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Usa

Becchetti: «L'assalto al Congresso negli States è il frutto della mancanza di fratellanza»

7 Gennaio Gen 2021 1148 07 gennaio 2021
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L'economista ha commentato a caldo sui social le immagini dell'occupazione da parte dei manifestanti pro Trump di Capitol Hill parlando di populismo. «Nella cultura occidentale c'è una perenne lotta tra libertà e uguaglianza. Un conflitto ideologico molto duro tra una destra molto libertaria in lotta con una sinistra egalitaria. Quello che manca negli Stati Uniti e che invece in Europa c'è, è il terzo dei grandi principi della Rivoluzione Francese»

Durante la concitata cronaca dell'assalto al Congresso Usa da parte dei supporters pro Trump tra i primi a reagire sui social c'è stato l'economista Leonardo Becchetti, professore di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata, che ha usato due concetti chiave: populismo e fare rete.

Da sempre impegnato nell'ambito dell'economia civile e della cittadinanza attiva Becchetti ha sempre identificato nella cultura cooperativa e del bene comune le risposte a populismi e sovranismi. Lo abbiamo intervistato.


Leonardo Becchetti

Perché ha identificato nelle immagini di ieri il marchio del populismo?
Avevo in mente quello che è successo negli States e anche in Italia per un periodo. Quella spirale di odio verbale e social che oggi sembra alle spalle. Una stagione selvaggia che inizialmente ci ha sorpreso e colti impreparati. Un grande pericolo perché può diventare, come abbiamo visto ieri, da odio verbale a qualcosa di più pericoloso sul campo.

In Italia però il populismo è stato inglobato nelle istituzioni democratiche con la nascita del Movimento 5 Stelle che partecipa alle istituzioni. Negli Usa il populismo sembra completamente scollato rispetto alla rappresentanza politica. Come si spiega?
Nella cultura occidentale c'è una perenne lotta tra libertà e uguaglianza. Un conflitto ideologico molto duro tra una destra molto libertaria in lotta con una sinistra egalitaria. Quello che manca negli Stati Uniti e che invece in Europa c'è, è il terzo dei grandi principi della Rivoluzione Francese: fraternité. In Italia abbiamo una storia e una tradizione, con la cooperazione e il mondo cattolico, che tiene in alta considerazione e promuove la fraternità, cioè la messa al centro della relazione e del dialogo e che permette di mediare quel conflitto. Senza la sintesi rimane solo lo scontro radicale.

Come mai questa differenza tra vecchio e nuovo mondo?
Perché qui in Europa abbiamo un attore che sistematicamente e con forza propone questa mediazione tra libertà e uguaglianza nel segno del dialogo che è la Chiesa. La Chiesa è la sorgente stessa di questo tipo di principi. Quando si dimentica questo aspetto si finisce, come durante la Rivoluzione Francese, a tagliare le teste. Basta guardare alla storia italiana per vedere quanto questa azione mediatrice sia stata sostanziale. Se dovessi sintetizzare la nostra storia userei due film: Novecento di Bernardo Bertolucci e La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana. In entrambi i casi vediamo come nella prima parte c'è questo confronto durissimo tra destra e sinistra che diventa violento. Nel dopoguerra arriva la Democrazia Cristiana il cui nome già identifica il senso e il ruolo del suo fare politica. Oggi la sfida di portare avanti quei valori e principi è lasciata in eredità a tutte le forze politiche oggi sul campo

Al centro di questo fare fraternità cosa c'è?
Relazione e dialogo. Che vuol dire anche concretamente dare alle persone attenzione. Le persone chiedono attenzione. Quando le persone vengono coinvolte l'aggressività cala moltissimo. In questo senso è emblematico che nell'ultima enciclica di Papa Francesco si parli di gentilezza.

Quindi in primo luogo riconoscere l'interlocutore...
Non c'è dubbio. Solo riconoscendosi e dialogando si possono identificare i problemi concreti e risolverli. Ed è questo il modo per sconfiggere il populismo. Una politica che arriva con teorie pre impostate porta necessariamente solo allo scontro.

È questo il messaggio che quello che è successo ieri manda a Joe Biden?
Non c'è dubbio. Credo che la storia di Biden sia profondamente impostata sul dialogo. Di certo le vecchie ricette non funzionano più. Per creare processi partecipativi ci vuole tempo, pazienza e fatica. Quello che è certo è che funzionano. Ci sono dei divertentissimi esperimenti economici che dimostrano come una persona coinvolta è favorevole alle stesse proposte che nel caso invece di un non coinvolgimento la vedrebbero contraria.

L'assalto di ieri a tuo avviso cambia la percezione delle istanze populiste?
Sarebbe bello capirlo. Certamente non ha lasciato indifferenti perché ha dimostrato plasticamente dove possa portare un certo modo di fare politica. Ho la sensazione che sia stato un enorme spot anti-populista.

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