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WikiLeaks

Il no all’estradizione negli Usa di Assange è un inno (a metà) alla libertà di stampa

7 Gennaio Gen 2021 1033 07 gennaio 2021
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Il giudice inglese non manda Julian Assange negli Stati Uniti dove rischia 175 anni di carcere. Ma l’australiano resterà in carcere a Londra. Una vittoria a metà per Reporter Senza Frontiere. «Siamo estremamente delusi dal fatto che la corte non sia riuscita a prendere posizione a favore della libertà di stampa e della protezione dei giornalisti», ha sottolineato Rebecca Vincent, Director of International Campaigns dell’associazione

Il 4 gennaio la giustizia britannica ha respinto la richiesta di estradizione del giornalista Julian Assange negli Stati Uniti. Secondo il giudice del tribunale penale di Londra, Vanessa Baraitser, le condizioni di detenzione a cui sarebbe sottoposto negli States il fondatore di WikiLeaks sono incompatibili con i suoi problemi psicologici. «Le condizioni mentali di Julian Assange sono tali che sarebbe inappropriato estradarlo negli Stati Uniti», ha dichiarato la giudice.

«Reporter Senza Frontiere (RSF) è immensamente sollevato dalla decisione, ma è estremamente deluso dal fatto che la corte non sia riuscita a prendere posizione a favore della libertà di stampa e della protezione dei giornalisti. Non siamo d'accordo con la valutazione del giudice», ha dichiarato Rebecca Vincent, Director of International Campaigns dell’associazione RSF che si occupa di libertà di stampa nel mondo.

Una vittoria, ma a metà secondo Reporter senza frontiere
Assange rimane detenuto in custodia cautelare nella prigione di alta sicurezza di Belmarsh, anche perché il 6 gennaio, il giudice che appena due giorni prima aveva negato la sua estradizione negli Usa ha negato la libertà perché l’australiano. «Ha interesse a fuggire» ed è probabile che, se fosse scarcerato, non si presenterebbe più in tribunale. Questa l’ulteriore sentenza.

Gli Stati Uniti vorrebbero processare Assange per aver deciso di diffondere documenti riservati, tra cui quelli ricevuti da Chelsea Manning che descrivevano i crimini commessi dai soldati statunitensi in Iraq e Afganistan. Già dal 2007 cominciano a esser pubblicati, in forma anonima su Wikileaks.org, documenti scottanti e top secret sul conflitto in Iraq, Afghanistan e Guantanamo, non gradite al Pentagono, che vengono ogni volta rilanciate sui media internazionali.

Questa decisione lascia la porta aperta per ulteriori procedimenti simili diretti contro il giornalista di origini australiane.

Il caso Assange negli Usa sarebbe un processo politico?
Sebbene il giudice Baraitser abbia deciso contro l'estradizione, i motivi della sua decisione erano strettamente basati sui gravi problemi di salute mentale di Assange e sulle condizioni che avrebbe dovuto affrontare in detenzione negli Stati Uniti. «Sui punti sostanziali del caso - in cui il governo degli Stati Uniti ha perseguito Assange per 17 capi di imputazione per un totale di 175 di detenzione ai sensi dell'Espionage Act e un conteggio ai sensi del Computer Fraud and Abuse Act - la decisione finale della giudice è stata formalmente anche se non praticamente, a favore degli argomenti dell'accusa e respingeva difesa», scrive RSF.

«Nonostante le ampie difficoltà nel garantire l'accesso - compreso il rifiuto da parte del giudice di accreditare osservatori delle Ong e minacce di arresto da parte della polizia sul posto - la giudice non ha voluto accettare la tesi della difesa secondo cui Assange rischierebbe “un processo politico” negli Stati Uniti», conclude Rebecca Vincent di RSF. Questo mentre - come riferisce Mediapart -, per diversi mesi tutti i movimenti del giornalista sono stati spiati, mentre le sue conversazioni sono state registrate illegalmente da una società spagnola che lavora per un cliente statunitense. Nonostante i numerosi documenti già pubblicati e un’inchiesta aperta dalla giustizia spagnola, Baraitser ha concluso che si tratta di “prove incomplete” che non possono essere prese in considerazione.

Assange, un personaggio divisivo. Ma la sua missione è democratica: informare
«È una vittoria per Julian Assange», ha dichiarato Stella Morris, compagna del giornalista. «Questa vittoria è il primo passo verso la giustizia in questa vicenda. Siamo soddisfatti perché la corte ha riconosciuto il trattamento inumano a cui è stato sottoposto e quello che rischia di subire, ma non dimentichiamo che negli Stati Uniti l’accusa non è stata ritirata. Siamo estremamente preoccupati dalla possibilità che il governo degli Stati Uniti presenti appello e cerchi di punire Julian facendolo scomparire in un buco senza uscita del sistema penitenziario americano».

Ora gli Stati Uniti hanno quindici giorni di tempo per presentare appello. Se Wikileaks è accusata dagli americani di spionaggio e pirateria informatica volte a rivelare informazioni “sensibili e riservate”, è bene ricordare che questo è ciò che fa il giornalismo. Assange è sempre stato, dalla fondazione del portale, un personaggio divisivo. Per i suoi modi, a tratti, anche urticante: però ha sempre avuto il merito di non essersi mai piegato alle pressioni del governo più potente del mondo e a media importanti che gli voltavano le spalle, come il New York Times o il Guardian. Divisivo. I detrattori lo hanno accusato di essere un hacker spia per la Russia, i suoi sostenitori lo hanno invece appellato “martire della libertà d’informazione”.

Inno alla libertà d’informazione
La sentenza dei giudici di Sua Maestà dà un colpo al cerchio e uno alla botte: non nega le accuse americane appellandosi a motivi di salute, ma non estrada il fondatore di Wikileaks. Assange è divisivo anche sul piano umano. Le accuse di molestie sessuali giunte dalla Svezia sono vere o sono un modo per incastrarlo? Quello che si sa è che in questi otto anni nel limbo, Assange non è rimasto solo il giornalista d’inchiesta Julian Assange, ma è diventato un simbolo della lotta per la libertà d’informazione. Per una volta, anche se non totalmente, ha vinto il vaso di coccio tra i tanti vasi di ferro che lo circondavano da anni.

Tra le tante luci e alcune ombre, la non estradizione del fondatore di Wikileaks negli Usa è un punto per la democrazia, inno (a metà) alla libertà di stampa.

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