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The Big Wall, l'inchiesta sui fondi per reprimere i flussi migratori

2 Marzo Mar 2021 1747 02 marzo 2021
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ActionAid lancia “The big wall”, la prima inchiesta sui fondi spesi per l’azione esterna migratoria, che evidenzia come dal 2015 l’Italia, complice l’Unione europea, abbia investito il 70% del totale per reprimere i flussi migratori dall’Africa, con gravi violazioni dei diritti umani

«Ci sono satelliti, droni, navi, progetti di cooperazione, posti di polizia, voli di rimpatrio, centri di formazione. Sono mattoni di un muro invisibile ma tangibile e spesso violento. Innalzato dal 2015 in poi, grazie ad oltre un miliardo di euro di denaro pubblico. Con un unico obiettivo: azzerare quei movimenti via mare, dal Nord Africa all’Italia, che nel 2015 avevano fatto gridare alla ‘crisi dei rifugiati’».

Così si apre l’inchiesta di ActionAid The big wall : per la prima volta si è provato a quantificare e qualificare la spesa italiana per l’azione esterna migratoria lungo la rotta del Mediterraneo centrale. Infatti, non esistono ad oggi dati ufficiali che raccolgono, organizzano e rendono accessibili le informazioni sulla distribuzione di queste risorse pubbliche. Sono stati presi in considerazione gli stanziamenti e le erogazioni di fondi disposti dal 2015 direttamente dall’Italia e anche dall’Unione europea, ma solo nel caso in cui i progetti e i fondi siano stati implementati da organismi governativi italiani. Dei capitoli di spesa individuati (controllo dei confini, governance, cause profonde, sensibilizzazione, contrasto al traffico, rimpatri, protezione, vie legali) emerge che del totale, che ammonta a 1 miliardo e 337 milioni di euro, la parte più sostanziosa, quasi il 50%, sia stata investita nell’ambito del controllo dei confini. Se a questi sommiamo i fondi destinati alla governance migratoria e al contrasto al traffico dei migranti le cui finalità e approcci erano mirati alla repressione del fenomeno migratorio piuttosto che al sostegno delle persone migranti, la percentuale sale al 70%. Un sostegno fondamentale è arrivato dalla stessa Unione europea, che ha finanziato per il 40% il totale della spesa, arrivando a coprire il 65% dei costi dei programmi per il controllo delle frontiere. Un contributo destinato ad aumentare nei prossimi anni come prevede il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale Europeo 2021-2027 che per la prima volta ha stabilito un capitolo di spesa specifico sulle migrazioni di 24,2 miliardi di euro, con un incremento del 96% rispetto alle risorse stanziate nel periodo 2014-2020.

«Il quadro è chiaro e anche preoccupante – dichiara Roberto Sensi, Policy Advisor di ActionAid Italia - Dal punto di vista delle strategie politiche sia europee che italiane, nei prossimi anni si conferma l’approccio securitario orientato a reprimere i flussi migratori e ad aumentare i rimpatri, esponendo migranti e rifugiati ad abusi, respingimenti, estorsioni, rimodellando percorsi e rendendo più difficile, anche per i rifugiati, cercare protezione. Occorre ridefinire le politiche migratorie rimettendo al centro le persone e i loro diritti».

Dall’inchiesta emerge la necessità di aumentare la trasparenza sulle iniziative finanziate e di vincolare i programmi al rigido rispetto dei diritti umani attraverso un rafforzato ruolo di controllo del Parlamento e l’adozione di meccanismi di monitoraggio indipendenti che coinvolgano anche le organizzazioni della società civile. Le politiche italiane ed europee, infatti, si sono rivelate in parte efficaci a contenere la migrazione, ma ad un prezzo altissimo in termini di vite perdute e gravi violazioni dei diritti umani. In particolare nel contesto libico, dove la creazione di un sistema di intercettazione delle persone in fuga, tramite assetti militari e sistemi di coordinamento marittimo, ha prolungato i periodi di detenzione di stranieri, aumentando in modo significativo il rischio di abusi.

«La soluzione è quella di smettere di spendere miliardi per fermare i migranti e utilizzare queste risorse per promuovere un’agenda migratoria che metta al centro i loro diritti e sia capace di valorizzare appieno il contributo positivo che le migrazioni possono dare allo sviluppo socio-economico dei Paesi di origine e destinazione. Ne sono un esempio la costruzione di vie legali, ovvero di programmi strutturati che permettono l’accesso in modo regolare al territorio italiano di cittadini non comunitari, per motivi di lavoro, studio e protezione. Sono meno costosi, rischiosi e lesivi dei diritti delle persone coinvolte, e dovrebbero essere pensati come uno strumento complementare agli altri programmi di sviluppo e di riduzione della povertà. La spesa a sostegno delle vie legali - conclude Sensi - rappresenta appena l’1,3% del totale, a ulteriore conferma dei veri obiettivi della spesa esterna italiana»​.

Un ulteriore elemento di criticità che emerge dall’inchiesta The big wall riguarda il condizionamento e la deviazione degli aiuti pubblici allo sviluppo. Circa il 15% dei fondi è stato investito nelle cosiddette “cause profonde”, nella convinzione che maggiore sviluppo economico si traduca in una riduzione dei flussi migratori. In realtà è noto ormai che l’aumento di reddito pro-capite nel breve-medio termine nei Paesi poveri non sia in grado di ridurre la propensione a migrare, al contrario la aumenta. Questo però ha determinato una grave falla nel sistema di cooperazione allo sviluppo, attraverso l’imposizione di condizionalità agli aiuti (più risorse a fronte di un maggiore impegno nel fermare i migranti da parte dei Paesi) e la deviazione dei loro obiettivi di sviluppo: i fondi non sono stati destinati a programmi e Paesi il cui obiettivo principale era la riduzione della povertà ma, appunto il contrasto alle migrazioni irregolari, di fatto la sola soluzione per le persone migranti in assenza di canali di ingresso regolari.

Credit Foto: Francesco Bellina.

Nella foto d'apertura un aereo di pattugliamento europeo appare sullo schermo della nave della ong Mediterranea Saving Humans, in attività nel Mediterraneo centrale

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