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Farouq: «Il Papa in Iraq per trovare speranza, non per darla»

5 Marzo Mar 2021 1712 05 marzo 2021
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Francesco è arrivato in Iraq. È la sua prima visita ufficiale dall’inizio della pandemia ed è la prima visita di un pontefice nel Paese e il viaggio apostolico più pericoloso mai affrontato nella storia recente. Per l’intellettuale egiziano Wael Farouq, «il senso di questa visita è che la Chiesa non è occidentale. Il Papa non va a fare carità agli iracheni ma per trovare l'armonia della Chiesa Universale»

Papa Francesco ha iniziato la sua prima visita ufficiale dall’inizio della pandemia. Ma non riprende i suoi viaggi in maniera graduale e in un paese privo di rischi. Per quattro giorni girerà l’Iraq da nord a sud, cioè un paese piuttosto instabile dove la pandemia sembra ancora fuori controllo. La visita si concluderà lunedì 8 marzo dopo 700 chilometri e decine di incontri. Per l’Iraq sarà la prima visita di un Papa nella storia del Paese. «Un viaggio super pericoloso in una situazione difficilissima», sottolinea l'intellettuale egiziano Weal Farouq, «gli stessi iracheni si sono chiesti perché Francesco abbia deciso di andare da loro». L'intervista


Wael Farouq

Che viaggio è quello di Francesco in Iraq?
È un viaggio super pericoloso. Preghiamo per lui. È una situazione difficilissima per l'instabilità del Paese, quindi per la sua sicurezza e incolumità e per la situazione sanitaria.

Perché proprio in Iraq?
È la stessa domanda che si sono fatti anche gli iracheni. E che hanno poi posto al Papa: “perché noi, in questo momento di pandemia?”. La risposta è stata perché lui è il pastore di chi soffre, il profeta dei feriti. Qualcosa che li ha colpiti molto, infatti sui social network in Iraq l'unico hashtag di tendenza riguarda il Papa.

E per l'Iraq, come Paese, cosa significa questo viaggio?
Parliamo di un Paese che da vent'anni vive una feroce instabilità politica che spesso sfocia nella violenza. È la prima volta, oggi, che tutte le componenti della società irachena si uniscono. Sciiti, sunniti, curdi, cristiani. Tutti oggi sono uniti intorno alla figura di Francesco e perché questa visita sia un successo. Una cosa grande

Un fatto politicamente e storicamente rilevante è che l'Iraq è stata la casa dello Stato Islamico...
Certo, e qui io voglio dire una cosa. Oggi è un giorno di resurrezione dei martiri. Il giorno del ritorno della loro testimonianza dall'oblio. Oggi il Papa riscrive la loro storia e per la prima volta il cuore della vicenda non è la paura dell'assassino ma la speranza che dà il sacrificio di questi martiri. La loro testimonianza dà vita alla Chiesa stessa. Nell'epoca del nichilismo e del materialismo migliaia di persone hanno scelto la fede lasciando tutto, la casa, la fortuna e in tanti casi la loro stessa vita.

Prima di Daesh in Iraq c'erano 1,5 milioni di cristiani. Oggi sono solo 250mila. Sono solo loro l'interlocutore del Papa?
Io voglio vedere questo viaggio sotto un altro punto di vista. C'è un messaggio molto importante che non è per l'Iraq, per i cristiani o musulmani iracheni. Il messaggio più importante è per l'occidente. Un messaggio che dice che forse la chiesa cattolica non è europea. Forse la fede cristiana non è un fenomeno occidentale. Forse le radici di questa fede non sono nel cielo ma radicate in una terra, come il Papa ha ricordato oggi a Ur, che ha una lunga storia e un presente fatti di dolore e sofferenza. Dolore e sofferenza che tengono viva questa fede. L'Iraq non è il soggetto oggi che riceve un aiuto. Oggi siamo noi che riceviamo un regalo: l'esempio, la testimonianza dell'Iraq per noi. Il luogo delle nostre radici, che lì si sono fatte carne e sangue, oggi accoglie il Pontefice. E accoglie anche noi.

In questo senso proprio la visita di Francesco a Ur, nel sud del paese, dove secondo la Bibbia nacque Abramo, è dirimente...
Certo, è la prima volta che un Papa va a visitare questo luogo. Ha detto che va come pellegrino. I pellegrini non fanno i viaggi per dare speranza ma viaggiano per trovare la speranza. Il Papa non va a fare carità agli iracheni ma per trovare l'armonia della Chiesa Universale.

Questo è il messaggio per gli occidentali. Per un uomo arabo come lei questo viaggio che significato ha?
Per me è come una carezza. Un'accoglienza come fraternità che apre le braccia, condivide e convive con il dolore dell'altro. Se si ascolta le barzellette degli iracheni su questa vicenda si capisce bene. Ironizzano sul fatto che il Governo iracheno per l'arrivo di Francesco ha messo a posto le strade e le infrastrutture in due settimane. Cose che non erano state fatte in anni. Parlano ridendo di miracolo in corso. Per essere più chiaro: quando un nostro amico è malato noi andiamo a visitarlo. La visita non cura il corpo, non cambia la situazione e non lo fa uscire dall'ospedale. Ma fa la differenza perché cura l'anima. È una presenza importante.

In molti parlano di un viaggio improntato al dialogo tra cristiani e musulmani...
Non serve alcun dialogo tra cristiani e musulmani in Medio Oriente. Il dialogo e la convivenza ci sono da più di mille anni, ci sono sempre stati, nel bene e nel male. Ma quello che richiede questo dialogo è aprire un nuovo orizzonte. Questo è quello che sta facendo il Papa.

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