Lavoro
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Gestione decentrata, automazione, legame con le imprese e reti territoriali: la riforma parta da qui

30 Marzo Mar 2021 1127 30 marzo 2021
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«Non bisogna inventare la ruota, bisogna solo imparare a farla girare. La tragicomica vicenda dei navigator, prevista da tutti gli addetti ai lavori, è figlia di un distacco dalla realtà. Occorre cambiare marcia», sottolinea Simone Cerlini esperto di politiche del lavoro nel suo contributo sul numero del magazine di marzo

Per bilanciare l’interruzione delle attività economiche dovute al lockdown l’Italia ha protetto i lavoratori attraverso il blocco dei licenziamenti e l’allargamento della cassa integrazione. La relazione Istat, pubblicata nel febbraio 2021, “Occupati e Disoccupati, Dicembre 2020” evidenzia una disoccupazione stabile al 9% nel mese di dicembre con un calo dello 0,6% rispetto a dicembre 2019. L’arretramento è da imputare agli scoraggiati.

Paradossalmente un aumento della disoccupazione nel 2021 è auspicabile se associata all’aumento del tasso di attività. Il dato che fa suonare un campanello di allarme in tutti gli operatori è il totale delle ore autorizzate per Cig e Fondi di solidarietà nel 2020: circa 3,5 miliardi, con un incremento di circa 3,2 miliardi rispetto all’anno 2019 (+ 1.244,71%). La combinazione di job seeker di ritorno, attratti dalla possibile ripresa, insieme allo scoppio della bolla creata dal blocco dei licenziamenti, potrebbe far raddoppiare il numero di disoccupati che si rivolgeranno ai servizi per il lavoro. Un esercito di un milione di persone preme ai cancelli dei centri per l’impiego.

La legge di bilancio 2019 ha stanziato risorse per il rafforzamento dei centri per l’impiego (Cpi). Il successivo decreto ministeriale del 22 maggio 2020 ha fissato per il 2021 un incremento di 11.600 operatori, più che raddoppiando l’organico di partenza. Il decreto prevede formazione per gli operatori e investimenti infrastrutturali e nei sistemi informativi. Per l’implementazione ci vuole tempo e il tempo non c’è.

Una ulteriore complicazione è il decreto 4 convertito nella legge 26 del 2019 che istituisce il reddito di cittadinanza: pur nascendo come l’interpretazione italiana del reddito universale incondizionato, l’intervento somma in fretta e furia le esperienze del Rei e dell’assegno di ricollocazione, trasformando di fatto l’esperimento in un potenziamento delle politiche attive del lavoro (Pal) per i redditi (dichiarati) più bassi.

La tragicomica vicenda dei navigator sta a testimoniare il pressapochismo, la mancanza di visione e il distacco dalla realtà del gruppo di lavoro che ha messo a punto la policy e che ha forzato l’approvazione di un ircocervo, che tutti gli addetti ai lavori sapevano malpensato, a puri fini di propaganda. Nell’immaginazione del legislatore i navigator dovevano essere nulla più che giovani smanettoni capaci di accompagnare i beneficiari del RdC all’utilizzo di piattaforme digitali (esistenti o in preparazione). In effetti in rete c’è già molto: motori di ricerca lavoro (infojobs, Monster), social network specializzati (Linkedin), aggregatori di vacancy, sistemi di incrocio domanda offerta automatici (Jobiri, Mundamundis), pillole formative per la stesura del cv e per la preparazione del colloquio. Eppure la scelta è stata scaraventare nuovo personale temporaneo, nei Cpi, dimenticando prerogative istituzionali. È stato necessario procedere con un accordo con le Regioni, coinvolte direttamente nella gestione operativa dei navigator, in ragione della «condivisione di spazi, ruoli e operatori» con i dipendenti dei Cpi, che nei casi migliori li hanno visti come aiuto per il trattamento dei beneficiari del reddito, ma più spesso come competitori invadenti.

L’argine al fiume di disoccupati sta cedendo. Lo strumento per dare loro una risposta credibile è la programmazione delle Pal prevista nel Pnrr da presentare entro aprile. L’incarico a Draghi fa presagire un cambiamento, ma operatori e policy maker sono concordi nel ritenere le proposte contenute nel documento presentato in Cdm a gennaio adeguate all’emergenza lavoro. Il piano recepisce il “piano nazionale”, presentato il 4 dicembre 2020 dal coordinamento delle regioni, che lo definisce «una cornice unitaria, per assicurare universalità di prestazione», governato con «forte ruolo delle Regioni».

La vera risposta a chi cerca lavoro sta altrove. Cosa comporta in termini di nuove ore lavorabili l’investimento di 223 miliardi del Pnrr? Dove saranno fatti gli investimenti, per che importi e con che intensità di lavoro? Dai primi segnali sembra che si prepari una stagione di investimenti in infrastrutture e trasporti (ministro Enrico Giovannini), ambiente (ministro Roberto Cingolani) e digitale (ministro Vittorio Colao). Le aree di competenza dei dicasteri tecnici coordinati dal tecnico Daniele Franco al Mef, sono guarda caso pilasti di spesa del Pnrr.

Ricordiamo che le politiche attive non creano lavoro, esse tutt’al più facilitano la transizione, ma se il lavoro non c’è, non c’è servizio che tenga. Il Pnrr prevede un programma, gestito dalle Regioni, chiamato Garanzia per l’occupazione dei lavoratori. Si tratta del rilancio dell’assegno di ricollocazione, che allarga la platea dei destinatari e offre un mix di servizi con una forte componente di formazione: aggiornamento professionale, riqualificazione o riconversione. In una congiuntura di scarsità di vacancy, dove le opportunità di ricollocazione saranno tutte da inventare, il supporto alle persone non potrà ridursi all’intermediazione. Il Piano prevede la costruzione di protocolli d’intervento ritagliati sui bisogni delle persone. Alcune caratteristiche dei percorsi le possiamo dedurre dalle esperienze più efficaci attuate dalle Regioni: saranno duali, cioè assoceranno formazione d’aula alla sperimentazione di contesti reali, presso imprese ed enti del Terzo settore, anche al fine di potenziare e consolidare le reti sociali; conterranno formazione per lo sviluppo di soft skills (coinvolgimento, capacità di affrontare situazioni nuove, capacità di risolvere problemi, proattività, ma anche affidabilità, rispetto dei tempi e delle consegne, capacità di adattarsi ai contesti); infine i percorsi dovranno prevedere lo sviluppo di competenze digitali, che stanno trasformando radicalmente il mercato del lavoro e le modalità di produzione ed erogazione dei servizi.

Ma com’è possibile che i Cpi, in mezzo al guado del percorso di rafforzamento, riescano a modificare la propria offerta di servizi, migliorare la propria efficacia e al contempo sostenere l’impatto di un’utenza più che raddoppiata? In primo luogo la sfida è automatizzare i servizi per liberare tempo e aumentare la capacità di presa in carico. Afol Metropolitana, che gestisce i centri per l’impiego della Grande Milano, ha recentemente lanciato un’app che consente tramite smartphone di ottenere certificati, di organizzare appuntamenti, di controllare l’avanzamento di ogni richiesta processata dai centri. Afolmet auspica di ridurre di oltre il 30% gli adempimenti burocratici in carico agli operatori, di migliorare la consistenza e la pulizia dei dati inseriti e accelerare il disbrigo delle pratiche. Il secondo passo è l’adozione e la customizzazione di un servizio web based di accompagnamento della persona: dalla stesura del cv, alla fruizione di alcuni moduli formativi a distanza, all’incrocio domanda offerta. Il sistema aggrega le vacancy online e attraverso un sistema di analisi semantica produce gli incroci e calcola la percentuale di occupabilità (la corrispondenza tra le competenze richieste e possedute)...

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*Simone Cerlini, esperto di politiche del lavoro
Foto di Marc Mueller da Pexels

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