Europa

Il ruolo dell'economia sociale nella creazione di posti di lavoro e nell'attuazione del pilastro europeo dei diritti sociali

31 Marzo Mar 2021 1218 31 marzo 2021

L'intervento di Giuseppe Guerini, presidente di CECOP-CICOPA Europa, la confederazione europea delle cooperative di lavoro e di servizi, alla Conferenza promossa dalla presidenza portoghese che ha scelto di dare molta importanza a questo tema nel suo programma, in preparazione del vertice sociale del prossimo maggio.

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L'intervento di Giuseppe Guerini, presidente di CECOP-CICOPA Europa, la confederazione europea delle cooperative di lavoro e di servizi, alla Conferenza promossa dalla presidenza portoghese che ha scelto di dare molta importanza a questo tema nel suo programma, in preparazione del vertice sociale del prossimo maggio.

Piano d’azione per il Pilastro europeo dei diritti sociali, transizione verde e digitale, strategia europea per la disabilità, tutela dei lavoratori delle piattaforme digitali, sono i principali progetti varati dalla Commissione Europea, che vedono impegnato direttamente il Commissario Nicolas Schmit, a cui le organizzazioni dell’economia sociale europea sono pronte a partecipare, con la capacità organizzativa e trasformativa che le contraddistingue.

In questo contesto, le organizzazioni dell’economia sociale possono svolgere un ruolo strategico nella creazione di posti di lavoro e nell’attuazione del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali, ed è davvero molto importante che la presidenza portoghese abbia scelto di dare molta importanza a questo tema nel suo programma, che culminerà nel vertice sociale del prossimo maggio.

È questo dunque il tempo per incrementare il livello e la qualità del riconoscimento dell’economia sociale.

In diversi Stati membri ci sono legislazioni che ne riconoscono finalità e funzioni, delineando un profilo giuridico che tuttavia manca ancora di un quadro di coerenza e omogeneità a livello Europeo. Tant'è che l'unica forma d'impresa dell'economia sociale che possiede uno statuto europeo è la società cooperativa europea.

Questo statuto europeo, per quanto sia stato adottato in maniera diffusa, ha avuto un ruolo centrale nel riconoscere la specificità del regime fiscale, riconosciuto alle cooperative in diversi Stati membri, che è stato riconosciuto e validato dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Per questo è importante ad esempio la proposta, avanzata nel 2018, dal Parlamento per l'introduzione di un'etichetta/certificazione per le organizzazioni dell'economia sociale basata sull'articolo 50 del TFUE, che potrebbe consentirci di evitare continui negoziati per ottenere singoli riconoscimenti all’eccesso a misure di finanziamento o di sostegno.

Come ad esempio accaduto qualche giorno fa in Italia dove una interpretazione delle norme di agevolazione per le “Start-up innovative” sostiene che non si può essere al tempo stesso un’impresa sociale e un’impresa innovativa! Una logica assurda, visto che molti fatti dicono proprio il contrario che molte imprese dell’economia sociale sanno essere fortemente innovative!

Per questo serve fare passi avanti rispetto ad un riconoscimento sostanziale.

Il CESE si è pronunciato con oltre 15 pareri nel corso degli ultimi 10 anni su vari aspetti che riguardano l’Economia Sociale, e possiamo dare per acquisito un ampio riconoscimento dell’economia sociale come sistema di organizzazioni e imprese che antepongano gli obiettivi sociali al ruolo del capitale, promuovendo il protagonismo e la partecipazione attiva di persone e comunità locali, grazie ad una governance democratica capace di includere diversi portatori di interesse.

Sono le persone e le comunità locali il cuore propulsivo dell’economia sociale; non il capitale, non il profitto, non l’accumulazione come fine. Bensì la creazione di valore generativo e condiviso.

Creare valore condiviso per restituirlo alla collettività, non significa necessariamente essere totalmente “non profit”.

Per condividere un valore occorre prima crearlo, per questo è importante che si chiarisca anche nettamente la distinzione tra creazione di valore condiviso, mediante il perseguimento di una “lucratività limitata e vincolata ad una missione di interesse generale” che è l’elemento distintivo delle imprese dell’economia sociale e il concetto di organizzazioni senza scopo lucrativo su cui a volte si fa confusione.

Del resto per creare lavoro, condividere valore, realizzare servizi di interesse generale serve avere una solidità economica che si consolida solo con bilanci che si chiudano in attivo!

L’esempio delle cooperative da questo punto di vista è molto importante perché mette in evidenza la concreta potenzialità di creare valore con una modello organizzativo mutualistico e solidaristico.

Tra le cooperative sociali inoltre troviamo l’esemplare esperienze di imprese che riescono ad essere competitive e solide, occupando lavoratori svantaggiati.

Organizzare la solidarietà sociale in forma d’impresa, creare occupazione con l’impegno sociale, creare lavoro dal lavoro.

È una visione esattamente opposta a quella celebrata dalla mitologia dell’economia finanziaria tipica degli anni ’90: fare i soldi con i soldi, facendo dell’avidità il valore guida del libero mercato.

Noi al contrario vogliamo un mercato libero, perché più partecipato ed equo e siamo convinti che quella di una maggiore diffusione dell’economia sociale sia la strada per perseguire non soltanto una maggiore equità sociale ma più in generale gli obiettivi di sviluppo sostenibile che l’Europa ha dichiarato di voler perseguire.

La necessità di una definizione riconosciuta e formalmente accettata dalle Istituzioni dell’Unione Europea serve a consentire l'accesso alle molte opportunità di crescita e sviluppo delle organizzazioni dell'economia sociale.

Una definizione comune è utile per una piena accessibilità ai mercati, in particolare al mercato di capitali che dimostra un interesse crescente verso gli investimenti ad impatto sociale.

Per questo noi guardiamo con interesse, oltre che al Piano d'azione per l'economia sociale, anche al piano d’azione per l'Unione dei mercati dei capitali per le persone e le imprese, dove andrebbe menzionato il ruolo dell’economia sociale per attrarre in Europa investimenti per un’economia attenta alle persone.

In effetti l’economia sociale genera un valore significativo, sia per dimensione (8 % del PIL europeo) sia per la qualità e persistenza di questo valore che, anche durante gli anni della crisi finanziaria, ha visto crescere sia i valori economici prodotti, sia il numero di lavoratori occupati.

Sono oltre 13,6 milioni le persone occupate nelle Organizzazioni dell’Economia Sociale in Europa, pari a circa il 6,3 % della popolazione attiva dell'Unione Europea, dal 50% al 70 % sono lavoratrici, a dimostrazione che anche sull’equità di genere le imprese dell’economia sociale sanno fare la differenza.

Oltre 230 milioni di cittadini europei sono soci di cooperative, mutue.

Complessivamente 2,8 milioni di imprese e organizzazioni costituiscono la forza pulsante dell’Economia sociale in Europa.

La maggior parte di queste persone sono impegnate in organizzazioni caratterizzate da una governance partecipativa di tipo democratico che rende evidente la correlazione fra la partecipazione dei portatori d'interesse alla governance e la propensione al mantenimento di alti livelli di occupazione.

Il mantenimento dell’occupazione, tuttavia non è segno di conservatorismo, ma anzi si realizza anche e soprattutto ad una decisa propensione all’innovazione e, specialmente, all’innovazione sociale.

L’economia sociale sa interpretare e accompagnare i cambiamenti della società senza perdere di vista la dimensione solidale indispensabile per fare in modo che lo sviluppo sia inclusivo e non incrementi le diseguaglianze, mobilitando la partecipazione attiva e solidale delle comunità locali, come dimostrano gli oltre 82,8 milioni di volontari attivi nelle organizzazioni dell’economia sociale.

In molti casi le imprese dell'economia sociale sono il principale gestore di servizi essenziali per la popolazione – quali servizi educativi, socio sanitari, assistenziali o di formazione e inserimento lavorativo per persone svantaggiate.

Spesso sono servizi che si realizzano con la partecipazione diretta degli stessi destinatari e hanno un radicamento territoriale che è parte stessa della missione che svolgono.

Molte imprese dell'economia sociale stanno sviluppando nuova occupazione e iniziative di innovazione sociale anche nel contesto della green economy e per la promozione di uno sviluppo sostenibile.

Sono in crescita le esperienze di economia circolare realizzate delle organizzazioni dell'economia sociale che creano anche nuova occupazione nel settore del riuso o dell'agricoltura sociale.

Particolarmente interessante è il ruolo che le cooperative di lavoro possono svolgere per rendere più inclusive le nuove forme di imprenditorialità realizzate con piattaforme digitali la cui proprietà sia condivisa da lavoratori e utilizzatori.

Per dare consistenza e stabilità ad un’economia sociale che partecipi attivamente alla costruzione di un'Europa più sociale, resiliente e inclusiva, è necessario che si adottino programmi di politica europea che io individuo in almeno quattro ambiti: quello fiscale, degli investimenti, delle politiche d’impresa; dell’innovazione:

˗ Un regime di tassazione che riconosca la funzione di interesse generale svolta dalle imprese dell'economia sociale, con particolare riguardo a quelle che operano in settori di primario interesse pubblico come servizi sociali, sanitari, educativi e di inclusione sociale;

˗ Politiche di promozione di investimenti pubblici e privati che favoriscano lo sviluppo di una finanza a impatto sociale – con un ulteriore miglioramento dell'accessibilità al mercato degli appalti pubblici e delle concessioni;

˗ Politiche di sostegno all'occupazione stabile e al protagonismo economico dei lavoratori delle imprese dell'economia sociale, specie nella governance democratica delle stesse;

˗ Politiche di sostegno per implementare nuove competenze e favorire la diffusione di innovazione e nuove tecnologie nella società civile.

VI farò ora qualche proposta per spiegare meglio le 4 politiche.

Dobbiamo sostenere l'occupazione nelle imprese sociali che hanno come missione l'inserimento lavorativo di persone svantaggiate, agendo sulla riduzione del peso degli oneri fiscali e contributivi sul costo del lavoro. Serve inoltre la detassazione degli utili reinvestiti nell’attività d’interesse generale.

Per sostenere agli investimenti ad impatto sociale, legati al perseguimento di obiettivi sociali di interesse generale va riconosciuta una tassazione agevolata per favorire la creazione di volani di crescita molto rilevanti alla luce del fatto che già i dati attuali confermano che, gli investimenti nelle organizzazioni dell'economia sociale hanno saputo generare molti posti di lavoro e molti benefici sociali per i fruitori dei servizi da esse realizzati.

Dobbiamo sostenere la riconversione e il trasferimento di attività d’impresa in crisi o da imprenditori a fine carriera, verso i lavoratori, organizzati in forma cooperativa.

Molte di queste esperienze note come Worker Buy Out sono state realizzate soprattutto in Spagna, Francia e Italia salvaguardando patrimoni esperienziali importanti per lavorazioni artigianali o piccole attività di servizio.

Per incrementare il potenziale di queste iniziative servirebbe un intervento di investimento e accompagnamento che aiuti l'avvio dell'attività d'impresa con una partecipazione di capitale sostenuta da un'apposita agenzia europea oppure dedicando una sezione del fondo europeo per le mutazioni industriali.

Riconoscere il ruolo dell’Economia Sociale sembra essere sempre più necessario, non solo per rivalutare quella visione di Economia Sociale di Mercato che è stata fondamentale per la nascita del progetto di Unione Europea, ma può assumere un più ampio significato per proteggere e qualificare la natura stessa della democrazia politica europea

La crescita delle diseguaglianze negli ultimi decenni è impressionante, ulteriormente accelerata dalla digitalizzazione dell’economia e dal cosiddetto “capitalismo di sorveglianza” di cui le “piattaforme della gig economy” sono la rappresentazione più nota solo una più ampia.

Contesti nei quali l’individualizzazione di massa provoca quella perdita di “unità della personalità umana” che già a metà del secolo scorso l’Economista Wilhelm Röpke definiva come una pericolosa deriva fatta di frantumazione dell’esperienza lavorativa a cui chiedeva di rispondere con una “umanizzazione dell’economia” in un quadro di un ecosistema sostenibile, nel quale la partecipazione, anche alle scelte strategiche delle imprese diventa parte stessa di un diverso modello di sviluppo sostenibile ed inclusivo.

Le organizzazioni dell’Economia Sociale sono una forza di trasformazione che propone una visione e un progetto per un Europa, prendendosi la responsabilità di opporsi al deterioramento di un modello economico fondato sulle diseguaglianze.

Vogliamo essere “voce di proposta”: leali verso il progetto europeo, ma pronti alla defezione da un’economia senza cuore, attivi nell’organizzare la solidarietà per abbattere le barriere che si frappongono alla piena partecipazione delle persone e delle comunità locali ad un mercato unico dove alla libera circolazione dei beni, dei servizi dei capitali e delle persone si realizzi con una ritrovata alleanza tra “capitale e lavoro”.
Le organizzazioni dell’economia sociale ci ricordano ogni giorno che è possibile ricomporre le divaricazioni tra capitale e lavoro, tra sviluppo e progresso umano, tra innovazione e inclusione per rimettere il benessere delle persone al centro dell’architettura istituzionale e politica dell’’Unione Europea.