Editoriale

Trasformarsi per trasformare. VITA diventa impresa sociale

13 Gennaio Gen 2021 1649 13 gennaio 2021

Come soggetto di Terzo settore assumiamo la sfida della costruzione della speranza. Una costruzione che necessita di visione. Occorre dunque uscire dalle tante comfort zone che per noi che facciamo comunicazione sociale significherebbe per esempio rintanarsi dietro la bandierina rassicurante, ma periferica di “voce del Terzo settore”. Batteremo strade diverse alla ricerca di un pensiero più lungo e più ambizioso: forti del nostro mondo di riferimento e dei suoi valori vogliamo contribuire a cambiare il mondo

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Come soggetto di Terzo settore assumiamo la sfida della costruzione della speranza. Una costruzione che necessita di visione. Occorre dunque uscire dalle tante comfort zone che per noi che facciamo comunicazione sociale significherebbe per esempio rintanarsi dietro la bandierina rassicurante, ma periferica di “voce del Terzo settore”. Batteremo strade diverse alla ricerca di un pensiero più lungo e più ambizioso: forti del nostro mondo di riferimento e dei suoi valori vogliamo contribuire a cambiare il mondo

Albert Einsten: «Non pretendiamo che le cose cambino se continuiamo a fare nello stesso modo»

Lo scorso 22 dicembre, la nuova assemblea dei soci ha votato all’unanimità l’assunzione della qualifica di impresa sociale di Vita società editoriale spa. Si tratta di un passaggio fortemente auspicato da tutto il gruppo di lavoro che ho il privilegio di guidare e dal gruppo dirigente della nostra azienda, Riccardo Bonacina e Giuseppe Frangi in primis.

Nel maggio del 2018 quando assunsi la responsabilità della direzione di VITA scrissi che evolvere in impresa sociale - ai sensi del D.Lgs 3 luglio 2017, n. 112, diventando così un’impresa che non ha scopo di lucro e che esercita in via stabile e principale la propria attività perseguendo l’interesse generale e finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale - sarebbe stato un salto di livello che non poteva rimanere ristretto in una definizione giuridica. Con tale veste diventiamo finalmente noi stessi a tutti gli effetti un soggetto di Terzo settore. Ma questo non è un traguardo, ma al contrario il principio di una sfida ambiziosa.

La crisi del Coronavirus ha aperto un vuoto davanti ai nostri occhi. Un vuoto multiforme. Il vuoto della sanità territoriale e di reti civiche ancora fragili e sconnesse, malgrado lo straordinario impegno che tanti operatori e volontari hanno messo e continuano a mettere a disposizione del prossimo. Il vuoto di sistemi di protezione sociale rigidi e neutri di fronte a bisogni nuovi nelle loro dimensioni e nelle loro fattezze (dall’incremento della povertà in particolare quella di donne e minori al baratro dei lavoratori “a giornata” che si sono ritrovati senza salvagente alcuno) fino a bisogni più banali, ma non meno essenziali come quello di fare la spesa o di mettersi in contatto con il medico di base per chi non può uscire di casa. Il vuoto di sistemi di didattica che hanno provato a replicare a distanza la lezione frontale ex cathedra. Il vuoto delle reti di prossimità che sono venute a mancare a tante persone con disabilità o non autosufficienti. Il vuoto di un sistema economico e finanziario gravemente improduttivo in termini di benessere, occupazione e uguaglianza.

Il vuoto come, scrive un filosofo attento alle dinamiche sociali come Pietro Piro, genera rassegnazione e sconforto. Ma quando un evento esogeno, tanto più se inatteso, costringe il corpo sociale a pensarsi diversamente, quel vuoto diventa una occasione straordinaria e inaudita di generazione di innovazione sociale. Il vuoto acquisisce senso e diventa veicolo di speranza.

Concepirsi come un soggetto di Terzo settore e impresa sociale significa accettare proprio la sfida faticosa, ma entusiasmante della costruzione della speranza. Una costruzione che necessita di visione. Nell’Enciclica “Fratelli Tutti” Francesco ricorda: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori. Oggi in molti Paesi si utilizza il meccanismo politico di esasperare, esacerbare e polarizzare. Con varie modalità si nega ad altri il diritto di esistere e di pensare, e a tale scopo si ricorre alla strategia di ridicolizzarli, di insinuare sospetti su di loro, di accerchiarli. Non si accoglie la loro parte di verità, i loro valori, e in questo modo la società si impoverisce e si riduce alla prepotenza del più forte. La politica così non è più una sana discussione su progetti a lungo termine per lo sviluppo di tutti e del bene comune, bensì solo ricette effimere di marketing che trovano nella distruzione dell’altro la risorsa più efficace. In questo gioco meschino delle squalificazioni, il dibattito viene manipolato per mantenerlo allo stato di controversia e contrapposizione».

Gestire da impresa sociale una content company significa marcare ancora di più la distanza culturale e genetica dal giogo del marketing travestito da informazione. Significa non accontentarsi di informare e di comunicare. Due dimensioni necessarie, ma non più sufficienti per generare fiducia, speranza e quindi futuro

Stefano Arduini

Gestire da impresa sociale una content company come la nostra (nata oltre 26 anni fa dall’incontro e dall’alleanza fra un gruppo di soggetti sociale e un gruppo di giornalisti) significa marcare ancora di più la distanza culturale e genetica dal giogo del marketing travestito da informazione. Significa non accontentarsi di informare e di comunicare. Due dimensioni necessarie, ma non più sufficienti per generare fiducia, speranza e quindi futuro. Come ha scritto in un intervento all’interno di un recente instant book digitale (“La sfida politica del Terzo settore", scaricabile gratuitamente da vita.it) Andrea Morniroli, esponente del Forum Disuguaglianze Diversità e cooperatore sociale «occorre sconfinare», uscire dalle tante comfort zone che per noi che facciamo comunicazione sociale significherebbe rintanarsi dietro la bandierina rassicurante, ma periferica di “voce del Terzo settore”.

Cerchiamo uno pensiero più lungo e più ambizioso: forti del nostro mondo di riferimento e dei suoi valori vogliamo contribuire a cambiare il mondo.

Partecipare alle reti sociali, animarle, attivarle, coinvolgere soggetti diversi come l’impresa privata responsabile, il mondo della cultura, agli ambiti della rigenerazione urbana e sociale, la pubblica amministrazione più innovativa. Questo dobbiamo fare per costruire un’informazione e una comunicazione che siano presupposti di una trasformazione reale, orientata al bene comune e all’interesse generale (come impone la natura di impresa sociale).

I contenuti e le relazioni che ogni mese metteremo su carta e ogni giorno in forme sempre più nuove e fruibili sul nostro sito o nei tavoli digitali (i “web talk” di vita.it), avranno come fine non semplicemente un trasferimento e condivisione di conoscenze e di valori, ma la trasformazione di prassi e policy dell'azione pubblica e privata. E questo il nostro orizzonte e il nostro sogno che perseguiremo con la coerenza indispensabile alla natura di impresa sociale e public company senza scopo di lucro.


In foto: un comitato editoriale di Vita in versione on line

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