermercati e il comune di Bologna ha utilizzato un finanziamento per sperimentare — al momento a titolo gratuito — la consegna dei libri della rete bibliotecaria.

La sfida non è solo garantire ai lavoratori un compenso dignitoso (9 euro netti l’ora), protezione sociale e partecipazione alla governance in forma cooperativa, ma spostare l’onere economico dal commerciante al consumatore, garantendo la sostenibilità economica, oltre a quella ambientale e sociale. È la sfida che finora ha frenato la diffusione di altre esperienze di cooperativismo di piattaforma. I responsabili del progetto sono consapevoli delle difficoltà ma sanno di avere qualche carta da giocare.

Michele D’Alena, della Fondazione Innovazione Urbana del comune di Bologna, commenta: «Bologna ha un Dna cooperativo che si è messo in moto su questo progetto. Questa città può permettersi un’alternativa etica alle piattaforme ma serve immaginare nuove soluzioni per andare oltre l’essere di nicchia: serve proporre un nuovo modello capace di creare un’alternativa concreta per tutte e tutti i cittadini con il Comune che abilita e indirizza».

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