Europa

Brexit ovvero il più grande divorzio della storia moderna (e c'è persino chi festeggia)

27 Dicembre Dic 2020 1347 27 dicembre 2020

Più della parabola di Trump o di Salvini, non è solo un affare politico, è il segno di una nuova ideologia che avanza: l’ideologia della separazione. E’ tutta qui l’ideologia del primo ventennio del terzo millennio: l’idea patologica che le separazioni nella società umana possano esistere davvero e che se fatte pacificamente e “civilmente” non abbiano conseguenze se non economiche

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Brexit in out mug cup tazze
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Più della parabola di Trump o di Salvini, non è solo un affare politico, è il segno di una nuova ideologia che avanza: l’ideologia della separazione. E’ tutta qui l’ideologia del primo ventennio del terzo millennio: l’idea patologica che le separazioni nella società umana possano esistere davvero e che se fatte pacificamente e “civilmente” non abbiano conseguenze se non economiche

Il più grande divorzio della storia moderna, del valore di 700 miliardi di euro l’anno e che ha sancito la separazione del popolo europeo in due, al di qua ed al di là della Manica, è stato salutato da cronisti e politici come “un grande regalo di Natale” (Corriere della Sera). Il regalo non era la separazione in sè, ma la notizia di aver raggiunto l’accordo prima di fine anno. Ora i due ex possono procedere alla separazione definitiva senza apparenti strascichi non regolamentati.

Dopo 47 anni di matrimonio il Regno Unito abbandona definitivamente la casa comune dell’Europa, senza sangue. Eppure per entrare a farne parte l’Inghilterra aveva corteggiato a lungo l’allora neonata Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio: dopo quasi 10 anni di insistenti richieste solo nel 1973 il Regno Unito entrò ufficialmente nei trattati, da cui oggi esce per primo. In questi ultimi mesi di fine ventennio sono venuti così a conclusione, in modo diverso tra loro, i due shock politici più importanti degli ultimi anni: la presidenza di Trump e la Brexit. Shock raccontati da politologi diversi (come Marco Revelli e Naomi Klein) come il frutto di scelte sbagliate delle democrazie occidentali liberiste e delle propagande sovraniste che hanno fatto della difesa dei confini e degli interessi nazionali un nuovo mantra. Alcuni punti del Regalo di Natale: ora sarà necessario avere un passaporto per andare a Londra da Roma, l’Erasmus sarà bloccato, non ci sarà nessuna politica universitaria conune con l’Europa, nè politica estera, nessuna regolamentazione comune per la pesca, nessuna politica comunitaria ambientale ed ecologica, mentre continueranno a vivere indisturbati i paradisi fiscali sia in UK che in Eu. La Brexit, più della parabola di Trump o di Salvini, non è solo un affare politico, è il segno di una nuova ideologia che avanza: l’ideologia della separazione.

Quando nel 1989 i cittadini tedeschi dell’Est scavalcarono ed abbatterono con grade gioia il muro di Berlino, accompagnati dal violoncello di Rostropovich, tutti ci siamo detti che era finita un’epoca, l’epoca della grandi ideologie che aveva separato il mondo e che ci aveva tenuti con il fiato sospeso per una possibile e devastante guerra nucleare. Caduto il blocco comunista, l’unico racconto persistente era quello dei sistemi democratici e liberali, nessuna grande narrazione ideologica sarebbe stata più utile a raccontare un sentimento collettivo statale, si entrava nella comunità cosmopolita descritta dai saggi di Ulrich Beck, con il libero scambio di merci, di idee e di informazioni a governare il mondo e la sua narrazione. La “globalizzazione” è divenuta presto sinonimo di mercato globale, borsa mondiale, consumi globali, fiscalità mondiale, delocalizzazione su scala globale dei centri produttivi, tanto che lo Stato nazionale sembrava aver perso quasi ogni contorno di romanticismo e di auto narrazione, fatta eccezione per gli eventi sportivi.

Dodici anni dopo la caduta del muro, con l’11 settembre, è tornata prepotentemente sulla scena narrativa il concetto di blocchi culturali contrapposti: gli aerei che si abbattono sul World Trade Center vengono vissuti come un esempio plastico e preannunciato dei temutissimi “scontri di civiltà” che il politologo Samuel Huntigton aveva descritto in un suo saggio del 1996. Uno scontro tra stati democratici e liberali ( intenti a difendere ed esportare il loro modello democratico anche con le guerre in Oriente, le dittature in Sud America ed i trattati commerciali contro l’Africa) e stati tirannici, premoderni, sottoposti all’influenza di grandi narrazioni religiose, narrazioni che minacciavano la libertà degli stili di vita di Occidente. Sono i periodi in cui tornano di moda gli scritti di Edward Said su Orientalismo ed Occidentalismo, in cui nei casting della filmografia americana il nemico arabo ha definitivamente preso il posto del nemico russo. Nonostante questa nuova narrazione dei blocchi contrapposti avanzi, dal 2001 al 2016, il mondo sembrava andare apparentemente verso una direzione di unitarietà e di impegno nuovo verso la fraternità umana. Tra il 2004 ed il 2007 avevamo celebrato l’allargamento dell’UE a nuovi dieci stati membri dell’est, nel 2008 c’era stata l’elezione del primo presidente nero degli Stati Uniti d’America, nel 2015 a Parigi vengono stilati gli storici accordi sul clima ed in quello stesso anno viene divulgata l’enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune ( la prima enciclica nella storia della chiesa cattolica centrata sul tema dell’ecologia), sempre nel 2015 oltre un milione di profughi siriani vennero accolti in Germania sulle note dell’Inno alla Gioia, mentre tra il 2013 ed il 2014 le operazioni di ricerca e salvataggio in mare funzionavano bene ed erano dirette dalla missione italiana “Mare Nostrum”.

Mentre tutto questo accadeva, accade contemporaneamente che arrivano alcuni importanti nodi al pettine: si concretizzano gli effetti devastanti delle guerre in Iraq, Libia ed in Siria ( nascita dell’Isis e dei grandi flussi migratori dall’Arica e dall’Asia verso l’Europa); il riverbero e la rabbia per le disuguaglianze sociali ed economiche dovute alla crisi finanziaria del 2008 esplodono anche negli stati “ricchi”; i rifugiati climatici cercano nuovi luoghi dove andare a vivere ( con oltre il 4% della popolazione mondiale in movimento). Avviene così, apparentemente all’improvviso, una sterzata bruschissima della storia, una virata ad “U”. Al posto di Obama entra in scena Trump e la sua battaglia contro gli ispanici, i cinesi, i neri; archiviata Mare Nostrum i migranti tornano a morire a migliaia nel Mediterraneo e nell’indifferenza colpevole della comunità europea inchiodata agli accordi di Dublino ed all’operazione di pattugliamento delle frontiere “Triton” dell’agenzia Frontex; la Turchia di Erdogan, che per anni aveva lottato per dimostrare di essere uno stato all’altezza degli standard democratici della Comunità Europea, se ne infischia di tutti ed accelera una politica liberticida ed antidemocratica; a Calais, a Ventimiglia, al Brennero si ricostituiscono nuovamente le frontiere : i poveri non possono circolare dappertutto come i capitali, le merci e le informazioni; a Lesbo, a Chios e ad Idomeni la comunità Europea perde se stessa e la propria visione del mondo, con i trattamenti inumani riservati ai profughi siriani, mentre gli Stati membri del gruppo denominato “Visegrad”, entrati da poco nella comunità europea, non intendono partecipare alla corresponsabilità dovuta nell’accoglienza dei profughi.

In questo clima, nel 2016, in Inghilterra viene lanciato uno dei più grandi azzardi della politica britannica: il referendum consultivo sulla Brexit, una richiesta al popolo sovrano sulle reali intenzioni di abbandonare la Comunità Europea. I fautori della Brexit vincono per un punto percentuale e mezzo su chi voleva restare. La principale narrazione della Brexit era semplice: fuori i migranti dall’UK, in particolare veniva propugnato il racconto di 600 mila polacchi che sarebbero stati immediatamente espulsi dopo l’esito del referendum, fuori anche i camerieri e gli studenti italiani che cercano futuro in Inghilterra. Dietro questa espulsione c’era il desiderio di godere di un’autonomia sovrana in materia di frontiere, economia, ecologia e commercio, come possibile chiave di volta per una nazione in crisi.

Il 24 dicembre 2020 sera, in qualche stanza di palazzo e su qualche piattaforma online, si è consumato uno dei giorni più tristi da quando Robert Shuman, francese, contattò Konrad Adenauer, tedesco, e Alcide De Gasperi per fondare la futura Unione Europea, sulla scia del Manifesto di Ventotene, scritto da due confinati del regime Fascista, Altero Spinelli e Ernesto Rossi . Questi padri fondatori si contattavano con insistenza per unirsi in un sogno,un sogno che hanno visto compiersi sotto lo sforzo di tanti dialoghi, in mezzo a mille dissidi e mille trappole, in un’Europa appena uscita a pezzi ed esanime da una guerra fratricida e disumana. Sognavano una unione economica e sociale che avrebbe scongiurato future guerre nel vecchio continente. Schumann festeggiò la sua personale vittoria per aver avuto immediate risposte positive all’unità dal distrutto popolo tedesco. Boris Jhonson festeggia la sua personale vittoria , con l’entusiasmo di uno studente scapestrato promosso al diploma, per aver raggiunto un accordo di separazione dall’Unione Europea alla viglia del Natale 2020, il Natale in cui il mondo intero è stato messo in ginocchio da un esserino invisibile, che non conosce frontiere, sovranità, finanze e trattati commerciali.

E’ tutta qui l’ideologia del primo ventennio del terzo millennio: l’idea patologica che le separazioni nella società umana possano esistere davvero e che se fatte pacificamente e “civilmente” non abbiano conseguenze se non economiche. Come il racconto da rotocalco della storia tra Berlusconi e Veronica Lario o tra Jeff Bezos e la sua ex, come se la separazione fosse uno dei tanti acquisti possibili da consumare in fretta e che assume importanza in base al prezzo da pagare.

Trentuno anni dopo la caduta di una cortina di ferro che separava l’Europa in due blocchi, due narrazioni contrapposte del mondo, abbiamo sostituito quel muro di mattoni in cinquecento pagine di accordi commerciali e politici e crediamo di essere più evoluti, ma la realtà è che siamo ancora più poveri di ieri, perchè queste separazioni sanciscono la fine dei sogni di una casa comune sostituendola con un condominio e le sue quote millesimali per la difesa dei diritti individuali di proprietà. E sappiamo tutti che non c’è luogo più potenzialmente esplosivo di una riunione condominiale. Uscire da questa ideologia separatista per riconquistare il terreno del sogno unitario e di uguaglianza è il più urgente dei programmi politici europei, e la recentissima storia ci ha insegnato che questo sogno può avverarsi solo se non si costruiscono frontiere contro i poveri del mondo, solo se chi oggi è vittorioso nella competizione globale ( come lo fu Schumann) tende la mano a chi oggi ha le ossa rotte dalla povertà (Adenauer). 74 anni di pace sono una grandissima novità per la storia europea , perché sia anche futuro per i nostri figli e per la Next Generation EU toccherà ripartire proprio dall’accoglienza sugli scogli di Ventimiglia, è lì che si scriveranno nuove pagine del sogno o nuove Brexit.


*presidente della Rete di Economia Civile "Sale della Terra"

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