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Povertà

I nuovi poveri hanno una “nuova” frontiera: i banchi dei pegni e i compro oro

1 Marzo Mar 2021 1257 01 marzo 2021
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“Cortocircuito” è il titolo del nuovo dossier di Cnca: così le famiglie in difficoltà, ma anche le imprese, finiscono nella rete dell’indebitamento. «Una rete che spesso è controllata dalle stesse banche che negano loro il credito»

L’emergenza Covid-19 ha fatto crescere la disoccupazione e la povertà tra ampie fasce della popolazione italiana. Questo ha innescato un “cortocircuito”: dalla perdita del lavoro, all’instabilità economica, unite alla difficoltà di accesso al credito, spingono molte persone «a ricorrere - emerge dal dossier - ad altri canali di indebitamento, alcuni dei quali controllati dagli stessi istituti di credito, pronti ad approfittare della vulnerabilità di soggetti fragili».

«Con questo dossier abbiamo voluto accende un faro sui cortocircuiti del nostro paese, sulle povertà non viste e sui sistemi corrotti, disfunzionali e che con la pandemia in corso possono alimentare l’indebitamento delle famiglie che finiscono in una rete di “Banchi dei pegni” e “Compro oro” che spesso è controllata dalle stesse banche che negano loro il credito», spiega Filippo Torrigiani, consulente del Cnca e della Commissione parlamentare antimafia.

L’impoverimento della pandemia condanna i più poveri del pre-Covid
«"Cortocircuito" (qui la presentazione) mostra con i dati come la spirale del debito impoverisca il tessuto sociale e aiuta a leggere meglio alcuni dei processi profondi che stanno alla base di molti dei problemi che incontriamo ogni giorno nel nostro e che riguardano le persone più vulnerabili che vivono situazioni di povertà assoluta e mancanza di lavoro di lunga durata, dipendenza da gioco o da sostanze», riflette Torrigiani.

Filippo Torrigiani

Secondo i dati Istat, nel 2019 erano quasi 1,7 milioni le famiglie che vivevano in condizioni di povertà assoluta (4,6 milioni di persone). E i dati dell’ultimo rapporto Caritas fotografano un drammatico peggioramento di questa situazione con l’avvento della pandemia un anno fa: i nuovi poveri che nel 2020 si sono presentati per la prima volta ai centri di ascolto sono passati dal 31% al 45%. «Tra le cause che hanno concorso al tracollo di una parte del tessuto sociale e produttivo – denuncia il report del Cnca – va incluso anche il comportamento del sistema bancario e creditizio che non si è rivelato prodigo nel concedere liquidità né ai giovani né alle imprese, soprattutto a quelle di piccole dimensioni».

Un esempio di cortocircuito: dalle banche, al banco dei pegni e ritorno
Dall’inizio della pandemia, per arrivare a fine mese, una possibile opzione a cui possono ricorrere le famiglie sono i Banchi dei pegni, a cui si rivolgono mediamente tra le 270 e le 300mila persone ogni anno, con un volume d’affari di circa 800 milioni di euro. Il prestito medio è di circa mille euro, soldi che servono soprattutto per spese impreviste e che nel 95% dei casi vengono restituiti. Il dossier sottolinea come, paradossalmente, questi istituti siano di proprietà di una quarantina di banche tra cui Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Intesa San Paolo, Carige e Bpm. L’altra alternativa per chi possiede beni preziosi è la vendita diretta ai “Compro oro”, il cui numero è passato dai 24.877 del 2018 a 29.511 del 2019.

«Stiamo parlando di strumenti legali e che, in alcuni casi, possono dare una risposta temporanea a una situazione di bisogno. Ma non possiamo lasciare in mano esclusivamente a questi soggetti le risposte a una crisi profonda e drammatica e che noi, come Cnca, incontriamo tutti i giorni nei territori in cui operiamo – sottolinea Filippo Torrigiani –. Oggi più che mai dobbiamo interrogarci su come farci carico di questa esclusione sociale ed evitare che aumenti la spirale di indebitamento».

Compro oro, vendo tutto
E non è finita qui. «Dal 2010, anche a causa della crisi economica del 2008, molti italiani hanno fatto ricorso ai “Compro oro” per vendere i propri gioielli così da arrivare più agevolmente a fine mese. Ciò si è tradotto in una notevole crescita delle aperture di queste attività», spiega Torrigiani. E i numeri parlano da sé: nel 2018 le licenze per il commercio di preziosi – esercitato anche dalle gioiellerie – erano, in Italia, 24.877; nel 2019 le licenze in corso di validità hanno raggiunto quota 29.511. Nel 2019 il maggior numero di licenze era stato rilasciato in Campania (5.098), seguita dal Veneto (4.387). Nel 2019 erano presenti nella penisola oltre 6.000 sportelli con una ripartizione geografica che vede al primo posto della classifica la Lombardia con oltre 1.000 negozi, seguita dal Lazio e dal Piemonte che ne annoverano oltre 500.

Il ministero della transizione ecologica basterà a interrompere il cortocircuito del carbone?
Il dossier rimarca anche altre contraddizioni che riguardano il sistema bancario, che concede prestiti in modo del tutto insufficiente rispetto ai bisogni di singoli, famiglie e imprese, che controlla i Banchi dei pegni e, contemporaneamente, investe in modo massiccio in due settori altamente problematici: il commercio delle armi e il mercato dei combustibili fossili. Il “mercato bellico” rappresenta un business con numeri da capogiro: 41 miliardi di euro di esportazioni di sistemi militari nel periodo 2018-2019. «Dalla Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 2019 - spiega Torrigiani che è consulente del Cnca, ma anche della Commissione parlamentare antimafia – risultano transazioni bancarie attinenti ad operazioni di export di armamenti per un valore complessivo di 3.833.849.671 euro di “importi segnalati” e di 5.612.452.670 per “importi accessori segnalati”. Per quanto riguarda, invece, il settore dei combustibili fossili, fra le 35 principali banche mondiali finanziatrici di fonti fossili figurano anche istituti italiani quali UniCredit e Intesa San Paolo, con finanziamenti destinati a questo mercato di 23,2 e 12,1 miliardi di dollari nel periodo 2016-2019».

Lo Stato non si può più nascondere dietro questi cortocircuiti
«Con la pubblicazione di questo dossier-denuncia – dichiara Filippo Torrigiani - abbiamo inteso accendere un faro su una questione drammatica che probabilmente, con la pandemia, andrà ad acuirsi ancora di più e a cui la politica deve guardare con maggiore attenzione»
I dati riportati nel dossier sono un’ennesima occasione offerta alla politica per fare scelte coraggiose che antepongano il bene comune agli interessi economici.

Una risposta, secondo il report di Cnca, è quella di dare vita a forme di microcredito che sostengano i più fragili e permettano loro di non affidarsi «a soggetti che in questo momento puzzano più di interesse che di supporto - conclude Filippo Torrigiani -. Dobbiamo farci carico di questa situazione coinvolgendo il mondo bancario e quello delle fondazioni. Anche sul tema della finanza dobbiamo costruire sistemi che permettano di accompagnare le persone più fragili in questo momento di grande difficoltà».

In questi cortocircuiti lo Stato non può più continuare a nascondersi.

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