Volontariato

Cari volontari diventate place maker di un mondo nuovo

11 Febbraio Feb 2021 2116 11 febbraio 2021

Il primo appuntamento degli Stati Generali del volontariato bergamasco dedicato alla riflessione sul tema dell'accoglienza, animata dal giornalista Riccardo Bonacina e da due testimonial del volontariato a Bergamo, Candelaria Romero e Sita Zampou, si è avvalsa dei contributi di pensiero di Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano e di Eraldo Affinati, scrittore e insegnante

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Il primo appuntamento degli Stati Generali del volontariato bergamasco dedicato alla riflessione sul tema dell'accoglienza, animata dal giornalista Riccardo Bonacina e da due testimonial del volontariato a Bergamo, Candelaria Romero e Sita Zampou, si è avvalsa dei contributi di pensiero di Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano e di Eraldo Affinati, scrittore e insegnante

Si è tenuto il primo appuntamento degli Stati Generali del Volontariato Bergamasco che sono stati aperti da Oscar Bianchi presidente del CSV Bergamo che ha ricordato come: “La pandemia ha rimesso tutto in discussione, anche noi, le nostre idee le nostre azioni. Per questo abbiamo immaginato un lavoro in quattro tappe una chiamata a raccolta per discutere delle questioni più urgenti su cui il volontariato è chiamato ad impegnarsi e a riflettere: accoglienza, povertà, salute e partecipazione. Questioni che l’anno appena trascorso ha posto con forza e sulle quali il volontariato può dare il proprio contributo fatto di esperienze, idee, progettualità e visioni. Cominciamo dall’accoglienza non intesa solo come una delle possibili attività di una associazione, un mandato definito per statuto, ma che deve diventare un valore fondativo per qualsiasi organizzazione di volontariato, indipendentemente dalle proprie finalità sociali. Ci aspettiamo da questi dialoghi di ascoltarci e provare a promuovere una nuova forma di approccio al volontariato sperando che tanti si sentano chiamati in causa. Anche perché l’esperienza del Covid-19 a Bergamo ha fatto sì che molte associazioni perdessero pietre miliari della loro storia, soci fondatori, leadership locali di un volontariato noto in tutto il Paese. Gli Stati Generali servono anche per stare accanto a questa sofferenza facendo sentire l’abbraccio di un’intera rete”.

La riflessione sul tema dell'accoglienza, animata dal giornalista Riccardo Bonacina e da due testimonial del volontariato a Bergamo, Candelaria Romero e Sita Zampou, si è avvalda dei contributi di pensiero di Elena Granata docente di urbanistica al Politecnico di Milano e autrice di BiodiverCity e di Eraldo Affinati, scrittore e insegnante, fondatore delle scuole Penny Wirton con la moglie Anna Luce Lenzi., tra i suoi libri Il sogno di un’altra scuola. Don Lorenzo Milani raccontato ai ragazzi, Via dalla pazza classe. Educare per vivere.

Qui alcuni passaggio delle loro riflessioni.

Eraldo Affinati: Accogliere significa sentirsi riconosciuti e riconoscere. Questo è il valore dell’accoglienza non solo come servizio e ruolo professionale, ma come creazione di un luogo in cui è possibile sentirsi riconosciuti e riconoscere, un luogo in cui è possibile incontrarsi come persone, come persone diverse. Luoghi in cui trovare persone credibili, persone a cui potersi affidare, persone a cui poter dare fiducia. Ecco perché è importante formare volontari credibili, meritevoli di fiducia, capaci di affezione. Per creare una vegetazione affettiva è importante lo scambio delle storie, così ne prendiamo coscienza. La pandemia certo ha sovvertito tutto e tutti dobbiamo ricostruirci, ritrovare motivazioni, dobbiamo sconfiggere la rassegnazione, come reagire? Credo mettendo a frutto il sentimento di fragilità e di debolezza, l’imperfezione che tutti stiamo vivendo. Dobbiamo far dinventare una risorsa questa mancanza, questa fragilità. È un grande lavoro anche interiore, ed è il lavoro decisivo dell’educatore che deve superare rabbia e impotenza perché solo così può diventare testimone di speranza. La pandemia è un richiamo anche alla nostra autenticità e ci chiede di spenderci. Dobbiamo lavorare sulle nuove motivazioni all’azione.

In un recente libro scritto con Marco Gatto, I meccanismi dell’odio, cito un brano di Dietrich Bonhoffer che nel carcere di Tegel dov’era rinchiuso, scrive una lettera al figlio del suo amico più caro, il giorno del suo battesimo immaginandolo come il rappresentante delle future generazioni. Scrive Bonhoffer: “Abbiamo imparato un po’ tardi che l’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo”. Un esergo per il nostro essere volontari, per il nostro prenderci cura gli uni degli altri, uno stimolo per farci capire che non si può vivere per compartimenti stagni. Per tutto questo c’è bisogno di una comunità, di una rete tra famiglie, istituzioni, associazioni. Non è una partita che si gioca da soli.

Elena Granata: Dopo la pandemia abbiamo bisogno di ricombinare persino le parole, siamo in una condizione di parità che prima non conoscevamo, chi faceva il bene era un po’ più su, oggi ci rendiamo conto che dobbiamo tutti cadere dalla cattedra. Facciamo accoglienza ma oggi sappiamo che noi stessi abbiamo bisogno di essere accolti, sappiamo che dobbiamo essere le braccia che accolgono ma che anche noi abbiamo bisogno di essere abbracciati. Questa è stata l’esperienza trasformativa di questi mesi, un’esperienza terribile e bellissima. Abbiamo tutti bisogno uno dell’altro. Io docente ho imparato tantissimo dai miei studenti.

Questo è il punto di partenza ed è quello che sta accadendo anche nei nostri luoghi e nelle nostre città. Pensiamo che oggi possiamo far riunioni ovunque siamo, cosa significa quindi oggi appartenere a un luogo? Capite quanto è cambiato? Abbiamo tra le mani un mondo che possiamo reinventare perché si è ammorbidito, si è smangiato. Quello che verrà fuori dalla sofferenza e dal caos può però essere meglio d quello che abbiamo lasciato io ne sono convinta. Interessante il lavoro che proprio a Bergamo è stato promosso dall’associazione InNnova che propone di passare dalla Smart city alla Care City, la città del prendersi cura che deve tradursi in progetti urbani, progetti educativi, una diversa concezione della mobilità, insomma un nuovo modo di vivere la città. Come? Abbiamo più domande che risposte ma le epoche che hanno più domande sono le più creative. So che c’è stanchezza ma altrettanta energia. Ora, per esempio abbiamo capito quanto sia importante lo spazio pubblico e i beni pubblici che avevamo lasciato assottigliare (acceso alla salute o alla natura per esempio). L’energia e anche un po’ di rabbia dobbiamo canalizzarle a ricostruire spazi e beni pubblici.

Bisogna riaprire i recinti, abbiamo chiuso la cultura nei musei, la natura nei parchi, un mondo in scatole, invece bisogna rompere queste scatole che sono la nostra prigione. Ma perché la cultura non può stare nelle strade o negli ospedali o nelle scuole? E la natura perché non può stare in mezzo alle persone? Questo ci apre uno spazio di immaginazione enorme e noi dobbiamo provare a immaginarci le nuove forme del nostro stare insieme, del nostro andare a scuola, del nostro modo di assistere gli anziani. Ciascuno di noi deve diventare un place maker (sarà questo il titolo del mio prossimo libro), un costruttore di luoghi, di luoghi di prossimità e di nuova appartenenza.

Qui potete rivedere l'incontro

Davanti a un futuro da riscrivere dove trovare le energie necessarie?

Affinati: Nuovi spazi implicano nuovi modi di pensare, il costruttore di luoghi deve avere nuove avventure da proporre, nuovi pensieri da condividere, nuove domande a cui rispondere. Non possiamo permetterci il piagnisteo e dobbiamo incarnare i valori in cui crediamo non limitandoci a proclamarli ma incarnandoli. L’azione oggi è decisiva, dobbiamo metter in atto buone pratiche e raccontarle-

Granata: Io sento la stessa stanchezza e la stessa demotivazione che tanti sentono, ma quando indosso le vesti dell’educatore e dell’adulto credibile non posso permettermelo, devo raccontare il futuro, il mondo che sarà, devo condividere un sogno, il mio sogno. Oggi abbiamo bisogno di adulti in grado di gestire la loro fatica perché il dovere della gioia e della speranza è il vestito che dobbiamo mettere. A volte è difficile? Sì, si va a casa si fa un pianto ma poi si rimette quel vestito. Invece siamo circondati da adulti del piagnisteo da adulti che diffondono solo disperazione e questo non ce lo possiamo permettere. Ci vuole il coraggio della speranza.

Il prossimo incontro sarà dedicato al tema della povertà ed è in programma per mercoledì 3 marzo ore 18.00 con don Virginio Colmegna e Roberto Rossini (questa la pagina dedicata sul sito SGVB).

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