Marta Serafini Ok
Libri

Uno sguardo femminile sul mondo in fiamme

12 Gennaio Gen 2021 1121 12 gennaio 2021
  • ...

La giornalista Marta Serafini nel libro "L’ombra del nemico. Una storia del terrorismo islamista” racconta delle sue esperienze sul campo in Iraq, Siria e Libia, prima e dopo l’avvento dell’Isis, ma anche a Kabul e in Nogorno Karabakh. «Il contatto con altre donne in quei contesti ti permette di raccogliere un’aneddotica diversa da quella dei politici e dei militari, ti dà una misura più concreta del quotidiano delle famiglie e delle comunità»

“L’ombra del nemico. Una storia del terrorismo islamista”, Solferino 2020 è il nuovo libro della giornalista Marta Serafini. Un’opera in cui l’autrice ripercorre diversi viaggi in Paesi nel Medio Oriente, ma anche nel Mediterraneo e in Afghanistan, per raccontare, dal punto di vista di una reporter occidentale, la vita e la morte in questi contesti.
Nel volume si leggono il desiderio e la necessità dell’autrice di vedere con i propri occhi, tornare all’essenza del mestiere di reporter. «Non si può fare i giornalisti da dietro uno schermo, è indispensabile andare sul posto per dare voce a tutte quelle persone che di solito non ascoltiamo e non interpelliamo. Quando parliamo di guerra, è importante occuparsi dei civili più esposti, le donne, i bambini, coloro che non hanno a che fare con il conflitto, ma ne pagano le conseguenze più alte. Le cose più interessanti che ho scoperto sulle guerre me le hanno raccontate proprio le persone più semplici, i civili appunto».

Marta Serafini, pagina dopo pagina, racconta delle sue esperienze sul campo in Iraq, Siria e Libia, prima e dopo l’avvento dell’Isis, ma anche a Kabul e in Nogorno Karabakh. «Il mio intento, con questo libro, era di raccontare chi è il nemico, che nel nostro immaginario sono solo i giovani che sono stati radicalizzati negli anni, mentre la realtà è più complessa; ci sono figure che si muovono, appunto, nell’ombra», racconta l’autrice. «Bisogna capire chi sta dietro questi fenomeni, quali sono le cause, da dove arrivano i finanziamenti, ma anche il ruolo di regimi e dei conflitti armati, che rendono più facile il moltiplicarsi e l’operare di questi gruppi. Il jihadismo si nutre di traffico di armi, di droga e di esseri umani. I gruppi jihadisti hanno attecchito e trovano terreno fertile dove la situazione politica è completamente destabilizzata; non è tanto diverso da quello che succede coi cartelli della droga che trovano reclute e facile accesso in contesti dove ci sono povertà, violenza e contesti instabili. C’è sicuramente una componente ideologica legata a una certa interpretazione religiosa dell’islam, ma perlopiù la motivazione è economica. I miliziani si spostano, infatti, da un gruppo all’altro a seconda di chi li paghi meglio. Ho cercato di spiegare la complessità di queste situazioni proprio attraverso la mia esperienza diretta in quei teatri, per contribuire a informare, ma anche a sradicare pregiudizi e a cercare di creare una certa sensibilizzazione su realtà spesso sconosciute».

Uno dei temi ricorrenti nel volume (nell'immagine la copertina), una sorta di fil rouge, è la questione migratoria. Civili in fuga dalle guerre, ma anche migranti che sognano di lasciare il proprio Paese in cerca di fortuna. Marta Serafini si è occupata anche di Libia, di trafficanti di droghe e di esseri umani, e nel corso dei suoi viaggi per il Mediterraneo ha anche affrontato il tema di partenze di tipo diverso, di certo non dettate dal desiderio di lavorare, i viaggi cioè dei cosiddetti foreign fighters. Giovani vocati al culto dell’odio che hanno sparso sangue di innocenti da nord a sud del Mediterraneo, arrivando a colpire anche recentemente il cuore stesso dell’Europa, con atti di barbarie tra cui la decapitazione del professor Pati.

Il lavoro di Marta Serafini, che conosce il mondo arabo e l’islam, punta anche ad andare a fondo del fenomeno del radicalismo e del terrorismo, ma anche fare luce su alcuni pregiudizi e sulle paure che nutrono certa retorica e propaganda. «Attraverso la mia newsletter settimanale Sherazade, a cui ho dato vita durante il lockdown, cerco di raccontare sfumature del mondo arabo e della cultura musulmana che non si conoscono o si conoscono poco, presentando storie di vignettisti, autori, registi di grande interesse».

Sul campo Marta Serafini ascolta dialoghi, raccoglie testimonianze e racconti, vive nei sotterranei coi civili durante i bombardamenti, come nella sua recente esperienza in Nogorno Karabakh, restituendo la realtà attraverso i suoi articoli, ma anche attraverso i suoi libri. “L’ombra del nemico” non è infatti il primo saggio della giornalista. «Rispetto agli articoli e ai reportage, un libro ti permette di riuscire a raccontare il tuo lavoro da un punto di vista personale, senza essere ostaggio del tempo e nel mio caso permettendomi anche di offrire un punto di vista più femminile».

Lavorare in Paesi come l’Afghanistan o in realtà come il campo di Al Hol, nel nord-est della Siria, dove sono stati rinchiusi, in mezzo a civili inermi, anche familiari dei miliziani dell’Isis, non è mai facile, in particolare per le reporter donne.
A questo viaggio è dedicato all’epilogo del libro. «Credo che ancora oggi per le donne fare questo lavoro sia difficile. Spesso quando si parla di terrorismo e jihadismo sono quasi sempre gli uomini che parlano, è il loro punto di vista che emerge, prezioso per carità, ma è importante avere anche uno sguardo femminile sull’argomento, soprattutto da quando le donne sono diventate protagoniste, nel bene e nel male, di questi fenomeni. La presenza delle donne nell’Isis è una realtà relativamente nuova rispetto al terrorismo di soli uomini e per raccontarlo è importante che ci siano anche voci di giornaliste. In generale, il contatto con altre donne in quei contesti ti permette di raccogliere un’aneddotica diversa da quella dei politici e dei militari, ti dà una misura più concreta del quotidiano delle famiglie e delle comunità. Entri nella vita di giovani che lottano per essere libere, per studiare e lavorare sottraendosi a matrimoni non desiderati, ma anche nella vita di anziane che hanno assistito a cambiamenti epocali e sanno raccontarteli attraverso l’esperienza vissuta in prima persona».

Contenuti correlati