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Ma la scuola che giudica se stessa è rimasta al secolo scorso

15 Febbraio Feb 2021 1127 15 febbraio 2021

"Continuiamo a pensare di garantire pari opportunità a tutte le scuole attraverso l’uniformità del sistema quando sappiamo benissimo che la qualità della formazione dipende moltissimo da variabili locali anche all’interno della stessa scuola. Continuano però a non esserci strumenti per intervenire su questa variabilità interna e neppure su quello che avviene tra scuole di differenti regioni d’Italia. Non ci sono strumenti neppure per premiare i tanti insegnanti che invece con grande impegno migliorano i risultati". L'intervento del presidente di Indire

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Adrien Olichon Banco Vuoto Scuola Unsplash
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"Continuiamo a pensare di garantire pari opportunità a tutte le scuole attraverso l’uniformità del sistema quando sappiamo benissimo che la qualità della formazione dipende moltissimo da variabili locali anche all’interno della stessa scuola. Continuano però a non esserci strumenti per intervenire su questa variabilità interna e neppure su quello che avviene tra scuole di differenti regioni d’Italia. Non ci sono strumenti neppure per premiare i tanti insegnanti che invece con grande impegno migliorano i risultati". L'intervento del presidente di Indire

Ho sempre sostenuto che la scuola non è un’azienda rifuggendo l’idea “mercantile” che si associa quasi naturalmente a quella di una azienda che si deve confrontare con le regole del mercato e che inevitabilmente abbandona quello che economicamente non conviene. La scuola invece deve proprio mettere al centro l’integrazione, il recupero, l’attenzione ai più fragili e intervenire dove non c’è convenienza economica a farlo come nelle piccole scuole. Credo che su questi concetti ci sia l’accordo massimo tra tutti gli operatori della scuola e non solo. Quindi la scuola come organizzazione ha una missione sociale precisa e anche un obiettivo che sono gli studenti che le vengono affidati. Ragazzi che partono da situazioni sociali, economiche e anche personali diverse, ma che affidano alla scuola il loro futuro

Proviamo però e solo per un momento a guardarla dall’esterno come fosse una azienda, sia pure particolare, un’azienda che ha come obiettivo la formazione e vediamo come opera. Premetto che ne verrà fuori un quadretto un po’ bizzarro con accostamenti provocatori ma l’obiettivo è di provare a guardare per un momento la scuola da un diverso punto di vista. Ipotizziamo che i clienti siano le famiglie che affidano i loro figli alla scuola e che il prodotto siano appunto gli studenti, la formazione che ricevono. Dunque questa azienda ha un rapporto con il cliente molto bizzarro. In genere l’azienda normale è molto attenta ai riscontri della clientela: se i risultati, i prodotti non vanno anche l’azienda fallisce. Nella scuola i genitori sono invece degli interlocutori che non hanno canali efficaci per rappresentare il gradimento o meno dell’operato della scuola. Sono rappresentati in organi collegiali che non hanno veri poteri decisionali e pensati cinquant’anni fa.

La valutazione dei risultati è fatta all’interno dell’azienda dagli stessi dipendenti dell’azienda, quelli che costruiscono il prodotto e che poi lo valutano. Poiché gli strumenti e i criteri di valutazione vengono decisi non solo all’interno della stessa azienda ma anche da ciascun dipendente, quando vengono introdotte valutazioni esterne, standard, uguali per tutti (Invalsi, Ocse/Pisa) emergono delle realtà sconcertanti. I prodotti, anche considerati migliori all’interno di una azienda, vengono poi sonoramente bocciati da un controllo di qualità esterno. Anche i risultati della prova nazionale (esame di maturità) che dovrebbe certificare la qualità finale sono sorprendenti: scuole che hanno percentuali di voti alti nelle valutazioni fatte dagli insegnanti che in maggioranza sono interni, stranamente risultano in grave difficoltà nei punteggi delle prove standard. Non solo, ma poiché a questo esame vengono promossi oltre il 98% degli studenti si dovrebbe dedurre che il prodotto finale ha tutte le certificazioni in regola. Ma non è così: anche quelli che escono da scuola poi hanno un analfabetismo funzionale (30% in Italia rispetto al 15% Ue), tre giovani su quattro non hanno letto la Costituzione, competenze e conoscenze di base sotto la media di 80 Paesi Ocse, senza parlare del 13% dei sedicenni che non è presente a scuola. In molti casi le aziende abbassano gli standard per certificare i prodotti e immettono sul mercato studenti che poi non riescono a collocarsi (mismatch tra domanda ed offerta nel mondo del lavoro, disoccupazione giovanile, studenti che con proseguono gli studi, fuori corso universitari…)

A questo punto il cliente dovrebbe chiedere conto all’azienda come avviene quando abbiamo pagato per un prodotto e non siamo soddisfatti. In questa azienda però il cliente non ha questo potere. Questa azienda si autoassolve avendo i dipendenti totale autonomia nel loro lavoro anche nei confronti del direttore generale che non ha strumenti di intervento, tanto meno gratifiche o promozioni e che non valuta i dipendenti e che a sua volta, in pratica, non viene valutato.
Ogni azienda, oggi, per stare sul mercato deve continuamente innovarsi e stare al passo con l’evoluzione tecnologica e con le metodiche più moderne. In questa azienda invece i dipendenti possono anche non aggiornarsi e se lo fanno lo fanno esclusivamente per etica professionale. Non hanno la possibilità di una carriera se non per anzianità.


Il direttore generale non può spostare un dipendente da un reparto ad un altro e neppure intervenire sull’edificio per creare nuovi reparti o per modificarne l’organizzazione perché gli edifici sono di un altro proprietario. Se questa stessa cosa fosse avvenuta in una azienda meccanica ci troveremmo ancora con i torni meccanici o con le catene di montaggio con file di operai a rincorrere i pezzi sul nastro trasportatore. Un’azienda così sarebbe oggi completamente fuori dal mercato perché avrebbe costi improponibili, un’organizzazione del lavoro inadeguata e una totale incapacità di utilizzare le innovazioni tecnologiche. Rappresenterebbe una sorta di museo del 900, di archeologia industriale in mezzo ad aziende robotizzate e digitalizzate, con standard e costi improponibili. Avrebbe perso i clienti e con loro la ragione stessa di esistere. Questo però non accade per la scuola. Nonostante i risultati vengano, ancora continuiamo a pensare che per migliorare questa azienda sia necessario aumentare il numero dei dipendenti, discutere di come limitare il valore delle prove standard in modo che non emergano queste differenze imbarazzanti.


Continuiamo a pensare di garantire pari opportunità a tutte le scuole attraverso l’uniformità del sistema, uguale nelle regole su tutto il territorio nazionale quando sappiamo benissimo che la qualità della formazione dipende moltissimo da variabili locali anche all’interno della stessa scuola. Continuano però a non esserci strumenti per intervenire su questa variabilità interna e neppure su quello che avviene tra scuole di differenti regioni d’Italia. Non ci sono strumenti neppure per premiare i tanti insegnanti che invece con grande impegno migliorano i risultati dell’azienda.
Lo sviluppo dell’autonomia scolastica consentirebbe per lo meno la così detta accountability e la valutazione esterna delle scuole, sarebbe la prima tappa anche per costruire una carriera degli insegnanti non basata solo sull’anzianità ma tutto è rimasto sospeso.

In fondo quando il cliente non è soddisfatto può sempre rivolgersi ad un’altra azienda e questo in genere può farlo solo chi sa e chi può.

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