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Religioni

Cristiani in Iraq: più forti del terrore

1 Marzo Mar 2021 1048 01 marzo 2021
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«Noi cristiani abbiamo una vocazione: la pace, l’apertura, l’amore, il perdono, il dialogo». Sebbene sia alla guida di una delle comunità cristiane più perseguitate al mondo, quella irachena, Louis Raphaël Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei (Baghdad), tiene alta la fiaccola della speranza in occasione del viaggio del Pontefice in Iraq il prossimo 5 marzo

I cristiani sono stanchi di tutti questi conflitti che durano da anni. Davanti a tali sofferenze e di fronte a questa instabilità, alcuni sacerdoti e intellettuali ritengono che qui in Iraq non abbiamo più un futuro insieme e che dobbiamo dunque trovare un altro luogo dove vivere in pace ed essere liberi e sicuri. Per natura e per la loro educazione, i cristiani cercano la sicurezza e la libertà.
Dove ci sono questi due elementi, possono adattarsi.

Ma credo che sia un’utopia. Non si può compiere un esodo completo, partire tutti, in massa, per lo stesso luogo. Ho sentito qualche sacerdote dire: «Si potrebbe ricostruire una Qaraqosh nuova in Francia o in America». Ma ciò sembra impossibile, no? È una rottura, un taglio con la nostra storia, con la nostra terra. Si sa, la terra non è solamente la polvere. La terra sono io, la mia identità, la mia storia, il mio futuro, la mia terra promessa.

Sì, penso che noi dobbiamo trovare il modo di restare. Ci sono luoghi sicuri in Iraq, come la regione del Kurdistan: bisogna rifugiarsi lì. Si può trovare una soluzione, reclamare i nostri diritti ed entrare nel governo centrale o regionale per difenderli. Si possono ottenere molti diritti. La nostra presenza ha un senso! La nostra formazione, le nostre qualifiche, la nostra religione, la nostra morale, ci permettono di influire sui nostri concittadini. Non è per caso che noi ci siamo. Abbiamo una vocazione, portiamo un messaggio: la pace, l’apertura, il rispetto degli uni e degli altri, l’amore, il perdono, il dialogo e il lavoro insieme per una vita migliore, ecco che cosa possono offrire i cristiani come valori a tutta la società.

Louis R. Sako

Più forti del terrore (Emi, 2015)

Certo, capisco la gente che parte. Le condizioni materiali di queste persone sono penose. Vivono ammassate in una camera, o in una tenda, nelle scuole; all’inizio si rifugiavano pure nelle chiese. Sono privati di tutto. C’è anche una povertà morale e psicologica. Vivono circondati dall’ignoto, quindi cercano di partire. Ma per dove? Quanto tempo dovranno aspettare? Tutti questi problemi li preoccupano e li prostrano psicologicamente. Dato che non hanno lavoro, sono di fronte alle loro sofferenze giorno e notte. È veramente una Passione, sono distrutti. Hanno ragione a lamentarsi, e si lamentano. Si aspettano tutto dalla Chiesa, ma la Chiesa non può fare miracoli. Sono agitati, soffrono. Cercano una speranza e la trovano nella ricerca di un visto o di una destinazione.

Ma c’è anche molta ignoranza. Non hanno idea di che cosa sia l’Occidente. Pensano che sia il paradiso. Una volta arrivati, si rendono conto che non ne conoscono la mentalità, la cultura, le tradizioni, la lingua. Sono persi, isolati, stressati!

Quando vado a incontrarli in questi paesi, trovo spesso un grande scoraggiamento. Sono sradicati! Spesso provano amarezza e paura. È opprimente. Si legge sul loro viso l’angoscia per un futuro che non è garantito. Spesso ciò che ha fatto scattare la loro partenza è la sicurezza e il benessere dei loro figli. «Non è per noi ma per i nostri figli», dicono. Col tempo, si verifica una separazione nelle famiglie. Quelli che vogliono partire non si rendono necessariamente conto del divario culturale e delle sfide che dovranno affrontare… La nuova generazione sarà americana, francese o tedesca, mentre essi non possono neppure parlare la lingua di questi Paesi! In Iraq la famiglia è molto unita, è una famiglia patriarcale con molto rispetto e obbedienza, mentre in Occidente c’è molta libertà. I ragazzi e le ragazze rientrano dopo mezzanotte senza che si sappia dove sono andati e con chi, mentre qui in Iraq ciò è quasi impossibile. (…)

Oggi, in Iraq, restano fra i trecentomila e i quattrocentomila cristiani, credo. Non ci sono statistiche precise, è una stima da parte mia. Prima del 2003 eravamo circa un milione e mezzo.

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