Testimonianze

Etiopia, sul fronte della crisi umanitaria

17 Novembre Nov 2020 1241 17 novembre 2020

Lo scontro in atto tra il governo federale e il governo tigrino sta producendo gravi conseguenze sulla popolazione e nelle dinamiche interne al secondo più popoloso Paese africano. Secondo fonti dell’Agenzia dei rifugiati delle Nazione Unite, 20.000 persone sarebbero entrate in Sudan da lunedì e vengono assistite nei centri di transito, quasi al collasso, mentre altre migliaia premono sui confini. Secondo OCHA le Azioni di aiuto umanitario in Tigray che ospita da anni più di 96.000 eritrei e circa 100.000 sfollati sono oggi a rischio

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Abiy Ahmed Ali Etiopia 0520572180 Avalon Sintesi
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Lo scontro in atto tra il governo federale e il governo tigrino sta producendo gravi conseguenze sulla popolazione e nelle dinamiche interne al secondo più popoloso Paese africano. Secondo fonti dell’Agenzia dei rifugiati delle Nazione Unite, 20.000 persone sarebbero entrate in Sudan da lunedì e vengono assistite nei centri di transito, quasi al collasso, mentre altre migliaia premono sui confini. Secondo OCHA le Azioni di aiuto umanitario in Tigray che ospita da anni più di 96.000 eritrei e circa 100.000 sfollati sono oggi a rischio

“Non basta un Nobel per non fare la guerra” titolava VITA dieci giorni fa introducendo l’articolo di Marco Dotti. Proprio vero. E questo dovrebbe insegnare come non sia opportuno premiare “per la pace” governanti in carica: meglio farlo alla fine del loro mandato. La situazione è grave e le tre reti di Osc di cooperazione internazionale AOI, CINI, LINK in un comunicato hanno chiesto che “il Governo Italiano si attivi rapidamente per offrire la propria disponibilità per una efficace mediazione fra le parti coinvolte che scongiuri ulteriori escalation militari”.

Lo scontro in atto in Etiopia tra il governo federale e il governo tigrino sta producendo gravi conseguenze sulla popolazione e nelle dinamiche interne al secondo più popoloso Paese africano. In Tigrai vive il 6% della popolazione etiope che supera i 100 milioni di persone e l’Etiopia è largamente considerata come un perno essenziale per la stabilità geopolitica dell’intera e complessa area che include anche Sudan, Eritrea, Somalia, Gibuti e Kenya.

Lo scontro armato ha avuto inizio a seguito della dichiarazione del Primo Ministro etiope Abiy Ahmed del 4 Novembre 2020 che denunciava gli attacchi perpetrati dalle forze di sicurezza tigrine, leali al Tigray People Liberation Front TPLF, con la sottrazione di attrezzature ed armi e l’uccisione di militari etiopi, infrangendo una linea rossa che esigeva una risposta militare. Le ragioni del confronto in realtà hanno radici più lontane, a partire dal rovesciamento del rapporto di forze nel paese con l’ascesa al potere di Ahmed Abiy nell’Aprile del 2018. La recente transizione ha sottratto ai tigrini l’influenza che si erano guadagnati con la guerra al regime militare di Menghistu e la formazione del governo nel maggio 1991 a guida del leader del TPLF Meles Zenawi. Quest’ultimo, alla guida della coalizione etiope EPRFD, un partito costituito su base etnica, ha governato l’Etiopia per 21 anni sino alla sua morte, favorendo una rapida crescita del potere politico, economico e militare del Tigray, contrastato dall’attuale assetto politico in Etiopia.

Il tentativo di Abiy nel Novembre 2019 di superare la struttura dell’EPRDF con la creazione del Partito della Prosperità (PP) senza caratterizzazione etnica è stato rifiutato dal TPLF, che a Settembre 2020 ha organizzato le elezioni in Tigray, nonostante il divieto federale per il Covid19. Questo elemento di sfida e di rispettiva delegittimazione si somma ai precedenti ed è un elemento chiave del confronto che ora si è spostato sul piano militare.

Etiopia, Regione del Tigray, un ragazzo vende pesce ad Ashange Hayk

Photo © Avalon/Sintesi

Lo scontro tra le due fazioni militari colpisce anche le popolazioni civili, a rischio di vita o in fuga verso aree lontane dal conflitto. Il 9 Novembre a Mai-Kadra nella zona del Sud-Ovest in Tigrai c’è stato un massacro: le immagini circolate sono raccapriccianti e sono centinaia i civili colpiti. Come confermato da osservatori di Amnesty International la strage è stata attuata con armi da taglio quali coltelli e maceti ai danni di residenti non tigrini, in maggioranza dell’etnia Amhara. Da quanto emerge dalle interviste e indagini svolte all’indomani della strage, il massacro sembra sia stato attuato da componenti leali al TPLF. La Commissione per i diritti umani dell’Etiopia ha informato anche che almeno 34 passeggeri di un autobus sono stati uccisi nella regione del Benishangul-Gumuz la notte di sabato 14 Novembre,

Il confronto militare prosegue da 10 giorni con perdite di centinaia di persone su ambi i fronti e l’escalation sta mettendo in fuga migliaia di persone, specialmente verso il Sudan, in particolare nell’area orientale del Kassala ed altre confinanti. Secondo fonti UNHCR, l’Agenzia dei rifugiati delle Nazione Unite, 20.000 persone sarebbero entrate in Sudan da lunedì e vengono assistite nei centri di transito, quasi al collasso, mentre altre migliaia premono sui confini. Secondo OCHA le Azioni di aiuto umanitario in Tigray che ospita da anni più di 96.000 Eritrei e circa 100.000 sfollati sono oggi a rischio.

L’allargamento del conflitto è sempre più probabile dopo che alcuni missili lanciati sabato 14 dalle forze tigrine hanno colpito Asmara, la capitale dell’Eritrea, che si aggiungono ad altri lanciati in Bahir Dar e Gondar, città della Regione Amhara.

Il rischio di una ulteriore etnicizzazione dello scontro è quanto oggi il governo etiope deve cercare di prevenire per evitare il peggioramento di uno scontro con esiti che si riflettono sul paese a rischio di implosione e sull’intera Regione del Corno d’Africa. I trattati di pace del 2018 tra Etiopia ed Eritrea, parzialmente implementati e che hanno valso al Premier Abiy il Nobel per la Pace, erano a giudizio di molti un incoraggiamento per proseguire un percorso di pacificazione in un’area turbolenta da decenni. Gli iniziali tentativi di disinnescare le ragioni del conflitto nell’area sono stati ora superati dalla situazione attuale ed emerge l’esigenza di attuare uno sforzo diplomatico che favorisca l’immediata cessazione delle ostilità.

Le realtà Italiane presenti in Tigray, sia Ong che imprese del settore manifatturiero, e il loro personale sono anch’essi in difficoltà. Sono state interrotte “tutte le vie di comunicazione, anche quelle via internet e telefoniche”, come dichiarato da Gianluca Antonelli, direttore dei programmi del VIS. Pertanto, a causa dell’impasse politica nella quale si trovano gli Stati Uniti, è indispensabile che l’Italia con l’Europa, le Nazioni Unite e l’Unione Africana, esercitino un’azione congiunta per chiedere a entrambi i contendenti una tregua e l’apertura di corridoi umanitari per evitare il peggio per la popolazione civile e avviare un percorso di dialogo e riconciliazione.


Nella foto di apertura Abiy Ahmed Ali - Foto: Avalon/Sintesi


*direttore LVIA

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