Milano

Delpini: «Siamo in un'emergenza spirituale, ne usciremo torando a sognare insieme»

4 Dicembre Dic 2020 1921 04 dicembre 2020

“Tocca a noi, tutti insieme”: questo il titolo del Discorso alla Città e alla Diocesi che l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha pronunciato quest sera nella Basilica di Sant’Ambrogio, durante i Vespri per la solennità del santo patrono della città. L'invito a ripartire dalla sfida educativa

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Mario Delpini
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“Tocca a noi, tutti insieme”: questo il titolo del Discorso alla Città e alla Diocesi che l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha pronunciato quest sera nella Basilica di Sant’Ambrogio, durante i Vespri per la solennità del santo patrono della città. L'invito a ripartire dalla sfida educativa

Ecco alcuni straci del discorso del vescovo di Milano

Ho l’impressione che, insieme alla prudenza, alla doverosa attenzione a evitare pericoli per sé e per gli altri e danni al bene comune, ci siano anche segni di una sorta di inaridimento degli animi, un lasciarsi travolgere dal diluvio di aggiornamenti, di fatti di cronaca, di rivelazioni scandalose, di strategie del malumore, di logoranti battibecchi. Proprio questi sintomi inducono a formulare una diagnosi definibile come “emergenza spirituale”. Con ciò si intende lo smarrimento del senso dell’insieme che riduce in frantumi la società e l’identità personale e permette così ai diversi frammenti di imporsi e dominare la scienza. Ne deriva la condizione di aridità degli animi che sono come assediati dalle emozioni, dalle apprensioni, dalle notizie della pandemia. Non riescono a pensare ad altro, non possono parlare d’altro. (...)

Vorrei riconoscermi nel popolo delle donne e degli uomini di buona volontà, di quelli che sono rimasti al loro posto, che hanno sentito in questo momento la responsabilità di far fronte comune, di moltiplicare l’impegno. Trovo pertanto giusto fare l’elogio di quelli che rimangono al loro posto: grazie a loro la città funziona anche sotto la pressione della pandemia. Rimangono dove sono, come una scelta ovvia; affrontano fatiche più logoranti del solito, come una conseguenza naturale della loro responsabilità. Rimangono al loro posto e fanno andare avanti il mondo: gli ospedali funzionano, i trasporti, i mercati, i comuni, le scuole, le parrocchie, i cimiteri, gli uffici funzionano. Dietro ogni cosa che funziona c’è il popolo, che nessuno può conteggiare, di coloro che rimangono al proprio posto. (...)

Da questa resistenza operosa e generosa che ha consentito di continuare a vivere e a far funzionare la società, da questo tessuto di rapporti solidali, da questo senso del dovere che ha indotto molti a forme anche eroiche di professionalità, da questa generosità offerta con naturalezza e discrezione traggo il titolo e l’intenzione del discorso alla città di quest’anno. Il discorso, infatti, si intitola Tocca a noi, tutti insieme: adesso tocca a noi, tocca ancora a noi, sempre. Tocca a noi, non nel senso che abbiamo la presunzione di occupare tutta la scena, di imporci come maestri che devono indottrinare altri, di prenderci momenti di potere o di gloria. Tocca a noi, piuttosto, nel senso di un dovere da compiere, di un servizio da rendere, di un contributo da offrire con discrezione e rispetto, di intraprendere un cammino che nessuno può compiere al nostro posto. Un cammino che siamo chiamati a percorrere insieme. (...)

Di fronte all’impresa di “aggiustare il mondo” gli uomini e le donne di questo tempo e di questa terra sono autorizzati ad avere fiducia. La nostra storia con i suoi splendori e le sue tragedie, la nostra tradizione culturale, le acquisizioni della scienza e della tecnologia, la nostra capacità di stabilire relazioni, di intraprendenza, di efficienza, di pazienza, di organizzazione ci danno buone ragioni per ritenere ingiustificato l’atteggiamento rinunciatario che talora si diffonde e spegne la voglia di vivere e di dare vita, di resistere e di osare, di sognare e farsi avanti per le responsabilità.
La persuasione che la vita sia una vocazione e che chiami alla responsabilità è caratteristica della nostra cultura, per cui abbiamo buone ragioni per avere stima di noi stessi e alimentare la convinzione che tocca a noi, a noi tutti, dare a ognuno, ma specialmente ai giovani, la forza per resistere alla tentazione di accomodarsi nel presente, nel precario, nel vivere la vita come un giocattolo che poi si butta via. (...)

L’interpretazione della vita e della società come promettenti per la libertà è una visione che diventa speranza se è “sogno condiviso”. Il senso di appartenenza alla città, al popolo, è alimentato dalla condivisione di quello che tiene uniti e si rivela capace di ospitare le differenze, le singolarità, i punti di vista e le sensibilità.
Il sogno esprime la ricchezza della nostra immaginazione a servizio del desiderio di bene e di amore che non possono mai mancare in una convivenza civile. Condividere un sogno è sempre anche condividere i desideri che muovono le persone a lavorare insieme in percorsi comuni. La condivisione definisce la terra su cui appoggiare i piedi e tracciare il cammino verso il futuro: la terra c’è e la vita merita di essere vissuta, la famiglia merita di essere sostenuta, la fraternità tra le persone e tra i popoli è la condizione per la sopravvivenza del pianeta, e noi, generazione di questo tempo, siamo in grado di pensare, di costruire, di contribuire a scrivere una storia migliore. Perciò tocca a noi! (...)

Ma il compito educativo è essenziale perché non ci sia un popolo smarrito e vagabondo che non sa il nome né il senso delle cose e crede che distruggere o costruire, fare il bene o fare il male, dare la vita o toglierla siano equivalenti. L’impresa educativa è ardua e rischiosa. Non è al riparo dal fallimento. Ma l’alleanza delle istituzioni non può ignorare i fallimenti e rassegnarsi a considerarli scarti irrecuperabili. Troppi ragazzi e ragazze sono vittime degli errori educativi e anche di se stessi. Troppi ragazzi e ragazze si rovinano la giovinezza nella rabbia o nella disperazione, nelle dipendenze e nello squallore. (...)

La collaborazione con le famiglie per la responsabilità educativa è profondamente radicata nella comunità ambrosiana. Neppure la comunità cristiana è esente dal rischio di giustapporre iniziative e proposte che risultano essere per le famiglie ulteriori adempimenti invece che supporti alla loro opera educativa. Perciò si è formulato il proposito di riconoscere e promuovere comunità educanti, cioè convergenze di tutte le proposte educative rivolte ai ragazzi, agli adolescenti e ai giovani, per condividere la visione e dare concretezza ai valori che ispirano la sollecitudine educativa della comunità cristiana.

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