Crisi di Governo

Draghi, una visione dell'economia ispirata alla dottrina sociale della Chiesa

3 Febbraio Feb 2021 0940 03 febbraio 2021

Mario Draghi, come economista, ha elaborato negli anni un’intera visione della società contemporanea, dei problemi che la affliggono e degli strumenti per migliorarla che è ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa. Due testi per capire chi è e che visione ha l'economista che oggi il Presidente della Repubblica incaricherà di formare un nuovo Governo

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Mario Draghi Meeting 2020 Rimini
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Mario Draghi, come economista, ha elaborato negli anni un’intera visione della società contemporanea, dei problemi che la affliggono e degli strumenti per migliorarla che è ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa. Due testi per capire chi è e che visione ha l'economista che oggi il Presidente della Repubblica incaricherà di formare un nuovo Governo

Si dice sempre dei suoi studi con i gesuiti del Massimo, ma Mario Draghi, come economista, ha elaborato negli anni un’intera visione della società contemporanea, dei problemi che la affliggono e degli strumenti per migliorarla che è ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa. Come uomo d’azione, in quanto funzionario al Tesoro negli anni Novanta, poi come Governatore della Banca d’Italia per sei anni e poi come capo della BCE per otto anni, ha dimostrato di fare scelte coraggiose, sempre tenendo presenti gli orientamenti di fondo, tipici della posizione cattolica.

Il suo atto più drammaticamente famoso (ed efficace) fu la difesa dell’euro contro le speculazioni (“Whatever it takes” del luglio 2012). Allora salvò il nostro continente, come dissero i tedeschi conferendogli la Gran Croce al merito “per aver tenuto l’euro e l’Unione europea insieme in un’epoca tempestosa”. Quel gesto non fu solo un argine all’aggressività degli squali della finanza, ma aprì le porte a quello stampar moneta anche in Europa, che ruppe proprio la tradizionale rigidità tedesca su questo punto. Draghi convinse anche gli europei della giustezza della posizione di Ben Bernanke, colui che dalla Federal Reserve aveva inventato il “quantitative easing” per fare uscire l’economia americana dall’ultima crisi profonda (quella dei subprime scoppiata nel 2008). Bernanke aveva deciso di immettere liquidità nel sistema americano legando questa scelta alla disoccupazione. Solo se fosse calata sotto il 6 per cento, la Federal Reserve avrebbe stampato progressivamente meno moneta.

Prima qualità “cattolica” dunque: il realismo. Lo ha ricordato anche al Meeting di Rimini lo stesso Draghi, ospite d’onore lo scorso agosto, parlando proprio dell’emergenza COVID che minaccia la nostra convivenza: “Nelle attuali circostanze il pragmatismo è necessario. (…) Dobbiamo accettare l'inevitabilità del cambiamento con realismo e, almeno finché non sarà trovato un rimedio, dobbiamo adattare i nostri comportamenti e le nostre politiche. Ma non dobbiamo rinnegare i nostri principii”. Secondo attributo: l’attenzione alle fasce più deboli. In questa chiave anche la politica monetaria può essere “usata” per il bene comune. Come ha ricordato il suo collega Domenico Siniscalco, commentando l’incarico conferito dal Quirinale, Draghi “non dimenticherà certo i temi dell’uguaglianza e dell’inclusione”. Terzo riferimento: solidarietà non solo come principio di base nell’organizzazione delle singole società, ma, come nella tradizione anche della Santa Sede, come solidarietà e dialogo costante fra Paesi, concertazione internazionale, interdipendenza.

Chi voglia davvero capire il pensiero di Draghi su quale possa essere una prospettiva di strategia economica che tenga conto dell’insegnamento della Chiesa in campo sociale, può recuperare un interessante articolo comparso sull’Osservatore Romano il 9 luglio del 2009, titolo: “Non c'è vero sviluppo senza etica”. Draghi è allora Governatore della Banca d’Italia, il Papa è Benedetto XVI. In esso Draghi paragona il pensiero economico alle varie Encicliche ed esprime giudizi importanti sul pensiero economico contemporaneo:

“Negli ultimi decenni l'espulsione dell'etica dal campo d'indagine della scienza economica è stata messa in discussione, perché ha generato un modello incapace di dar conto compiutamente degli atti umani in ambito economico e di spiegare l'esistenza delle istituzioni rilevanti per il mercato solo come risultato della mera interazione di agenti razionali ed egoisti. È una critica avanzata fra gli altri da Amartya Sen, che analizza gli effetti delle considerazioni di natura etica sui comportamenti economici, e da Akerlof, che
sottolinea l'importanza delle valutazioni di equità nella determinazione dei salari”.

A George Akerlof, marito di Yanet Ellen, già a capo della Federal Reserve e oggi sottosegretario Usa al Tesoro, Draghi è legato anche da una vecchia amicizia personale. Ma l’allora Governatore cita i due premi Nobel su due fronti diversi, entrambi alternativi all’economia neoclassica: Sen sull’offerta del sistema bancario e Akerlof sulla politica dei salari. Infatti più avanti scrive ancora: “Secondo la dottrina sociale della Chiesa, se l'autonomia della disciplina economica implica l'indifferenza all'etica, si spinge l'uomo ad abusare dello strumento economico; se non è più mezzo per il raggiungimento del fine ultimo - il bene comune - il profitto rischia di generare povertà. Lo sviluppo non è di per sé garantito da forze impersonali e automatiche (il mercato può tutto), ma necessita di persone che lo sospingano vivendo nelle loro coscienze il richiamo del bene comune”.

Come si ottiene tutto ciò nell’era della globalizzazione, nel trionfo delle disuguaglianze? Draghi propone di aggiornare il modello della concertazione internazionale, sempre caro a tutti i Papi e alla diplomazia vaticana nell’era moderna. “Uno sviluppo di lungo periodo” scrive a conclusione del suo contributo sull’Osservatore, “non è possibile senza l'etica. Questa è una implicazione fondamentale, per l'economista, dell'"amore nella verità" (caritas in veritate) di cui scrive il Papa nella sua enciclica. Per riprendere la via dello sviluppo occorre creare le condizioni affinché le aspettative generali, quelle che Keynes chiamava di lungo periodo, tornino favorevoli. È necessario ricostituire la fiducia delle imprese, delle famiglie, dei cittadini, delle persone nella capacità di crescita stabile delle economie. A lungo andare questa fiducia non può essere disgiunta da una istanza morale, dalla speranza profonda, secondo le parole di Giovanni Paolo II nella bolla d'indizione (1998) per il giubileo, di "creare un modello di economia a servizio di ogni persona".

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