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Anteprima Magazine

Qui ci vuole una città volontaria

16 Dicembre Dic 2020 1523 16 dicembre 2020
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Il pedagogista è uno dei sette nomi che, sul numero del magazine in distribuzione, ha curato un glossario per ripensare le città in ottica social: «La città potrà tornare a vivere se verrà tessuta una prossimità tra donne e uomini non innocenti, che hanno bisogno di vegliare gli uni sugli altri, richiamandosi in responsabilità reciprocamente»

La città è nuda. La città è ferita. La città sta rivelando quello che Paul Ricoeur diceva già negli anni Novanta. Le città europee, insegnava il filosofo, sono périssables, “peribiles”. Périssable non significa “a rischio di deperimento”, serve un termine più forte: la città è in pericolo, è “peribile”. La città può s-finire. La città che era nata per tutelare e porre al riparo è un luogo dove tantissime storie e vite si sentono senza riparo.

C’è quasi più relazione in certe periferie dove — e non è paradossale — le persone abituate a dover trovare forme di resilienza reinventano continuamente, tutti i giorni, la possibilità di vivere insieme dando corpo a una “città volontaria”, solidale. C’è troppa violenza, ma c’è anche un’incredibile dose di legame: quel legame che la città, tutta privatizzata e funzionale, ha perso.

La città non riesce più a reggere la paura del contagio e non riesce più a esprimere una tessitura di cura rischiosa, se non da parte di una serie di operatori e di esperienze che sono quelle fragili non quelle forti della città funzionale, veloce, tirata a lucido. La città senza la volontà di vivere insieme non vive. Diventa Babele dove le donne partorivano in solitudine e i feriti venivano abbandonati.

Per evitare la torre postmoderna dell’indifferenza dobbiamo ritrovare la fraternità e il rischio dell’esposizione reciproca alle prossimità. Con un’attenzione: l’innocenza è perduta. La pandemia ha mostrato che non ci garantiamo a vicenda richiamando solo il diritto. Abbiamo sentito tutti dentro la paura e la voglia di scartare dalle responsabilità di incrociare le vite e le mani con le vite e le mani d’altri. Abbiamo capito che dentro di noi abita una profonda ambivalenza: la voglia di sottrarci, non solo quella di giocarci. La città sta ospitando troppe storie di abbandono della vita. Troppi hanno mollato la presa sulla vita.

Dobbiamo lavorare sulle ferite e trovare il modo, lontani dal rancore e dall’indignazione sterile, per cambiare un sistema che continua a ferire. L’innocenza è perduta, ma la città potrà tornare a vivere se verrà tessuta una prossimità tra donne e uomini non innocenti, che hanno bisogno di vegliare gli uni sugli altri, richiamandosi in responsabilità reciprocamente. Soglie di incontro, di attenzione, pratiche...


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*Ivo Lizzola pedagogista

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